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Brian è morto a venticinque anni con un proiettile in faccia. Merita di essere ricordato come gli altri

Brian Moore era al volante di una macchina in una strada qualunque del Queens quando un tizio di nome Demetrius Blackwell ha tirato fuori dalla cintura una calibro 38 e gli ha sparato.

7 Maggio 2015 alle 06:03

Brian è morto a venticinque anni con un proiettile in faccia. Merita di essere ricordato come gli altri

New York. Brian Moore era al volante di una macchina in una strada qualunque del Queens quando un tizio di nome Demetrius Blackwell ha tirato fuori dalla cintura una calibro 38 e gli ha sparato. Il proiettile ha bucato il parabrezza e si è conficcato nello zigomo di Moore, penetrando nel cervello, dove ha causato una grave emorragia. Era il tardo pomeriggio di sabato, e il lunedì mattina è morto. Blackwell è stato arrestato poco dopo il fatto e ora dovrà difendersi dall’accusa di omicidio volontario; gli agenti hanno ritrovato l’arma del delitto nel cortile di una casa di un vicino, a pochi metri dal luogo della sparatoria. Moore aveva venticinque anni e il suo assassino ne ha dieci di più. Uno dei due è bianco, l’altro è nero, ma qui non importa chi è che cosa. Gli inquirenti escludono decisamente un movente razziale, cosa che rende irrilevante il colore della pelle dei soggetti se non ai fini della pura cronaca. Moore non è stato ucciso perché era bianco o nero, è stato ucciso perché era un’agente di polizia che stava facendo il suo lavoro. Stava pattugliando assieme al suo collega una parte del Queens Village, area periferica ma non particolarmente pericolosa nel contesto del degrado suburbano newyorchese. Moore solitamente vedeva posti molto peggiori. Il reparto in cui lavorava è un’élite del dipartimento di polizia di New York che si aggira in borghese nei bassifondi e ha il compito non soltanto di ripulire le strade, ma di arrivare dai pesci piccoli ai pesci grossi del crimine. Blackwell ha una fedina penale lunga così: furto, rapina a mano armata, possesso illegale di armi. E’ stato arrestato dieci volte, ma i poliziotti a quel punto non lo sapevano, sapevano soltanto che se ne stava lì all’angolo della strada e armeggiava in modo sospetto dalle parti della cintura. Lo hanno accostato con la macchina, gli hanno chiesto di vedere cos’aveva là sotto, c’è stata una breve conversazione, forse un accenno di fuga. Poi gli spari e via, a cercare rifugio da qualche parte, mentre Moore era nella macchina in fin di vita.

 

Il ragazzo ucciso viveva con il padre, un sergente della polizia in pensione. Anche lo zio e il cugino sono nella polizia. La cittadina di Long Island da cui vengono si chiama Massapequa, ed è una specie di enclave di poliziotti e gente affiliata da generazioni alle forze dell’ordine. Fuori dal Jamaica Hospital Medical Center lunedì c’erano centinaia di poliziotti sull’attenti lungo la strada per dare l’ultimo saluto a quello che tutti, dai parenti al capo della polizia Bill Bratton, descrivono come un agente particolarmente talentuoso, perché non tutti arrivano a venticinque anni in una squadra in borghese che si occupa di criminalità organizzata. E’ stato ucciso perché era un poliziotto, mestiere rischioso, ma la sua morte non c’entra nulla con quella dei due suoi colleghi che a dicembre sono stati ammazzati nel quartiere di Bed-Stuy, a Brooklyn, da un uomo di nome Ismaaiyl Abdullah Brinsley, che voleva vendicare l’omicidio per soffocamento di Eric Garner a Staten Island, e quello per arma da fuoco di Mike Brown, a Ferguson, e di tutti gli altri morti che hanno suscitato la campagna “Black Lives Matter” e altri analoghe grida di dolore per i diritti civili calpestati. Tutti quelli uccisi da poliziotti bianchi semplicemente per aver commesso, così dicono, il reato di essere neri. Brian Moore aveva venticinque anni, il suo assassino soltanto dieci di più. Uno dei due è bianco, l’altro è nero, ma non importa chi è che cosa. Importa solo che un ragazzo è stato ucciso con un colpo di pistola in faccia e se n’è parlato poco, forse perché è nella natura del mestiere che ogni tanto ci scappi il morto. Ma Moore merita di essere ricordato quanto tutti gli altri ragazzi che vengono uccisi per le strade, magari risparmiandoci la pena aggiuntiva di legare la sua morte a una qualunque campagna, razzista o antirazzista che sia.

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