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Il “partner silenzioso” di Twitter va alla corte di Obama, nell’ala riservata alla Silicon Valley

Se cercate su Wikipedia il nome Jason Goldman scoprirete tutto dell’ex sassofonista di Michael Bublé, niente di una delle più importanti figure della Silicon Valley appena approdate alla Casa Bianca.

26 Marzo 2015 alle 06:26

Il “partner silenzioso” di Twitter va alla corte di Obama, nell’ala riservata alla Silicon Valley

Se cercate su Wikipedia il nome Jason Goldman scoprirete tutto dell’ex sassofonista di Michael Bublé, niente di una delle più importanti figure della Silicon Valley appena approdate alla Casa Bianca. Lo faceva notare giusto qualche tempo fa BuzzFeed, in un lungo ritratto del “partner silenzioso” di Twitter, quello che dietro le quinte ha rivoluzionato l’azienda e si è curato di non farlo troppo sapere in giro. Nell’ambiente tecnologico, come in molti altri ambienti, esiste il culto dei personaggi che non hanno creato attorno a sé un culto. Le eminenze grigie, gli unsung heroes, quelli che smanettano nell’ombra per scovare la trovata miliardaria mentre l’amministratore delegato beve Cristal millesimato dalla bottiglia in un afterparty della notte degli Oscar. Il “partner silenzioso” non è mai uno sfruttato, una vittima. Ha partecipazioni miliardarie nell’azienda, siede nel board, si muove parecchio da un posto all’altro perché il suo core business è partorire idee rivoluzionarie, non gestire l’esistente, e lo fa con il solito calcolato understatement, senza cedere alla tentazione di diventare una qualsiasi rockstar di internet. E’ stato e ancora si concepisce come un “product manager”, ruolo che ha descritto così: “Quello che prende appunti ai meeting, che ridice troppe volte l’agenda, quello che fa le riunioni con la gente che nessuno vuole incontrare”. Goldman potrebbe essere il capo della corrente carsica dei manager invisibili. Chi lo deve conoscere lo conosce.

 

Su Twitter ha 1,2 milioni di follower, più di quanti l’ex sassofonista di Michael Bublé potrà sognare di avere in tutta la carriera (in questo momento ne ha 228), ha lanciato la piattaforma Blogger, subito notata da Google, che ha preso lui e tutto il suo team, ha collaborato alla costruzione di Obvious Corporation, dal quale è fuoriuscita la piattaforma Medium, ha concepito Branch, social chat poi fagocitata da Facebook. Insomma, Goldman è un agitatore silenzioso dell’industria tecnologica, e questo piace a Barack Obama, presidente che ai protagonismi dei collaboratori preferisce la felpata collegialità di un cerchio magico impenetrabile. Obama ama i partner silenziosi. Il più famoso di questi, lo stratega David Plouffe, ha fatto il percorso di Goldman in senso contrario, dalla Casa Bianca alla Silicon Valley, destinazione Uber. Infine, in veste di blogger Goldman scrisse con trasporto di un discorso qualunque di un senatore dell’Illinois che lo aveva folgorato. Era il 2003, un anno prima del discorso della convention democratica di Boston con cui si è accreditato presso il grande pubblico. Così Obama ha scelto il 38enne come Chief Digital Officer della Casa Bianca, posizione creata ex novo per portare avanti la linea della digitalizzazione dell’Amministrazione. Si occuperà di definire la strategia digitale del governo e di metterla in pratica attraverso l’Office of Digital Strategy, del quale avrà pieno controllo. Obama ha detto che “Goldman porta nuova energia e l’esperienza di chi ha contribuito alla creazione dell’età digitale”, una perifrasi sempre più comune in una Casa Bianca che è diventata una specie di dépendance della Silicon Valley. Obama non sta soltanto cambiando le facce e spostando le caselle, sta modificando l’organigramma in senso tecnologico. Nemmeno una settimana prima di assumere Goldman ha elevato il capo degli ingegneri di Facebook, David Recordon, a capo della struttura IT della Casa Bianca, altra posizione creata dal nulla. Il disastro informatico dell’Obamacare è stato un campanello d’allarme per il governo, che non vorrebbe mai più rivedere una copertina come quella del New Yorker quando la piattaforma online per iscriversi alla riforma sanitaria è diventata una barzelletta nazionale e globale: Obama con un cellulare anni Novanta all’orecchio, tozzo come quello di Zack Morris in “Bayside School”, un giovane nerd che inserisce un floppy disk in un Commodore 64, la segretaria della Salute Kathleen Sebelius che incrocia le dita. Niente di più umiliante per chi ha messo a sistema ed esportato l’idea dello smartgoverno rottamatore che smonta con gli algoritmi le vecchie superstizioni del potere.

 

Per raddrizzare il sistema dell’Obamacare e implementare i servizi digitali del governo, la Casa Bianca ha arruolato l’ingegnere di Google Mikey Dickerson e sempre dall’azienda di Mountain View veniva anche Megan Smith, nominata lo scorso anno capo tecnologico della Casa Bianca, ovvero il vertice alto della struttura che ora ha arruolato anche Goldman. E’ la special relationship fra Casa Bianca e Silicon Valley, fra potere e tecnologia. Per capire la forza del matrimonio basta dare un’occhiata all’inchiesta del Wall Street Journal, che ha scoperto che i manager di Google hanno fatto visita alla Casa Bianca 230 volte dall’inizio dell’éra Obama, una media di un incontro alla settimana. Certi ministri godono di un accesso meno frequente alla ristretta cerchia presidenziale. Per non parlare dei rappresentanti della vecchia industria tech: Comcast ha speso in attività di lobbying a Washington quasi 17 miliardi di dollari, ben più di Google, e i suoi uomini hanno varcato i cancelli della Casa Bianca soltanto venti volte in oltre sei anni di governo.

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