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La mappa è il territorio

Ma quale territorio rappresenta la mappa? Che cosa significano i nomi sulle mappe? Sempre più spesso le mappe e i nomi che vi compaiono sono espressione di strategie economiche e militari. Il modo di utilizzarle nella navigazione geopolitica può determinare il futuro stesso del pianeta.

24 Luglio 2019 alle 18:40

La mappa è il territorio

Il planisfero all'interno del palazzo delle poste di Ho Chi Minh City, Vietnam

“La mappa non è il territorio”. L’aforisma di Alfred Korzybski, padre della semantica generale, sembra messo in crisi dalla geopolitica contemporanea. In realtà ciò che cambia sono le mappe. Anzi, cambiano i nomi sulle mappe: non rappresentano nuovi territori bensì il significato di quei territori nelle loro connessioni strategiche, politiche, economiche, culturali.
L’ultimo nuovo nome apparso sulle mappe è Nusantaria, che deriva da Nusantara, termine Malay-Indonesiano d’origine sanscrita che significa “le isole nel mezzo” e si riferisce agli arcipelaghi che si distendono nel Pacifico Occidentale dalla Cina e dal Sud-est asiatico sino all’Australasia. “Nusantaria, spesso denominata ‘Sud-est asiatico marittimo', è il più grande arcipelago del mondo, che per secoli è stato un vitale snodo commerciale e culturale”. La definizione è di Philip Bowring, giornalista e saggista che ha vissuto in Asia per decenni e che ha il copyright sul toponimo a cui ha dedicato il saggio Empire of the Winds: The Global Role of Asia’s Great Archipelago.


Nusantaria è utile a inquadrare storicamente e culturalmente le contrapposte strategie nello scenario asiatico, in particolare quella Indo-Pacific Strategy che ha per scacchiere l’area estesa dalla costa occidentale degli Stati Uniti alle coste occidentali dell’India, considerata dal Pentagono il potenziale miglior alleato nella sua visione di un “Indo-Pacifico libero e aperto”. Anche in questo caso la mappa “è” il territorio. Non è una semplice presa di distanza dal Pivot to Asia lanciato da Obama: mentre questo aveva per obiettivo l’integrazione di tutto il continente asiatico in un sistema economico globale, l’approccio dell’amministrazione Trump punta al contenimento della Cina lungo le stesse direttrici asiatiche ed euroasiatiche delle nuove Vie della Seta che formano l’ossatura della politica estera cinese per il XXI secolo.
Il punto centrale di collisione è proprio Nusantaria, ossia l’Oceano Pacifico e quello che la Cina chiama Sai Ha, i Tre Mari (il Mar Giallo, il Mar della Cina Orientale e il Mar della Cina Meridionale), intersecati dalle rotte su cui naviga l’85% del commercio cinese. Inevitabile quindi che la Cina punti a diventare una grande potenza navale, rafforzando ancor più il Plan (People's Liberation Army Navy, la marina dell’esercito popolare di liberazione), che è già la più grande marina asiatica. Rientra in questo piano anche la trasformazione delle isole del Mar della Cina Meridionale in vere e proprie portaerei fisse armate con missili da crociera. Al tempo stesso la Cina sta rafforzando i suoi sistemi di deterrenza per coprire i Tre Mari e proiettare la sua potenza in tutto l’Indo Pacifico, sino all’Australia. Punta di lancia di questa strategia sono i DF-21D (dove DF sta per Dong Feng, vento dell’Est), missili a lungo raggio (1500 chilometri), progettati per colpire le portaerei e da cui è quasi impossibile difendersi. Secondo alcuni analisti l’unica difesa possibile – o meglio: l’unica risposta – è con una versione aggiornata dei missili nucleari Pershing. Uno scenario che rende molto inquieti i paesi dell’Asean che temono di ritrovarsi nella stessa situazione dell’Europa nel periodo più critico della Guerra Fredda. Tanto più che la strategia indo-pacifica statunitense li fa sentire emarginati rispetto ad altri player quali Australia, Giappone, Corea del Sud e India.

Una soluzione, potrebbe trovarsi in una radicale modifica nelle mappe, ridisegnate sostituendo la Geografia con la Connettografia, sorta di iperglobalizzazione creata da connessioni nei trasporti, nell’energia, nelle comunicazioni, nelle infrastrutture. “La connettività, non la geografia, è il nostro destino”, scrive Parag Khanna, analista di strategie globali, che ha elaborato questa idea in un saggio famoso: Connectography: le mappe del futuro ordine mondiale. Secondo Khanna, ad esempio, può rappresentare la soluzione alle rivendicazioni territoriali sulle isole del Mar della Cina Meridionale. Una South China Sea Exploration Company formata da una joint venture multinazionale permetterebbe di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse, l’impiego di tecnologie avanzate nel trasporto di dati, gas e petrolio, e i flussi di traffico lungo le linee di navigazione. Le tensioni sarebbero disinnescate dalle connessioni.
Il territorio rappresentato nella mappa connettografica ricorda molto l’isola di Utopia sognata da Tommaso Moro.  È un’idea che viene esplorata e rappresentata in una bella mostra appena aperta la Mucem, il Museo delle civiltà dell'Europa e del Mediterraneo di Marsiglia: Le temps de l'île.
Le isole sono rappresentate come modelli per simulare la complessa situazione del mondo contemporaneo suddivisa in sei temi: l’ambiente, i conflitti politico-militari, lo sfruttamento economico, le connessioni, le migrazioni, la resilienza. In questa prospettiva geografica le isole non appaiono più come punti separati su una mappa, ma divengono punti da collegare per disegnare una nuova mappa. Un’idea che trova espressione artistica e poetica negli haiku cartografici di Pauline Delwaulle,  

Nelle immagini di quegli haiku, “pensati come un respiro”, si materializza il pensiero di Gregory Bateson, il maestro dell’ecologia della mente: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L’emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”.

Massimo Morello

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