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La democrazia dello street food

La polemica sulle bancarelle nelle strade di Bangkok. Metafora delle contraddizioni thailandesi. E del dibattito sulla globalizzazione

23 Maggio 2017 alle 10:39

La democrazia dello street food

«Lo street food è la sola istituzione democratica rimasta a Bangkok» ha dichiarato David Thompson superchef globale che dirige la cucina del Nahm, ristorante di Bangkok che si è piazzato al ventottesimo posto (quinto in Asia) nella lista dei World’s 50 Best Restaurants. Affermazione che suona un po’ troppo enfatica, retorica. Ma che è soprattutto una metafora delle contraddizioni del Regno.

A tre anni dal colpo di stato che ha portato al potere il National Council for Peace and Order (Ncpo) del generale Prayuth Chan-o-cha, una serie di attentati a bassa intensità (l’ultimo il 22 maggio, anniversario del golpe, in un ospedale di Bangkok, ha provocato 25 feriti, solo uno grave) sembra voler sfidare la pace e l’ordine imposti dalla giunta creando un clima di paura. Le elezioni, intanto, continuano a essere posticipate e nel sud islamico del paese si assiste a un’escalation del terrorismo. In questo scenario il dibattito sullo street-food, i banchetti, i carretti, i tavolini sui marciapiedi di Bangkok dove si cucina e si mangia a ogni ora, è divenuto un affare di stato, un tema culturale, un simbolo.

Il mese scorso il governatore di Bangkok ha annunciato un bando dello street food da diverse zone della città. Decisione motivata dalla necessità di “ripulire” e rendere agibili molte strade (lo stesso che è all’origine del bando delle bancarelle che vendono altre merci e del divieto ai mototaxi di percorrere i marciapiedi) e da ragioni di salute pubblica (in effetti, il cibo di strada spesso non risponde ad alcun criterio d’igiene. Il che spiega molte delle infezioni intestinali che colpiscono sia turisti sia i thai).

Il bando ha scatenato una reazione che sembra aver messo d’accordo tutte le fazioni. Per alcuni lo street food è un compensatore sociale in una metropoli sempre più segnata dalle diseguaglianze: uno spiedino di maiale alla griglia costa 10 baht (30 centesimi), un piatto di zuppa con pollo 35 (poco meno di un euro). Il bando, quindi, rappresenta il “sacrificio di migliaia di venditori e poveri consumatori” sull’altare “dei sogni di modernità, pulizia e rispettabilità della nuova classe media” che vorrebbe trasformare Bangkok in una nuova Singapore. C’è addirittura chi ha definito la diffusione dello street food a Bangkok una manifestazione di nomadismo, per quel “flessibile uso dello spazio” tipico dei venditori di street food. La volontà di controllarlo, quindi, è una dimostrazione di autoritarismo.

Per altri il bando è un’ingiuria alla kwampenthai, la thailandesità (che pure è un cardine della politica nazionalistica della giunta), una resa alla globalizzazione di stampo occidentale (la stessa che vorrebbe imporre la democrazia). «Lo street food fa parte della cultura thai» afferma Chawadee Nulkair: il suo blog Bangkokglutton è un riferimento per tutti gli espatriati. «Del resto anche se andassero via i banchetti, i marciapiedi sarebbero occupati dai motorini» aggiunge, col disarmante fatalismo tipico della cultura thai. Per molti operatori economici è soprattutto un danno al turismo. Tanto più dopo che la CNN ha canonizzato lo street food di Bangkok come il migliore del mondo e che in tutti i social media le sue bancarelle sono presentate come l’elemento di maggior fascino della capitale, sosta ineluttabile per chiunque voglia definirsi un “vero viaggiatore”. 

Così, in nome della thailandesità e del turismo, il bando è stato parzialmente revocato. Almeno nelle zone più frequentate dagli stranieri, come Khao San Road, la via che attraversa il quartiere dei giovani viaggiatori zaino in spalla, e Yaowarat, l’arteria centrale di Chinatown. I turisti potranno continuare a ritrarsi nei social di fronte a banchetti di cibi esotici, i cacciatori di tendenze potranno seguire i nuovi itinerari nelle guide dedicate allo street food e gli aspiranti masterchef tentare di riprodurre le ricette pubblicate da David Thompson nel suo “Thai Street Food”.

La maggior parte dei venditori, tuttavia, saranno trasferiti. Per ironia della sorte, lo street food tornerà a essere ciò che storicamente era, come spiega Philip Cornwell-Smith, profondo conoscitore della cultura popolare thai: «Lo street food ha origine in spazi marginali per persone marginali».

Massimo Morello

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