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Come fare bella figura senza necessariamente sapere quel che si dice

All you can eat

Sono ormai un saldo baluardo della ristorazione di massa a prezzi popolari. Non sono giapponesi, sono cinesi, non sono tutti buonissimi ma hanno sempre più successo. Ecco perché bisogna riempirsi la bocca con ovvietà alla prima occasione

23 Marzo 2018 alle 06:16

All you can eat

E improvvisamente mi si chiude lo stomaco.


Una roba per ragazzini con gli occhi più grandi della pancia. Deplorare.


La cosa peggiore sono gli iPad incastrati che incombono sul tavolo come tanti avvoltoi. Deprecabili.


Tuonare contro il sotteso classismo dei menu differenziati: in quello “all you can eat” i piatti più elaborati non ci sono. Rimpiangere il Grande Timoniere.


Chiamarlo sempre e solo AYCE per far capire che vi muovete in un contesto moderno, dinamico e internazionale.


- Esprimere forti dubbi sulla qualità delle materie prime: impossibile tenere quei prezzi.

 

- Essere certi a priori che chi pratica l’AYCE non abbatte pesce e crostacei, esponendo la clientela ai rischi dell’anisakidosi.

 

- Ogni volta restare costernati dalla goffaggine dei camerieri che buttano i piatti sul tavolo in rigoroso silenzio come se stessero servendo il rancio in un penitenziario e li ammassano sempre nelle posizioni più scomode. Valutare se far partire un pippone sul diverso modo di intendere il pranzo e la cena in Oriente e in Occidente.

 

- Plaudire al civilissimo uso di far pagare un extra per tutto quello che si ordina e non si finisce.

 

- Aborrire il commensale che non sa impugnare neanche una vanga ma che si incaponisce a usare le bacchette, perché la cultura giapponese è soprattutto estetica. Il peggiore è il filologo che le chiama “hashi”, brutalizzando ogni boccone che prima di essere introdotto nella bocca viene ridotto a un’immonda ratatouille informe oppure trafitto come da un giavellotto.

 

- No, nun è che se magna male: manca un po’ er giro de polso!

 

- Tanto sono tutti cinesi: vantarsi di essere più giapponesi voi, dopo dieci anni di judo.

 

- “Ci facciamo un sushino?” Causa sufficiente per ottenere il divorzio per crudeltà mentale. Sta nella stessa categoria di “attimino” per significare una minima quantità.

 

- Sedersi a un cino-giapponese al you can eat e immediatamente ricordare ai commensali che i tonni sono fortemente a rischio a causa di questa delirante moda del pesce crudo. Valutare se ammorbare i presenti con un tedioso elenco di piatti cucinati della tradizione giapponese. Farlo come se fin da bambino non si avesse mai mangiato altro.

 

- Conoscere il ristorante sushi con il miglior rapporto qualità/prezzo del mondo. Naturalmente, per il principio di non contraddizione, non è possibile che nessun altro dei commensali conosca un secondo ristorante con il miglior rapporto qualità/prezzo del mondo. In ogni caso chiedere perché non si sia andati là.

 

- Ricordare con tenerezza che le prime volte il sushi vi faceva sinceramente schifo.

 

- Apprezzare la cucina giapponese perché esteticamente purissima; disprezzare ingiustificatamente quella cinese, perché suggerisce un’idea di sporco. Proditoriamente ricordare che in Cina mangiano i cani e i gatti.

 

- Auspicare che la prossima tappa di civiltà sia l’avvento dei ristoranti fusion all you can eat.

 

- “Potrei avere un po’ di sale, per favore?” (Sentita recentemente in un sushi restaurant AYCE).

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