All'ospedale

Almeno una volta nella vita ci siamo stati tutti. Qualcuno più di una volta. Ecco perché è fondamentale avere qualche pensiero di pronto impiego da snocciolare con eleganza se la conversazione lo richiede

2 Marzo 2018 alle 06:00

All'ospedale

• Notare come non appena tra i degenti subentra un minimo di familiarità scatti la competizione a chi è più malato. “Ma tu quanto avevi di colesterolo?” “Duecentocinquanta.” “Eh, io più di trecento!” Deplorare.

 

• Affermare che i medici sono profondamente cambiati negli ultimi anni: ora ti parlano e ti ascoltano, mentre una volta ti consideravano un seccatore portatore di una malattia che sarebbe stato interessantissimo studiare in astratto. Plaudire ai comitati di bioetica.

 

• Interrogarsi sul perché la prima colazione venga servita in basse ciotole più adatte al brodo che al caffelatte o al tè. Se si hanno studi umanistici alle spalle valutare se citare la storia della volpe e della cicogna di Lafontaine.

 

• Tuonare contro i bagni privi di chiavistello.

 

• Ogni volta che si è alle prese con i mesti pasti evocare la scena di Papillon prigioniero all’Isola del diavolo nella cella di isolamento, al buio, che insegue le scolpendre per integrare la magra dieta e che rantola “Sono ancora vivo!”

 

• Deplorare la tv a pagamento a disposizione dei degenti. Il peggio è quando il paziente viene trasferito o dimesso ma la tv, che è stata pagata per più giorni, continua a funzionare giorno e notte (per fortuna muta) come in certi pub di dubbio gusto.

 

• Avere trovato un compagno di stanza laureato in filosofia teoretica ed essersi prontamente bullato con gli altri degenti ostentando conversazioni sulla metafisica orientale, a sottolineare la propria egemonia culturale.

 

• Stigmatizzare i pigiami troppo stravaganti o quelli troppo familiari. Quelli di flanella con il sedere molle, alla Superpippo: evitare sempre.

 

• Rammaricarsi che la flatulenza sia di fatto stata sdoganata.

 

• Infermieraaa! Ostinarsi a non usare il campanello. Consentito solo se totalmente andati.

 

• Nonostante si comprendano perfettamente le ragioni delle altrui sofferenze, dopo le prime ventiquattr’ore desiderare sterminare tutti i compagni di stanza. Dissentire da sé stessi.

 

• Tuonare contro i paramedici inflessibili che allo scadere dell’orario di visite girano per il reparto sfollando i parenti. Sospettare che ci godano.

 

• Avanzare ipotesi sull’entità fantascientifica della tangente pagata per aggiudicarsi l’appalto della ristorazione.

 

• Innamorarsi di un’infermiera. Rétro.

 

• Stigmatizzare la drammatica carenza di docce, che non giova all’atmosfera.

 

• Ricordare con orgoglio che, checché se ne dica, il nostro è comunque uno dei più avanzati sistemi sanitari del mondo. Evitare repliche scontate.

 

• Ricordarsi sempre di dire che qui non è come negli Stati Uniti, dove se non hai una carta di credito coperta o un’assicurazione sanitaria extralusso ti lasciano morire. Ma non c’è niente da fare, loro sono rimasti ai tempi della conquista del West: Obama ci ha provato a portarli nel ventunesimo secolo, ma con il parruccone che si ritrovano ora, vederla come un’ipotesi remotissima. Sempre fare dei dintinguo tra New York e Los Angeles e il resto degli Usa.

 

• A differenza di qualunque altro professionista il medico appartiene a due sole categorie: a quella dei geni, che hanno poteri taumaturgici, e a quella dei cani che non distinguerebbero un raffreddore da una frattura al femore. A memoria d’uomo non si ricorda nessun medico che fosse solo un bravo medico. Dolersene.

 

• La religione va bene negli ospedali. Dio gode di una certa popolarità in posti del genere. (Charles Bukowski)

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