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Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quel che si dice

Il cappello

Per molto tempo è stato un accessorio imprescindibile per uomini e donne, poi ha subito alterne vicende, ora è tornato con la sua potente carica simbolica. Ecco cosa dirne.

2 Settembre 2016 alle 06:18

Il cappello
- Temere chi guida con.

 

- Fino alla fine degli anni Cinquanta nessun uomo usciva senza. Se si vuole suggerire una sagace tempra di sociologo, porre in relazione la perdita di popolarità del cappello con la contemporanea riduzione delle dimensioni delle auto americane.

 

- Mai definirlo genericamente cappello; chiamarlo per nome - Borsalino, trilby, fedora, porky pie hat eccetera - attesta un cospicuo background culturale.

 

- Detestare quella specie di cappello frigio di lana in voga tra gli hipster e i rasta.

 

- Sperare che qualcuno usi la locuzione "cappello sulle ventitré" per spiegare che non si fa riferimento alle 11 del quadrante dell'orologio, bensì alle funzioni religiose: le ventiquattro vanno intese come la fine della luce del giorno, quindi alle 23 i raggi del sole sarebbero già molto obliqui, come il cappello appunto. Attenzione a non tirarsela troppo.

 

- Suo malgrado la regina d'Inghilterra è un'inarrivabile icona pop grazie ai suoi cappellini. Convenirne.

 

- Mai parlare di cappelli modello preservativo: triviale. Evitare facili battute sul complemento di specificazione di testa.

 

- Chiedersi con aria apparentemente distratta perché il Panama si chiami così benché sia originario dell'Ecuador. Godersi lo sgomento negli occhi dei presenti.

 

- Affermare con decisione che il Borsalino è un cappello magnifico, ma che con l'eccezione di Cary Grant, Humprey Bogart e pochi altri sta di merda. Convenirne. Rammaricarsene.

 

- Ci sono cose che il cinema ha reso inutilizzabili. Per esempio, nessuno uomo può più chiedere un Vodka-Martini agitato non mescolato, per non sembrare un epigono trash di James Bond e nessuna donna può più indossare il cappellone nero a tesa larghissima per non sembrare la portinaia di Audrey Hepburn. Dolersene.

 

- Detestare quelli che non se lo tolgono mai neanche in interni, convinti che faccia personaggio. Ogni volta provare la tentazione di fargli una piazzata.

 

- Deplorare chi indossa in città passamontagna di lana dai colori improbabili con tanto di ponpon, perché tanto l'unico scopo del cappello è tenere caldo. Aborrire questa visione del mondo biecamente utilitaristica che, spinta alle estreme conseguenze, induce a spezzare gli spaghetti a metà, perché così cuociono prima, tanto poi, quando sono giù si mescola tutto. Rabbrividire.

 

- Io penso che tua testa buona solo per tenere cappello. (Vujadin Boškov a un giornalista che prevedeva la retrocessione del Napoli.)

 

- Usare l'epressione "Chapeau!" per suggerire conoscenza del francese e uso di mondo. Evitare ulteriori francesismi nel corso della medesima serata per non guastare l'effetto.

 

- Con piglio semiologico affermare che è un accessorio estremamente ideologizzabile: ci vuole niente a passare dal basco al cheguevarismo della mutua. Come gli occhiali con la montatura pesante non fanno necessariamente l'hipster, così il cappello floscio non fa il rivoluzionario. Arabescare a braccio sull'impero dei segni.

 

- Al cinema se si capita dietro a quello col cappello chiedergli per favore di toglierselo solo per il piacere di sentirlo sbuffare infastidito. Pregustare il pippone che si farà partire in seguito sulla morte dell'educazione.

 

- Citare il Capellaio matto. Non è necessario aver letto "Alice nel paese delle meraviglie", tanto in Italia non lo ha fatto quasi nessuno.

 

- Se l'uditorio è sufficientemente ingenuo relativamente alla settima arte, citare Sergio Leone che sosteneva come Clint Eastwood all'epoca di "Per un pugno di dollari" avesse solo due espressioni: con il cappello e senza cappello.

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