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Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quel che si dice

Netiquette

Se non la si conosce bisogna impararla per non restare fuori dal mondo. Ecco allora alcuni concetti di pronto impiego per far capire che sul tema la sapete lunga

26 Febbraio 2016 alle 06:09

Netiquette
- Inserire il prossimo in un gruppo web a sua insaputa merita il carcere duro. Convenirne.

 

- Pregare ogni mattina che non scappi un errore di battitura o – Dio non voglia! – di sintassi in un post su Facebook. Nel caso, essere emotivamente preparati alla violenza censoria dei custodi della lingua. Interrogarsi sui tenebrosi processi mentali degli stessi.

 

- Scagliarsi contro i colleghi che usano le mail come clave. Dopo la settantesima in un giorno, si è legittimati a lasciarsene sfuggire qualcuna. Allorché verrà pronunciata la frase: "Eh, ma io ti ho mandato una mail!" combattere l'impulso di saltare alla giugulare.

 

- Classificare i corrispondenti mail in tre categorie: quelli da leggere sempre (capi, amici, colleghi attendibili); quelli da leggere occasionalmente (chi scrive oggetti interessanti; chi deve dare una risposta; chi ha diritto al beneficio del dubbio); quelli da non leggere mai (chi scrive oggetti goffamente spiritosi, i rompicoglioni in genere, tutti gli altri).

 

- Invocare l’anatema contro chi tagga il prossimo in foto in cui ci sono solo dei pangolini o altri animali esotici.

 

- Scrivere alla carlona, perché la mail è un mezzo veloce e si ha ben altro da fare che perdere tempo a rendere comprensibile la propria prosa: l'espressività è tutto, la sintassi è a zero. Interrogarsi su che cosa si farà mai in quei venti secondi risparmiati a non rileggere.

 

- Tuonare contro quelli che non si fanno vivi da lustri e poi mandano una mail in cui pongono una domanda diretta e specifica, come se ci si fosse lasciati mezz'ora prima.

 

- Non sapere come togliersi dal gruppo web di un molestissimo villaggio vacanze del brindisino, giacché nel brindisino non si è mai stati, né si prevede di andarci. Di seguito commentare che ai tempi in cui c’era ancora la pubblicità postale, neppure Scientology arrivava a tali livelli di petulanza.

 

- Scagliarsi contro gli emoticon è una battaglia di retroguardia, perché il linguaggio è un organismo vivente che si evolve eccetera, tuttavia usarne dieci in un messaggio di due righe si configura come comportamento socialmente pericoloso per cui si invoca il TSO. Convenirne.

 

- Fondare un movimento d'opinione contro l'uso urticante delle parole tutte in maiuscolo nelle mail. Punti esclamativi: solo previa valutazione di un linguista riconosciuto.

 

- Presentare una proposta di legge che conceda alla prosa delle chat gli stessi diritti della grammatica tradizionale. Replicare conducendo un’aspra battaglia sociale contro l’equiparazione della lingua web alla lingua letteraria e giungere a una sofferta mediazione grazie a un maxiemendamento che stralci l’adozione dell’imperfetto al posto del congiuntivo.

 

- Rispondere con solerzia alle mail solo quando è in copia il capo, qualifica il leccaculo. Convenirne.

 

- Mai invitare nessuno, nemmeno se è vostro fratello di latte, a giocare a Candy Crush, Farmville o a qualsivoglia altra cazzata. Eventualmente, ricorrere al Prozac.

 

- Postare sui social network foto dei propri figli con commenti che capiscono solo i congiunti. Deplorare.

 

- Postare articoli che illustrano come si può curare il cancro con acqua e bicarbonato. Astenersi.

 

- Postare foto di animali bisognosi e sfortunati. Deprecare.

 

- Postare foto di trenette al pesto con il commento: “Stasera trenette al pesto!”. Miserevole.

 

- Curare ossessivamente la punteggiatura di mail e sms come forma di silenziosa polemica nei confronti di chi non usa il punto a fine frase, perché troppo assertivo.

 

- Trovarsi con altri sopravvissuti a rievocare la consecutio temporum: evitare il reducismo.

 

- Tuonare contro quelli che mandano tre messaggi consecutivi via WhatsApp per dire: "Ci vediamo", "al bar", "alle sei". Replicare chiamandoli tre volte al telefono per dirgli: "Mi spiace." "Alle sei non posso." "Facciamo alle sette."

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