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Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quel che si dice

Il coccodrillo

La vita è troppo breve per sparlare dei commenti funebri senza un’attrezzatura concettuale adeguata

15 Gennaio 2016 alle 06:18

Il coccodrillo
- Aborrirlo se non è il proprio.

 

- Stigmatizzare quelli che scrivono post dolenti sui social network non appena si diffonde la notizia della morte di un personaggio famoso. Sospettare che stiano appostati tutto il tempo per postare per primi e fare schizzare i contatti.

 

- Postare "Ciao (segue nome di battesimo dello scomparso)", come se lo si avesse conosciuto personalmente. Deplorare. Se lo si è fatto, pentirsene.

 

- Le notizie sulla mia morte sono state enormemente esagerate. (Mark Twain)

 

- Collezionare epitaffi di viventi, come Montanelli. Apotropaico-chic. (Vedi seguente)

 

- Epitaffio per il collega nullafacente: “Qui riposa nuovamente (inserire il nome)”. 

 

- Tuonare contro quei politici che manifestano su Twitter il proprio dolore per la morte di un mito del rock, benché la loro cultura musicale sia notoriamente ferma alle cassette Stereo 8 di Fausto Papetti con le donne nude in copertina. Solo se l'uditorio è anagraficamente attrezzato per cogliere la citazione.

 

- Apprendere da un amico giornalista che tutte le redazioni tengono pronto il vostro coccodrillo da anni è voluttà da finissimo buongustaio.

 

- Sognare a occhi aperti di partecipare al proprio funerale per godere della commozione generale, come Tom Sawyer. Farlo, ma disapprovare.

 

- La cosa più seccante della morte è non poter leggere i propri coccodrilli. Dirlo in tono blasé.

 

- Notare come per una settimana non si faccia che vedere ovunque compianti funebri del defunto famoso e poi,  già dopo un mese, si fatichi a ricordare quanti anni siano passati dalla scomparsa. Convenirne.

 

- Stigmatizzare l’ego ipertrofico di chi, per segnalarsi come spirito fuori dal coro, posta un commento che ridimensiona l'importanza dello scomparso, soprattutto se universalmente ritenuto un genio.

 

- Attendere con ansia l’apparizione sui media della classifica dei dieci più bei dischi/film/libri del defunto. Fare a gara con gli amici a chi la segnala per primo.

 

- Condannare la mancanza di discrezione di chi si arroga il diritto di inondare i social network dei propri commenti sulla morte di un personaggio pubblico. Farlo attraverso un social network.

 

- Ricordare la dichiarazione di Dino Risi che, già ultranovantenne, si augurava di non morire a pochi giorni di distanza da Monicelli, affinché non gli toccasse la sorte di Ranieri di Monaco, che è morto tre giorni dopo Wojtyla e non se l'è filato nessuno. Ammirarne l’intelligenza.

 

- Chi stigmatizza per primo il cinismo del quotidiano che pubblica il titolo "Il dolore del marito/della moglie di..." si qualifica come coscienza critica dell’informazione. Convenirne.

 

- Anche se un artista ha dato alla luce l’ultima opera venticinque anni prima, al momento della morte questa diventa automaticamente il suo testamento spirituale. In alternativa, vi si può anche vedere il fosco presagio della fine. Interrogarsi con disincanto sul perché.

 

- Confrontare il tono distaccato e aritmetico dell’articolo di fine dicembre che elenca i cadaveri eccellenti dell’anno e quello accoratissimo dei relativi coccodrilli. Arabescare dolenti considerazioni morali ad libitum.

 

- È solo sonno arretrato. (Epitaffio sulla tomba di Walter Chiari)

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