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Come fare bella figura senza necessariamente sapere quel che si dice

Film al cinema/Film a casa

È un dilemma evergreen su ci si può sempre dire qualcosa di vecchio, ma ancora utile. Eccovi una scelta di banalità da non evitare.

25 Settembre 2015 alle 06:18

Film al cinema/Film a casa
- Un non problema. Affermazione che denota apertura mentale e assenza di settarismo intellettualoide.

 

- Scagliarsi duramente contro i film in tivù lascia intendere una temperie intellettuale dura e pura.

 

- Dilungarsi sulla mitologia della sala cinematografica: il buio, l’odore delle poltrone, la situazione vagamente amniotica ecc. Evitare: usurato.

 

- Spiegare con piglio sociologico che la fruizione filmica domestica è radicalmente diversa da quella in sala, giacché deve confrontarsi con il telefono, la vescica incontinente, il bimbo urlante ecc. Dissertare a braccio su come ciò incida sul linguaggio cinematografico. Spararne di grosse.

 

- Indimenticati “Gli indimenticabili di Rete 4”, caposaldo della cinematografia televisiva primi anni Novanta, dove un film durava mediamente intorno alle tre ore e mezza, metà delle quali erano pubblicità. Deplorare.

 

- Parlare della sempre più rapida obsolescenza dei supporti digitali: lamentarsi di avere la casa piena di dvd di cui si vorrebbe disfare, ma non essere ancora pronti a farlo, poiché appena riavuti dall’epurazione delle videocassette.

 

- Ragionare sul fatto che un film è un po’ troppo lungo per una visione casalinga: infatti, raramente si arriva svegli al secondo tempo. Al contrario, le serie tv hanno la lunghezza perfetta, che consente di vedere un intero episodio prima che le funzioni gastriche più impegnative prendano il sopravvento.

 

- Constatare il frustrante fenomeno per cui ci si addormenta sempre allo stesso punto. Nonostante la caparbietà con cui ci si accanisca a ripassare la sequenza, lamentare di non essere mai giunti a sapere – per esempio – che cosa succede alla fine della scena del surf su “Satisfaction” dei Rolling Stones in Apocalypse Now.

 

- La vera piaga del guardare i film in tivù è l’impossibilità di resistere ai propri istinti deteriori. Ogni qualvolta ci sia da scegliere tra un Fellini d’annata su un canale e una vanzinata qualunque su un altro, ammettere di scegliere sempre senza esitazione la seconda. Affermazione che posiziona come lucidi critici dell’ipocrisia ad alto tasso di scolarizzazione.

 

- Avere l’abbonamento a Sky Cinema, ma dire di guardare esclusivamente Sky Classic, perché sugli altri canali ci sono solo blockbuster (per cui nutrite un sovrano disprezzo: ricordare).

 

- Tanto a ottobre arriva Netflix e non ce ne sarà più per nessuno. Affermarlo con fermezza denota competenza nel campo dei media. Non è necessario saperne di più.

 

- Di tanto in tanto ricordare ex abrupto che la tv generalista è morta. Convenirne.

 

- Di tanto in tanto ricordare che ormai i giovani la tv non la guardano più e che tutto passa per il computer o i telefonini.

 

- Ricordare con nostalgia quando, all’uscita dal cinema, si captava il commento increscioso di qualcuno sul film appena visto e ci si poteva scambiare uno sguardo di superiorità con il proprio accompagnatore.

 

- Dolersi che il junk food sul divano di casa non dia minimamente la stessa soddisfazione che dà al cinema. Peraltro lamentare l’impossibilità di trovare i semi di zucca al supermercato.

 

- Odiare ideologicamente quelli che spiegano che non c’è gara tra sfelicitarsi la vita per andare al cinema e starsene comodamente spaparanzati sul divano di casa davanti a un megaschermo di 72 pollici a godersi il film. Odiarli in modo direttamente proporzionale al numero di pollici del megaschermo.

 

- Stigmatizzare quelli che si assentano inopinatamente a metà di una scena topica e mentre tu impugni il telecomando per fermare la proiezione dicono: “No, no, non fermare, torno subito”. Poi tornano e rompono i coglioni a sangue chiedendo spiegazioni dettagliate su quel che è accaduto.

 

- Ricordare che in gioventù ci si è sciroppati tutto il ciclo sul primo Wenders (La paura del portiere prima del calcio di rigore; Alice nelle città; Falso movimento; Nel corso del tempo) perché alla cineteca era iscritta una ragazza che vi piaceva. Rammaricarsi di aver snocciolato giudizi critici perlomeno avventurosi su Wenders, ignari che lei all’uscita si sarebbe accompagnata con un pallanuotista semianalfabeta. Avere tentato vanamente di rimuovere la cicatrice.

 

- Sostenere che i film passati da Enrico Ghezzi alle tre di notte su Rai 3 fossero stati girati segretamente da lui e poi spacciati per capolavori di registi kazaki.

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