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Eataly

Secondo alcuni è la nuova frontiera del capitalismo di qualità che coniuga profitto e cultura, secondo altri è un colossale caso di disinformazione radical-chic. Eccovi allora qualche opinione da snocciolare con aria blasée al prossimo happy hour.

28 Marzo 2014 alle 00:00

Eataly

- Ha rotto le balle.

- Era ora che qualcuno ponesse l’accento sulla cultura alimentare italiana, una delle tante ricchezze di questo Paese non sufficientemente valorizzate, come l’arte, le bellezze naturali... Continuare a soggetto.

- Avere un eritema al sentire nominare la cultura alimentare italiana. Soprattutto detestare di doversi sentire un pirla ogni volta che si trangugia un toast di corsa tra una riunione e l'altra.

- Dibattere accanitamente la figura di Oscar Farinetti. Deprecare il suo atteggiarsi a filosofo quando in realtà mira solo a fare soldi (scuola Celentano). Vale anche ammirare il suo essere un geniale imprenditore illuminato (scuola Fazio).

- Aborrire la prosa merceologica dei prodotti alimentari secondo la quale il prosciutto di Parma è fatto solo con maiali suicidi provenienti da allevamenti selezionati; il pane è cotto in forni a legna alimentati solo con ceppi di faggio biedermeier; l’olio è di olive taggiasche coltivate con il metodo Montessori, rigorosamente non abbacchiate, bensì indotte a saltare nelle reti unicamente con la forza della persuasione. Rimpiangere i tempi spensierati in cui il pecorino era solo pecorino e non un sostitutivo dei figli.

- Ma frequentare Eataly essendo bersaniani può essere considerata una forma attualizzata della doppia verità togliattiana? Argomentare pro e contro.

- Ricordare l'abitudine tutta italiana di denigrare chi ha successo e sentire che i tempi sono maturi perché qualche vate dell’alimentazione si scagli a testa bassa contro Eataly: accettare scommesse su chi lo farà per primo.

- Una roba da fighetti radical-chic. Ribattere che questo è snobismo al contrario.

- Dire che Eataly di New York è il negozio più visitato della città. Se necessario arrivare fino al più visitato d’America o, in casi estremi, del mondo.

- Eataly viene in un bundle insieme a: bicicletta con freni a bacchetta e cestino di vimini, labrador golden retriever e selezione di romanzi Adelphi e/o Minimum Fax.

- Rammaricarsi che da Eataly tutto costi molto di più che nei negozi normali. Se qualcuno lo fa ribattere immediatamente che è un luogo comune, mentre in realtà costa come nei negozi normali.

- Chilometri Zero non è una filosofia commerciale, bensì la distanza che si è disposti a percorrere per andare da Eataly. Convenirne.

- Ricordare che a Tokio ci sono nove negozi Eataly. Non capire perché si continui a infierire su un Paese che ha già subito due olocausti nucleari.

- Dopo aver trascorso mezz’ora da Eataly provare l’inspiegabile desiderio di rinchiudersi in una di quelle trattorie d'antan con i camerieri dai piedi piatti e il tovagliolo sotto l'ascella.

- Proporre una riforma fiscale basata sul linguaggio. Applicare le aliquote più efferate a chi usa le espressioni: bio, Slow Food, chilometri zero, filiera, consapevolezza alimentare, eccellenza italiana e così via.

- Essere terrorizzati dall’approssimarsi dell’Expo 2015 dedicato all’alimentazione. Non escludere l'espatrio.

- Notazione pop. Farinetti è uguale a Japino, ha ragione Crozza.

- Ogni volta che si entra da Eataly avere la visione di un futuro distopico in un cui un governo tirannico di oligarchi del culatello e del Nero d'Avola cerca di sterminare i carbonari che si riuniscono nelle cantine degli ex-Burger King per gestire il contrabbando dei porri non biologici.

- Sintetizzare icasticamente il dissenso per la trasformazione dell'ex teatro Smeraldo di Milano nel nuovo negozio di Eataly: "Non di solo pane a lievitazione naturale vive l'uomo".

- Rivalutare gli spaghetti “bolognaise” e le tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi.

- Dire che il Paese è chiaramente in preda a un delirio psicoalimentare. Se gli interlocutori sono anagraficamente adeguati, individuare la fase seminale di questa deriva nel programma domenicale degli anni Settanta “Colazione allo studio 7” con Ave Ninchi e Luigi Veronelli.

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