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Le cene in piedi

Sofistici gourmet o golosoni di bocca buona, di tanto in tanto capita di trovarsi stipati a casa di un amico o in qualche locale alla moda a spilluzzicare da buffet stolidamente rigogliosi. Ecco perché non si può non avere da dire qualcosa sulle cene in piedi.

21 Marzo 2014 alle 00:00

Le cene in piedi

- Il livello zero dell’alimentazione contemporanea. Vi si mangia quasi altrettanto male che agli happy hour e sono persino più scomode.

- Solitamente c’è un unico piatto veramente buono, che finisce subito. Dolersene.

- E poi, a un certo punto, arriva la pasta ed è allora che i combattimenti si fanno più aspri.

- Detestare quelli che si piazzano strategicamente accanto al buffet e di tanto in tanto allungano il braccio prelevando, or qua or là, dalle varie pietanze.

- Enumerare mentalmente altre situazioni in cui ci si trovi a bere Coca-Cola calda da bottiglioni da due litri. Non riuscirvi.

- Scovare anfratti remoti dove abbandonare il proprio bicchiere, per poterlo eventualmente riprendere. Avere di recente riesumato dallo sgabuzzino un bicchiere in pvc risalente a una serata finale del festival di Sanremo degli anni Novanta. Stigmatizzare la pratica di scrivere il nome sul bicchiere col pennarello: squallida e inefficiente perché, di solito, ci sono almeno tre Marco.

- Dolersi che i piatti di plastica siano così disperatamente brutti, scomodi e obblighino ad assumere posizioni patetiche per mangiare. Per tacere del fatto che non si sa mai dove buttarli dopo.

- Le lasagne sono sempre il momento clou. Competere per la porzione d’angolo.

- Notare che i piatti migliori arrivano sempre quando ci si è già rimpinzati di patatine, popcorn e altre puttanate. Ravvisarvi una strategia analoga a quella delle pensioni degli anni Sessanta che abbondavano con i carboidrati per risparmiare sulle proteine.

- Invocare dure pene detentive per chi usa l’espressione: “Ma si viene già mangiati?”

- Osservare con curiosità antropologica il simpaticone che continua a mangiare per tutta la sera come se fosse reduce da anni di privazioni, commentando iperbolicamente ogni boccone con: “Da paura!”.

- Coltivare a lungo l’idea di portare la parmigiana di melanzane preparata secondo la ricetta filologica della nonna; esitare di fronte all'ipotesi di trascorrere un pomeriggio ai fornelli; cadere in deliquio al pensiero dell’odore di friggitoria ristagnante per una settimana in camera da letto; quindi, optare per una teglia di pizza e dieci supplì dalla rosticceria sotto casa.

- Sapere che qualunque contenitore alimentare si porti a una di queste cene, diventa ufficialmente di proprietà della padrona di casa. Illudersi dal 2001 di rientrare in possesso di una batteria di frigoverre. Tuonare contro l’istituto giuridico dell’usucapione.

- Continuare a saltare da un gruppo all’altro, dalla cucina alla camera, dal terrazzo al corridoio, senza riuscire a coinvolgersi in nessuna delle conversazioni che vi si svolgono. Ripromettersi di partecipare esclusivamente a cene placées.

- Le peggiori sono le cene in piedi nei locali pubblici, dove alla farragine alimentare si somma l’impossibilità di qualunque forma di conversazione a causa della musica a volumi grotteschi. Migliorare costantemente il proprio record di velocità: essere arrivati ad apparizioni di soli dieci-quindici minuti.

- Deprecare il momento speleologico del recupero del proprio cappotto, tumulato sotto una montagna di indumenti di semisconosciuti.

- Presentarsi con il Tiramisù di una famosa pasticceria e innescare una feroce disputa su quale sia il migliore della città.

- Nutrire un'insuperabile diffidenza ideologica nei confronti del finger food.

- Piangere la scomparsa della salvia fritta, che ha goduto di una fugace popolarità qualche anno fa.

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