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Le librerie

Meglio le grandi catene o meglio i piccoli negozietti? Amanti delle rutilanti fiere del bestseller o cultori della raffinatissime botteghe editoriali? Austeri caposaldi dell'alta cultura o sgargianti templi del marketing? Queste e altre risposte nella puntata di questa settimana del Manuale dedicata alle librerie.

28 Settembre 2012 alle 00:00

- Sono una grande ricchezza da difendere a tutti i costi.

- Rimpiangere i commessi di una volta che avevano tutto il catalogo in testa, al contrario di quelli di oggi che senza computer non sanno neppure come si chiamano. (Vedi seguente)

- Narrare di essere entrato in una libreria di una grande catena, di avere chiesto Anna Karenina a un commesso ventenne e di essersi sentito domandare: “Ma è una novità?”. Deplorare.

- Evitare le librerie appartenenti a una certa catena perché non si vuole dare del denaro a quella parte politica: attesta integerrimità. Replicare che a essere rigorosi non si dovrebbe nemmeno più uscire di casa.

- Aborrire la bieca logica mercantile per cui un libro uscito più di tre mesi fa, se non è diventato un bestseller, è praticamente introvabile.

- Magnificare le librerie di New York dove, volendo, si può trascorrere una giornata intera: lascia intuire uno stile di vita cosmopolita.

- Spiegare con competenza che la logica delle grandi catene è espressa dal principio di Pareto: con il 20% dei titoli si fa l’80% degli incassi. In un contesto umanistico è di sicuro effetto. (Vedi seguente)

- Dire che l’avvento di internet obbliga l’editoria a confrontarsi con il modello della coda lunga. Non serve conoscere i fondamenti teorici della coda lunga, tanto li sanno in pochi.

- Scagliarsi contro le grandi catene che strangolano i piccoli librai. Replicare che limitare gli sconti per legge è un modo antico di far fronte a una situazione nuova. Denota capacità di visione e attenzione all’attualità.

- I bookshop dei musei europei sono fichissimi, quelli italiani fanno tristezza. Convenire.

- Tuonare contro la grande catena che ha catalogato il vostro libro umoristico nel settore sbagliato, ma sentirsi lusingati dall’essere finiti tra il carteggio Arendt-Heidegger e “L’essere e il nulla” di Sartre.

- In gioventù avere lavorato in una libreria per mantenersi agli studi. Raccontare di avere venduto “Justine” di De Sade a una cliente petulante che cercava una lettura istruttiva per la nipote adolescente.

- Rubare i libri è pur sempre un furto, ma andrebbe sanzionato in modo più mite del banale taccheggio. Fare seguire dibattito.

- Temere gli inviti alle presentazioni di romanzi di giovani autori in librerie semivuote, con luci al neon, in cui sul palco c’è  lo stesso numero di pensionati presenti in sala. Rabbrividire.

- Ironizzare sulla seriosità degli autori durante le presentazioni dei propri libri, a meno che non si tratti dell’Antico Testamento.

- Avere sempre dimenticato la card fedeltà a casa. Rammaricarsene inutilmente con l’insensibile cassiera.

- Se si è scritto almeno un romanzo (meglio se inedito), aggirarsi per la libreria spiando con disgusto i libri scelti dagli altri clienti.

- Avere la propria libreria del cuore. Chic. Quanto più è vecchia e male in arnese tanto più testimonia refrattarietà alla massificazione culturale.

- Dare appuntamento al coffeeshop di una libreria lascia presagire una vivace sensibilità culturale, solitamente assai apprezzata dalle ragazze. Appuntamenti davanti agli AS Roma Store: sconsigliati.

- In libreria si fanno sempre incontri stimolanti: vedi Robert De Niro e Meryl Streep in “Innamorarsi”. Chiosare che il cinema è finzione.

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