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I tatuaggi

Dragoni rampanti, creature fantastiche, demoni esotici, simboli religiosi, motivi tribali e tributi all'amato occhieggiano sempre più trasgressivamente sotto inappuntabili tenute da business. Che siate appassionati di tatuaggi o che li detestiate, qui trovate alcune concetti di cui non potrete fare a meno in società.

30 Settembre 2011 alle 00:00

- Detestarli perché ormai sono massificati e privi di ogni significato originale.

- Dire di amarli perché sono un modo di esprimere la propria interiorità sull'organo più esterno del corpo. Notazione che lascia intuire un’insospettata profondità.

- Affermare che sono una discriminante anagrafica infallibile: sopra i quaranta sono rarissimi, sotto sono la norma.

- Considerare che fra una trentina d’anni questo sarà un paese costellato da draghi flaccidi, ali smosciate e farfalle appassite. Dolersene.

- Deprecare con piglio antropologico che la cultura maori sia nota esclusivamente per la haka degli All Blacks e i tatuaggi.

- Stigmatizzare la deriva culturale che consente la coesistenza sullo stesso avambraccio di divinità maori della guerra e del Sacro cuore di Gesù.

- Ma tribale di quale tribù?

- Una volta a esibirli erano solo precise categorie umane: marinai di lungo corso, ex galeotti, estremisti di destra. Oggi sono diventati ecumenici.

- Apprezzarne la definitività che testimonia solidità e fedeltà a un ideale.

- Aborrirne la definitività, superiore persino a quella di certi mutui quarantennali.

- Attribuire la scarsa diffusione dei tatuaggi in Italia rispetto al resto d’Europa a Cesare Lombroso, che li considerava uno dei tratti distintivi della devianza. Obiettare citando la tradizione cattolica dei frati marcatori di Loreto lascia intuire onnivore letture.

- Trovare disdicevole ogni forma di competizione, sia relativamente al numero di tatuaggi, sia alla percentuale di corpo decorata, sia alla bizzarria dei soggetti.

- Rammentare con un brivido di paura il corpo tatuato di Robert De Niro nel “Promontorio della paura”.

- Una smodata passione per i tatuaggi oltre a costituire un problema estetico può condurre a essere invitati allo Show dei record di Canale 5. Rabbrividire.

- Detestare chi illustra nei particolari il piano iconografico che ha intenzione di farsi incidere nella pelle. In casi estremi replicare di stare valutando un polittico che illustri sulla vostra schiena il ciclo delle storie dei Maccabei.

- Elencare le parti del corpo più dolorose da tatuare. Evitare, sadico.

- Qualunque tatuaggio, anche se realizzato a Grottaferrata o a Cantù, è sempre stato fatto ad Amsterdam. Meglio se durante una sbronza o una nebbia oppiacea.

- Suscitare un dibattito sulle differenze ideologiche tra tatuaggio e piercing. Attenzione a non scivolare nelle contrapposizioni viscerali Beatles-Rolling, Coppi-Bartali, bagno-doccia.

- Interessarsi ai tatuaggi dei vip con distaccata eleganza. Contestualmente riferire la citazione “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”: non ricordare se la si sia letta su Megan Fox o Marco Materazzi, né se sia di Eraclito o di Eminem.

- Apprezzare l'intrepidità di quelli che si fanno tatuare ideogrammi giapponesi sul coppino, giacché per quel che ne sanno potrebbero essere insulti di un tatuatore burlone.

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