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Emoticon & C

Chi non riesce a farne a meno sostiene che sono riusciti dove l'esperanto è miseramente fallito, chi non li sopporta li considera il livello zero della comunicazione umana. Fan entusiasti e detrattori irriducibili trovano qui alcune perle di saggezza da snocciolare alla prima occasione sugli emoticon.

23 Settembre 2011 alle 00:00

– Aborrire tutte le abbreviazioni senza distinzioni: ritenerle terribilmente poco chic.

– Trovare irragionevole la maggior parte delle abbreviazioni. A supporto fare notare che scrivere “ecc.” al posto di “eccetera” fa risparmiare forse un secondo. Contestualmente interrogarsi su che cosa si possa mai avere da fare di così importante in quel secondo.

– Essere allergici alla sequenza “due punti-trattino-parentesi chiusa” per significare un sorriso: provare un intenso desiderio di colpire il mittente con un martello, però sorridendo. (Vedi seguente)

– Avere un eritema alla vista della sequenza “punto e virgola-trattino-parentesi chiusa”: trovarla lasciva e inutilmente ammiccante.

– Se qualcuno si scaglia contro gli emoticon far partire un’estenuante pippa sull’evoluzione della lingua, stigmatizzando il misoneismo. Usare la parola "misoneismo" sottolinea discretamente la propria superiore cultura palesando al contempo il target in grado di apprezzarla.

– Tracciare una demarcazione concettuale tra gli emoticon fatti con la punteggiatura e gli smile qualifica l’affilato esegeta della modernità.

– Rivela notevole apertura mentale nonché conoscenza dell’universo tecnologico spezzare una lancia a favore dei kaoani, spiegando che sono una sorta di emoticon animati, assai in voga tra la gioventù giapponese.

– Se qualcuno fa riferimento alle forme contratte del linguaggio introdotte dai giovanissimi con gli sms, tuonare contro e attribuirvi senza esitazione la débâcle culturale del paese.

– Se si cita l'italiano sincopato delle comunicazioni digitali degli adolescenti, commentare le maggiori potenzialità espressive dell’inglese in ragione delle moltissime omofonie: suggerisce conoscenza delle lingue e, probabilmente, un background culturale di rilievo.

– Se qualcuno taccia di snobismo intellettuale chi rifiuta gli emoticon, evidenziare sdegnosamente la loro incapacità di esprimere emozioni e concetti più complessi di quelli propri di un macaco rhesus, quali per esempio: la subornazione, il rancore, la sobrietà. Quindi abbandonare la stanza.

– Gli smile sono intellettualmente al di sotto degli emoticon realizzati con la punteggiatura. Condannarli senza appello.

– Detestare gli smile: trovare castrante per la creatività la pratica di associare necessariamente un concetto a un’immagine corrispondente. Del resto, se Leopardi avesse mostrato quella siepe e da quanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo escludesse nessuno se lo sarebbe mai filato.

– E’ molto avanti per uno scrittore di nicchia difendere l’uso delle immagini al posto delle parole. Se ciò dovesse suscitare perplessità nell’uditorio troncare il discorso dicendo che gli egiziani ci si sono trovati benissimo per millenni.

– Sostenere che gli emoticon sono la forma espressiva precipua delle generazioni di questa fase storica: chiamarle genericamente “giovani” qualifica immediatamente chi lo fa come anziano, preferibile riferirsi a esse come “nativi digitali.”

– Evidenziare l’innata propensione di ogni generazione a sviluppare codici linguistici che tendono a sconcertare quelle precedenti: se si deve fare un esempio citare solo i “matusa” degli anni Sessanta o il “sì, cioè no, al limite” dei Settanta. Allungare l’elenco diluisce l’effetto.

– Anche se non si vede il nesso, ogni tanto buttare lì a casaccio i nomi De Saussure, Wittgenstein, Chomsky: statisticamente c’è sempre qualcuno che ha seguito delle lezioni di Umberto Eco. Una volta individuatolo, scambiare ammiccamenti carichi di significato.

– Se qualcuno vi invia un sms o una mail contente un emoticon di difficile interpretazione rispondere con la seguente formula; “Ma dici a me? Ma dici a me?... Ma dici a me? Ehi, con chi stai parlando? Dici a me? Eh, non ci sono che io qui. Di', ma con chi credi di parlare tu? Ah si, eh? E va bene...”. Un po’ laborioso, ma di sicuro effetto.

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