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Il vintage

E' la novità fashion di questi ultimi anni. Secondo alcuni una macabra pratica vagamente necrofila, secondo altri un'evoluzione culturale ecologica e anticonsumista. Anche se non vi è mai passato per la testa di farvi un'idea sul vintage, eccovi alcuni pregnanti concetti da spendere con successo in società.

9 Settembre 2011 alle 00:00

– Non se ne può più.

– Deprecare le straricche borghesi che vanno in giro travestite da sciroccate con la scusa che è vintage.

– Se lo si pronuncia all'inglese è trash, se lo si pronuncia alla francese è chic. Cogliere l’occasione per ricordare che anche stage va pronunciato alla francese e non all’inglese.

– Ha resuscitato interi guardaroba destinati alle donazioni di abiti per i meno fortunati.

– Un cappotto non è mai fuori moda, è vintage. Se si hanno studi filosofici alle spalle concludere che "Il linguaggio non è mai innocente", ma non specificare chi l'ha detto.

– Prendere spunto dall’abito anni Sessanta riesumato da un’amica ricca per una dotta dissertazione sul riciclaggio quale evoluzione responsabile del consumismo. Se il contesto lo consente accennare all'estetica dei bourgeois bohémiens.

– Se qualcuno usa la parola vintage per indicare una cosa vecchia chiarire che il termine sta a significare l’annata della vendemmia qualifica l'uomo di mondo. (Vedi seguente)

– Far notare che ormai il termine viene usato a sproposito per indicare qualunque roba vecchia attesta una salda formazione logico-razionalista. Valutare se, non appena qualcuno pronuncia la parola “vintage”, infilare le dita nelle orecchie e muovere la lingua vorticosamente imitando il verso del tacchino.

– Affermare che oggi non esiste più uno stile definito, ma che ogni donna può elaborare il proprio mescolando abiti nuovi e usati, esprimendo così la propria creatività. Se qualcuno lo fa, urlare “Basta con queste stronzate!” rivela il pensatore rigoroso, coscienza critica della modernità.

– Di fronte a un tubino nero di Givenchy commuoversi in silenzio e attendere fiduciosi che qualcuno dica che certi classici non vanno mai fuori moda.

– Audrey Hepburn. Un’icona di stile inimitabile.

– Notare che nessuna donna normale ha il fisico di Audrey Hepburn e quindi, grazie al cavolo, che è diventata un’icona di stile. Consentito solo fino alla taglia 42; sopra si potrebbe sospettare un risentimento personale.

– Coco Chanel. I suoi tailleurini (sempre citati al diminutivo) sono immortali. Peccato che, forse, fosse un po’ nazi.

– Se si parla di moda d’altri tempi inorridire al ricordo delle spalle imbottite degli anni Ottanta. Eventualmente canticchiare “I like Chopin” e rabbrividire sommessamente rievocandone il video.

– Davanti a un brutto abito del passato interrogarsi languidamente sui confini epistemologici del vintage. Replicare che talvolta è difficile discernerlo dal kitsch e, per accreditarsi come umanisti di vaste letture, citare la definizione di quest'ultimo fornita da Milan Kundera: "Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse."

– Una volta quando sopra i cinquant’anni ci si continuava a vestire da ventenni era segno che si stava cominciando a invecchiare, oggi al massimo si è la versione vintage di se stessi.

– Aborrire la prosa degli articoli di moda vintage, con i pois dal fascino senza tempo che conferiscono al taglio frizzante di un due pezzi anni Cinquanta uno struggente senso di grazia e di fascino estivo. Reclamare a gran voce la pena capitale.

– L'apoteosi del vintage è l’applicazione dell’iPhone che riproduce il vecchio telefono con la rotella dei numeri. Citare a casaccio Roland Barthes, Gillo Dorfles e i prodotti di culto produttori di mitologie.

– Annoverare il vintage tra il ciarpame culturale di questi anni insieme al burlesque, il minimalismo in letteratura e i video d’arte. Continuare l’elenco ad libitum, eventualmente fino a includere “i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese”.

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