cerca

La pausa pranzo

E' il quotidiano stillicidio che scandisce la nostra alimentazione. Un momento di relax o l'ennesimo rito consumistico di una società che ha perso di vista i ritmi naturali? Fans del tramezzino mesto o sostenitori di primo, secondo, frutta, dolce, caffè e ammazzacaffè, ecco cosa dire della pausa pranzo.

2 Settembre 2011 alle 00:00

- Vi si fanno sempre gli stessi discorsi. Convernirne.

- Se si fa un lavoro di concetto dire di volerlo abbandonare a favore di uno dopo il quale, quando si va a casa, si pensa ad altro, come per esempio il cameriere. 

- Aborrire bar e ristoranti: uno sperpero di denaro per mangiare pessimi cibi. In pianura padana decantare la “schiscètta”.

- Deprecare quelli che si portano il cibo da casa e lo consumano in ufficio: in questo modo non si stacca mai la mente.

- Ogni tanto esaltarsi per un posto nuovo, carinissimo, dove si mangia bene e si spende poco. Dopo un mese trovarlo scontato e peggiore di tutti gli altri.

- Notare con piglio sociologico che ai tempi di internet i ristoranti e i bar vicini all’ufficio sono rimasti gli ultimi luoghi dove si incontrano uomini e donne come si faceva una volta. Apprezzarlo.

- Tra un boccone e l’altro dardeggiare sguardi inquisitori sul locale affollato e poi, roteando un dito in aria, dire ai commensali “Certo che questa è una miniera d’oro”. I più rapidi possono anche tentare delle stime approssimative.

- S’è fatta una certa. Si mangia una cosa insieme? (Solo a Roma e dintorni)

- Diventare abilissimi nell’uscire a pranzo con un numero consistente di colleghi senza invitare il collega sgradito, evitando di incrociarne lo sguardo o di rivolgergli la parola dopo mezzogiorno.

- Andando al ristorante riconoscere unanimemente che il collega scientemente evitato è un bravo ragazzo. Se però qualcuno puntualizza che è bravo ma un po’ pesante, rincarare la dose fino al parossismo.

- Se qualcuno sedendosi al tavolo dichiara di essere vegetariano accusarlo di essere il solito rompicoglioni. Eventualmente far seguire una dissertazione sulla maggior disponibilità di offerte vegetariane di Milano rispetto a Roma.

- Un panino un paio di volte alla settimana va bene, ma tutti i giorni è un incubo. Valutare se aggiungere considerazioni gastrointestinali.

- Citare gli intermezzi che si svolgono durante la pausa pranzo de “L’uomo di marketing e la variante limone” di Walter Fontana e trovarli superiori ai dialoghi di Proust.

- Lamentarsi della scarsità dell’importo dei Ticket Restaurant qualunque esso sia. Contestualmente citare un’altra azienda che ne fornisce di più miseri.

- Interrogare con complicità d’antan i colleghi maschi su quale magica corrispondenza esista tra l’essere in procinto di uscire e la pipì delle donne.

- Stigmatizzare i tentennamenti sulla scelta del ristorante: stroncare sul nascere qualunque controproposta denota volitività e leadership.

- Dopo avere consultato per la milionesima volta lo stesso menù del bar sotto l’ufficio affermare che si preferirebbe di gran lunga la mensa interna. Ripeterlo a giorni alterni fino alle dimissioni.

- Denota acume e uno stile di vita internazionale commentare quanto gli stranieri si stupiscano di come gli italiani mangiando parlino di cibo, ma non di quello che stanno mangiando.

- Configura una personalità simpaticamente antiretorica citare la scena di Marrakech Express in cui Abatantuono dice: “Ragazzi, ho mangiato proprio male, ma male, male, male”.

- Complimenti alle cameriere, evitare: arcaico e maschilista. Scambiarsi sguardi d’intesa tra colleghe in merito al cameriere avvenente, consentito, ma non se il tavolo è composto da sole donne.

- Parlare dell’alito pestilenziale di un collega, evitare sempre, a meno che non si abbia il coraggio di farlo con l’interessato.

- Non poterne più dei soliti discorsi che si fanno durante la pausa pranzo. Neanche di questo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi