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Gli outlet

Almeno una volta ci siamo andati tutti. Per alcuni è un vuoto rito consumistico, per altri lo shopping elevato a forma d'arte. Comunque la pensiate, eccovi alcune idee da spacciare impunente alla prossima visita all'outlet.

27 Maggio 2011 alle 00:00

– Insieme a “Ikea” è la parola in grado di generare il maggior spasmo di terrore nel marito medio.

– Accompagnando la consorte, dopo la quarta ora di shopping la domenica pomeriggio recitare il monologo di Marlon Brando-Kurtz nel finale di Apocalypse Now:  “L’orrore… l’orrore…”.

– Per affrontare una domenica di saldi all’outlet ci vuole la resistenza di un dromedario, la pazienza di un bue e la ferocia di uno squalo bianco. Da ciò l’espressione “Una domenica bestiale.”

– E’ il feticcio per antonomasia del trash contemporaneo. Se qualcuno fa questa affermazione osservare che era dalla tappezzeria a fiori e dalla moquette degli anni Settanta che non si vedeva nulla di altrettanto emblematico.

– Detestare chi vi elenca minuziosamente natura, prezzi e percentuali degli sconti di tutte le merci acquistate in ogni singolo negozio.

– Conoscere qualcuno che la domenica va a pranzo all’outlet con tutta la famiglia. Parallelamente perorare la reintroduzione della pena di morte nei casi di crudeltà efferata.

– Conoscere persone che non si spingerebbero per nessuna ragione oltre il centro storico non esitare a intraprendere spedizioni interregionali per l'acquisto di giacche e camicie.

– Quelli del nord Italia sono più belli. Quelli europei sono più belli di quelli italiani. Quelli americani sono inarrivabili. Nel caso insinuare il dubbio che si tratti di centri commerciali tout court.

– All'apertura di un outlet evocare la scena di un film di Jerry Lewis in cui le clienti si precipitano su qualunque capo di abbigliamento come una mandria di bisonti lasciandolo in mutande. Per accreditarsi come sapidi cinefili citare il regista (Frank Tashlin) e il titolo originale (Who’s minding the store?). Non ricordare la brutta traduzione italiana.

– Sono simulacri di città perché, pur riproducendone la topografia, sono nati per un unico scopo: commerciare. Meno particolari si aggiungono, maggiore è l’illusione di specifici studi antropologici che si genera.

– Sono l'archetipo dei non-luoghi. Se qualcuno lo afferma controbattere che la teoria dei non-luoghi, come tutto il surmodernismo peraltro,  è roba vecchia.

– Deprecare l’uso indifferenziato dei termici “spaccio” e “outlet” lascia presupporre una rigorosa preparazione filologica. Eventualmente arabescare considerazioni sulla complessità della modernità osservando che esistono anche spacci riuniti e outlet monomarca.

– Avere visto una coppia di fidanzati depositare la lista di nozze in un outlet a due passi appenninici dal più vicino centro urbano. Conseguentemente avere rivalutato la propria condizione di single.

– Avere scoperto su internet un outlet chiamato Delirio.

– Trovarsi tra i templi dell’antica Roma o in un borgo rinascimentale circondati da griffe di moda può dare sensazioni analoghe a quelle che si ottengono assumendo dosi massicce di LSD.

– Se qualcuno vi chiede qual è il segreto della vostra proverbiale eleganza rispondete con nonchalance: “L’outlet. Non ci sono mai andato.”

– Il bambino Tizio Caio è pregato di ritirare i suoi genitori al negozio XYZ.

– A me fare la spesa all’outlet rilassa da morire. Compiangerlo.

– Uscire dall’outlet senza avere acquistato nulla è sia una sconfitta sul piano morale che un atteggiamento eversivo.

– Temere che fra qualche secolo i posteri possano riferirsi a questo periodo storico come all’età dell’outlet. Rabbrividire.

– Mia moglie ha strisciato talmente tante volte la carta di credito in un solo pomeriggio che con l’energia cinetica prodotta si sarebbe potuto illuminare una piccola città per un mese.

– Ne uccide più l’outlet che il poker online.

– Essere incapace di resistere all'acquisto di qualunque capo di abbigliamento offerto con uno sconto superiore al 70 per cento. Deprecarlo.

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