“La peste di Tebe” di Charles Francois Jalabert, 1842 (Wikipedia)

IL FOGLIO DEL WEEKEND

Oliva dice no. Il rapporto tra padri e figlie nella Sicilia del matrimonio riparatore

Gaia Manzini

Una scelta liberatoria contro secoli di imposizioni ingiuste. Un romanzo di Viola Ardone, edito per Einaudi, sul legame viscerale tra i genitori e le figlie che crescono

Si diventa donne prima nel corpo e poi nella testa. Diventare donna è conoscere la metamorfosi, ovvero il tradimento di un corpo di bambina che si trasforma in altro, qualcosa difficile da gestire: un corpo in pericolo. Oliva Denaro, il nuovo romanzo di Viola Ardone edito (come il precedente Il treno dei bambini) da Stile Libero, comincia proprio da qui: da una fanciulla che fanciulla non lo è più. Che aspetta di diventare donna con le prime mestruazioni, ma forse non lo vorrebbe davvero, vorrebbe rimanere piccola per sempre, perché una volta valicata la soglia non si può più tornare indietro. Non si può più lavorare nell’orto, andare al mercato a vendere le erbe, le rane o le lumache, non si può più tirare le pietre con la fionda ai maschi. Il mondo di una donna – nella Sicilia degli anni Sessanta – è scandito da regole precise: camminare a occhi bassi, rigare dritto, starsene a casa. Il matrimonio ha regole altrettanto precise: “Metti il vestito bianco, percorri la navata fino al prete e dici sì”. Poi più niente: devi continuare a dire sì, non c’è altra possibilità. Il mondo di una donna non prevede né scelta né libero arbitrio. E’ così da sempre, sono le donne stesse a tramandare queste regole di madre in figlia.

  

E così il testo di Ardone è intriso di una saggezza popolare, di modi di dire che suonano come minacciose avvertenze. “La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia” è il detto che le donne ricordano l’una all’altra; sottintendendo che se qualcuno ti rompe per sbaglio, la colpa sarà sempre e solo tua. Tra l’intrecciarsi di chiacchiere tra amiche, parenti, donne di paese, la figura bellissima di questo romanzo è però un uomo: il padre di Oliva. Quei padri di una volta, che parlano pochissimo, che sembra non abbiano un’opinione sulle dinamiche famigliari, che potrebbero rimanere per sempre un enigma. Proprio come era stato per Simone De Beauvoir quel padre avvocato, alto-borghese ma smanioso di far parte dell’aristocrazia: quell’uomo che viveva sempre come su un palcoscenico di teatro (attività che per altro amava); elegante, sempre agghindato alla perfezione, talvolta truccato, un attore mancato. Agli antipodi certo di questo c’è Salvo Denaro, tranne per il fatto che spesso la figura paterna è relegata nei romanzi a un prevedibile copione: un ruolo di sfondo, sul quale si costruisce quella tipica imperscrutabilità e distanza dalle figlie femmine. Il padre di Oliva Denaro potrebbe sembrare un uomo così, uno che si accontenta di quello che ci si aspetta da lui. Invece è uno di quelli che nel silenzio osservano, soppesano; non si fanno influenzare dal mondo e sanno tutto prima degli altri. “Quando ero piccina, mio padre andava da solo in campagna a catturare le lumache e al ritorno lo vedevo arrivare da lontano, i capelli biondi brillavano nel sole, mi pareva grande e forte come un gigante. Una mattina mi svegliai all’alba, mentre gli altri ancora dormivano, e gli dissi che volevo andare con lui. Da quel momento sono diventata la sua aiutante. Camminavamo vicini scrutando le foglie e se avvistava le lumache mi stringeva due volte la mano, appena appena”. Salvo Denaro è uno di quei padri che vegliano sull’infanzia della propria figlia. Con lei imparano a camminare appaiati, a trovare una sintonia di gesti, anche se si tratta di andare a stanare le lumache. Raccogliere le lumache con i secchi e le galosce ai piedi: sembra un gioco infantile, un’avventura uscita da un libro di Mark Twain, ma forse è proprio questa la natura di certi rapporti tra padre e figlia: quella di mantenere una componente ludica, giocosa, che nel suo centro tiene incastonata una forma di purezza nella quale siamo solo quello che siamo, aldilà di pregiudizi o giudizi. Salvo Denaro sa – o meglio, sente – chi è sua figlia.


Qualche anno fa ho visto un film molto acclamato a Cannes: Un padre, una figlia (2016) di Cristian Mungiu. Il protagonista è un padre tenace e volitivo. In una delle scene iniziali siede insieme alla ragazza in un parco. E’ concentrato, un pater familias con una visione precisa e razionale. In testa ha un piano studiato in ogni dettaglio, in ogni tappa. Dopo il diploma, la figlia andrà a studiare in Inghilterra, perché l’Inghilterra è un posto più florido della Romania, più adatto a realizzare i propri sogni. “Quando finalmente sarai lì, a Kensington Gardens, e te ne andrai a spasso tra gli scoiattoli, questo mondo ti sembrerà talmente lontano che ti chiederai se davvero sia mai esistito”: glielo dice come facendo una promessa. Ma poi qualcosa va storto. La figlia una notte viene aggredita, a pochi giorni dal diploma: ferita e sotto choc, non sa se riuscirà a dare l’esame finale. L’imprevisto che piega la realtà e fa precipitare anni e anni di pianificazione. E’ probabile che tutti i suoi sforzi verranno vanificati; vanificate tutte le aspettative. In un’intensa scena, dopo l’aggressione, il padre spinge discreto la porta del bagno: sua moglie sta facendo la doccia alla ragazza, le passa una spugna sulla bella schiena nuda. Si sussurrano qualcosa, le due donne, ma le parole sono coperte dal rumore dell’acqua. Lui non può che rimanere sulla soglia


David, il protagonista di Vergogna, tra i libri migliori di J.M. Coetzee, riflette sul fatto che la paternità ha una consistenza più astratta rispetto alla maternità, una distanza consustanziale. Con la figlia Lucy non riesce a entrare in sintonia, non la capisce, non comprende le sue scelte; e quando andrà a vivere da lei, nella fattoria isolata in mezzo alla campagna, sarà un padre che cerca un rifugio dopo essere stato cacciato dall’università dove lavorava: ma anche un uomo che si porta dietro le colpe storiche della sua cultura, della sua generazione. Siamo nel Sudafrica post apartheid e la vergogna del titolo è il sentimento che prova il protagonista per tutto quello che gli ha riservato la vita negli ultimi anni. Vergogna per essersi innamorato di una giovane studentessa e aver perso il lavoro per questo, vergogna per il passato del suo paese – le violenze, le ingiustizie, vergogna per essere rimasto imbelle mentre un malintenzionato violentava la figlia, vergogna per la decisione di lei di non denunciare, vergogna per la fatica di un dialogo che dovrebbe trovare con lei e invece stenta a formulare. Anche lui – come quello di Mungiu – è un padre sulla soglia, che fatica a trovare una soluzione quando la sorte si avventa sulla propria prole.


I padri è come se fossero rimasti sempre sulla soglia, come se avessero lavorato solo a distanza e sulla distanza. Ma non qui, non nel nuovo romanzo di Viola Ardone: qui a un certo punto quella distanza si accorcia improvvisamente. Salvo Denaro, che pure non ha gli strumenti intellettuali né del protagonista di Coetzee né di quello di Mungiu, quando Oliva viene prepotentemente corteggiata da Paternò, – il ricco pasticciere del paese, arrogante quanto basta a quell’epoca per pretendere una femmina – prende sua figlia per mano e la porta in pasticceria. La porta dall’uomo che vuole imporsi su di lei e mostra a tutti che invece c’è sempre una possibilità di scelta: persino per una donna. E se è lui a dirlo, che è padre e maschio, allora non può che essere vero.


“Come si fa a vivere fuori dalle convenzioni sociali?” si chiede la voce fuori campo della pellicola Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, che racconta in forma documentaristica la nascita del movimento femminista in Italia. Vivere fuori dalle convenzioni si può, tanto più se quelle convenzioni sono ingiuste. Salvo porta Oliva in pasticceria. L’uomo che la desidera è dietro al bancone, le vuole regalare a tutti i costi una cassata, con quell’imposizione di potere che c’è spesso dietro le regalie. Ma il padre rifiuta: sua figlia ha altri gusti, prenderà quello che più le piace, scegliendo in piena autonomia. Le indica i dolci nella vetrina, la invita a capire quello che desidera davvero. Nessuno può imporre la propria volontà agli altri fingendo che sia un atto di magnanimità. Oliva rifiuterà l’uomo anche dopo l’inevitabile, si opporrà alla legge del matrimonio riparatore. Lei, piccola Antigone moderna, donna che si oppone al potere, che dice di no. Con Antigone si scende a patti sempre. E’ un fantasma che viene prima e dopo il teatro, nei momenti di solitudine, nello spazio bianco delle idee. Oliva dice no, la libertà è un fatto prima di tutto privato, ma le ricadute sono sociali, collettive. Dire no ha sempre un prezzo molto alto.


I padri, le figlie. Qual è l’eredità che un padre lascia a una figlia? Tra padre e figlia è sempre una questione di dialogo. Un dialogo sempre interrotto, spezzettato, che stenta spesso a ripartire – non solo per motivi specifici, ma spesso solo per il fatto che a un certo punto una figlia diventa una donna. C’è imbarazzo, una specie di impaccio. Impacciato è papà Goriot di Balzac, innamorato in modo così patologico delle sue due figlie, Anastasie e Delphine, da accontentarle in tutto, da avallare ogni loro capriccio, senza stabilire mai un contatto, un’armonia di valori e di azioni reciproche: morirà senza di loro, accompagnato nel suo addio al mondo dal solo Rastignac. Se manca una lingua comune, una grammatica dell’amore, manca un’appartenenza. C’è un bel racconto di Jhumpa Lahiri che si intitola Una nuova terra. Una donna attende la visita dell’anziano padre che non vede da tempo. Rimettendo in ordine la casa prima del suo arrivo, la protagonista trova una cartolina che l’uomo le ha mandato da uno dei suoi viaggi. Non c’è scritto nulla di speciale, ma il saluto è stato scritto a mano, e lei riflette sul fatto che quello è il primo messaggio scritto che suo padre le abbia mai indirizzato. La grafia come livello più intimo della comunicazione, come vicinanza. A cui non si è abituate. 


Eppure c’è qualcosa che va oltre la comunicazione: l’eredità di un padre è sempre e prima di tutto un’eredità culturale, una visione del mondo. Quando si incontra per la prima volta Nataša in Guerra e pace, si prova l’effervescenza di una mattina di primavera: è così vitale, pura, sembra un fiore scosso dal vento. Il principe Andréj la incontra a un ballo e il giorno successivo decide di fare visita a casa Rostòv. Nataša è la prima a venirgli incontro: si sono visti al ricevimento, lui ne ha apprezzato la grazia, ma qui tra le mura domestiche gli sembra ancora più luminosa. Dopo pranzo, Nataša suona per gli ospiti com’è solita fare. Si siede al clavicembalo e canta: è la sua magia, il suo fascino misto di malizia e innocenza. Il principe cerca di conversare con le altre signore, ma è continuamente distratto dal canto di Nataša. E a un certo punto si commuove. Sente felicità e tristezza insieme; c’è il senso di immensità che gli infonde quella voce e, insieme, la coscienza della propria finitezza umana. E questo perché Nataša è stata educata alla generosità, a trasmettere calore e accoglienza come gli ha insegnato suo padre Ilya Andreyevich: il conte Rostov, la cui casa è sempre aperta e illuminata. Quel conte Rostov che davanti ai doveri dell’ospitalità non si tira mai indietro, che forse ha portato alla rovina la famiglia, ma quando la guerra divampa non esita a trasportare con i suoi carri i soldati feriti. 


Chimamanda Ngozi Adichie in Appunti sul dolore (Einaudi) scrive di suo padre mancato improvvisamente. Scrive per superare la sofferenza, ma anche per fissare nella memoria non tanto suo padre, ma quello che un padre lascia davvero, l’eredità valoriale che rivive dentro ai suoi figli. “Il suo garbo, la saggezza, la semplicità, il suo modo di mantenersi sempre imperturbabile… Mi piaceva che reagisse al potere con una scrollata di spalle. Aveva il culto dell’onestà. Restava indifferente, per non dire diffidente di fronte alle ostentazioni”. Era l’uomo di scienze apprezzato internazionalmente ma anche fedele alle tradizioni e alle credenze della sua terra. L’uomo che le ha insegnato che imparare è il mestiere di una vita.


Nel 1981 vennero abrogati gli articoli 544 e 587 del Codice penale. L’Italia diceva finalmente addio al matrimonio riparatore e al delitto d’onore. Era una conquista per le donne e per la società. Oliva Denaro, nella storia raccontata così bene da Viola Ardone, ha rifiutato secoli di imposizioni ingiuste e lo ha fatto forte di un sistema valoriale trasmesso da un padre. Qualcuno che ti cammina accanto, che non alza la voce, che non conosce forse la visceralità di una madre, ma tiene d’occhio il mondo intorno a te. E se cadi, è lì pronto a sorreggerti.

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