Ciro d'Italia

Da attaccante di scorta a leader in campo. Con i suoi gol Immobile ha smentito il luogo comune dei bomber che segnano solo con Zeman

14 Ottobre 2017 alle 06:00

Ciro d'Italia

LaPresse/Fabio Ferrari

Forse avete notato come cammina Ciro Immobile. E’ la cosa più caratteristica dopo i numeri. Che quest’anno dicono questo: 7 partite, 9 gol, tre su rigore. Secondo nella classifica marcatori dietro Dybala. L’anno scorso aveva chiuso a 23 gol in 36 partite. Con quelli della stagione al Torino (22 gol) ne fanno l’attaccante italiano più prolifico della Serie A degli ultimi cinque anni, compreso il fatto che lui due stagioni le ha fatte fuori (a Dortmund e nel Siviglia, entrambe andate male). Smarcati i numeri, impressionanti ed esemplificativi di che tipo di calciatore sia, andiamo sull’andatura: molleggia, caracolla, oscilla. E’ una cosa solo sua, che non cambia con il passare del tempo, né con l’aumento della sua centralità nel mondo del calcio italiano. Come se faccia parte integrante del suo giorno, anche se non si nota quando corre. Perché uno che cammina così ti dà sempre l’impressione di essere pronto a qualcosa. E’ l’apparente indolenza del centravanti, che in realtà altro non è che un moto perpetuo. Cioè: non sta fermo neanche quando sta fermo. Si potrebbe pensare a un atteggiamento figlio di quel calcio di strada che Immobile stesso ha sempre detto essere stato il suo primo approccio a questo sport. Invece è natura e postura, cioè per molti versi la stessa cosa. Forse è anche geografia, dunque territorio, ovvero cintura napoletana. Torre Annunziata. “E’ bellissimo perché quando cammino per Torre c’è chi si stupisce. Mi dicono: allora è vero, non ti si dimenticato”.

  

Dopo i numeri dei suoi gol, ciò che colpisce di lui è l'andatura: molleggia, oscilla. Non sta fermo nemmeno quando è fermo

Non si dimentica e l’andatura lo dimostra. Immobile è quello: com’era e com’è. E l’altra cosa, quindi i gol, fanno parte del patrimonio. Ha sempre segnato, Ciro. Fino a 18 anni giocava nelle giovanili del Sorrento. Fece una doppietta al Torino e la Juventus lo prese. No, non è la storia del predestinato, dell’incrocio bizzarro che cambia la vita: segni al Toro i gol che ti portano alla Juve, poi dopo qualche anno la Juve ti cede al Toro. E’ una coincidenza, ma conta per la storia dei gol: in quella stagione in cui fu scoperto, quella del 2008, segnò 30 gol. Trenta sono tanti anche tra i ragazzi. Come tanti sono i 10 fatti nel Torneo di Viareggio 2010: fece tripletta nella finale, replicando la doppietta dell’anno precedente con cui permise alla Juventus Primavera di vincere (ovviamente vinse anche l’anno dopo). Ora si dirà che il Torneo di Viareggio è robetta. Però è il posto dove sono nati tutti quelli che abbiamo trasformato in eroi. Allora bisogna decidere: se lo snobbi per Ciro, lo snobbi per tutti. Altrimenti lo tieni. Vale la pena tenerlo, perché segnare è uno stato mentale: Immobile ce l’ha e non gliel’ha insegnato Zeman ai tempi di Pescara, dove ne fece 28 diventando il capocannoniere di B. Perché questo è accaduto. Prima dell’arrivo in serie A, s’era sparsa quella storiella del calciatore che fa gol grazie alle invenzioni tattiche e ai movimenti di Zeman. E’ successo l’anno dopo Pescara, alla prima stagione in A, con il Genoa. Già tutti pronti a parlare di Ciro come il prosecutore della specie di Roy-Cappellini-Bresciani. Insieme formavano il tridente del secondo Foggia di Zeman, quello post Rambaudi-Baiano-Signori. Fecero 23 gol in tre e poi si persero. Il primo emigrò al Nottingham Forest, il secondo andò prima a Piacenza poi a Empoli, il terzo passò per Bologna prima di sprofondare in B e poi in C. Forse è lì, allora, che è nata la leggenda di Zeman che fa fare gol più di quanto i giocatori possano fare da soli. Effettivamente con quei tre fu così. Ma gli altri no. E non è successo a Immobile. Siccome le mitologie sui giocatori si rincorrono oltre ogni ragionevole appiglio alla realtà, a Genova l’avevano marchiato a fuoco. Tanto che a un certo punto, Ciro s’era dovuto addirittura scusare via Twitter dopo la partita contro il Parma: “Mi dispiace aver fallito tanti gol. Continuerò a lavorare duramente per le prossime partite”. Che poi il Genoa l’aveva cercato e voluto: quando era a Pescara in prestito dalla Juventus, Preziosi aveva fatto di tutto per prendere la metà del cartellino e ottenere che a giugno arrivasse a Genova. Poi cominciarono le storie: che ruolo ha? Ma deve giocare da solo o accanto a un altro attaccante? E’ prima o seconda punta? Un campionario di luoghi comuni per mascherare una sola e semplice verità: Immobile non piaceva, né faceva parte dei piani tecnici dell’allenatore. Succede, però nessuno dica che alla prima stagione di A da titolare abbia deluso, perché non è così. Pretendevano che facesse 28 gol come in B? Cinque gol alla prima stagione in serie A, non avendo ancora compiuto i 22 anni, nel Genoa, sono pochi? Forse conviene guardare un po’ indietro. Alla stessa età, Francesco Totti era già alla terza stagione di A: fece 5 gol, nella Roma. Alla stessa età, Del Piero era alla terza stagione di A: fece 6 gol, nella Juventus. Allora di che parliamo? Perché Immobile si è dovuto sentir dire che non segnava, che non funzionava, che non valeva l’idea che il calcio italiano s’era fatto di lui?

   

Nella Lazio è più se stesso che in ogni altra situazione. Non gli erano mai state riconosciute doti di leadership.Ora ha anche quelle

Gli anni successivi hanno smentito tutto. Senza pietà. Torino: 22 gol. E a ognuno Immobile ha ribaltato il più clamoroso luogo comune su di lui: quello che dice che segnasse solo con Zeman. In quella stagione ha forse segnato anche il gol che meglio lo rappresenta. Fu a Milano, contro il Milan. Bonera non era il miglior difensore italiano, però di fronte a Immobile si sciolse completamente: arretra, caracolla, poi s’inclina. La finta è prevedibile, ma perfetta: corpo che tende a destra, piede che accompagna il pallone a sinistra. Ora Immobile è solo e qui fa la cosa migliore. Perché se cede all’idea di farla scivolare sul piede sinistro si chiude l’angolo: quel diagonale prevede un tiro perfetto e basta, se chiudi troppo rischi di mandare la palla alla bandierina. Ciro si sposta col corpo, per colpire di destro, così può dare quella rotazione sufficiente permette di aggirare il portiere. Ecco il gol. Se chiedete a lui di raccontare il gol che lo identifica potrebbe dire questo o qualcuno di Pescara. Ma in B pensa fosse più facile. In A no, a San Siro ancora meno. Che poi probabilmente non avrebbe neanche dovuto essere titolare quell’anno. Giampiero Ventura è il principale teorico dell’uso di calciatori già conosciuti e sperimentati. L’abbiamo visto in Nazionale, figurati al Toro. S’era portato mezza squadra del suo Bari di qualche anno prima, quello con cui tornò ad allenare in serie A dopo molto tempo: Gillet, Glik, Gazzi, Masiello, Barreto, Meggiorini. Anche Cerci apparteneva alla categoria: giocò con lui a Pisa, in B, e da allora ha sempre cercato di riprenderselo. Tentò di portarlo per due anni di seguito proprio a Bari, senza riuscirci. Ce la fece a Torino, aiutandolo a diventare uno dei migliori giocatori di quella stagione. Tutto questo serve a spiegare perché Immobile, nei piani dell’allenatore, avrebbe potuto tranquillamente essere una seconda scelta. La prima probabilmente sarebbe stata Barreto, il quale però era rimasto fermo per una squalifica per omessa denuncia nel caso calcioscommesse. E poi non s’è più ripreso. Così Ciro diventò la scelta imposta dal fato più che dalla logica. Solo che siccome Ventura è intelligente non ha fatto quello che molti avrebbero fatto al suo posto: non l’ha messo in discussione quando Barreto è tornato disponibile. Non ha ceduto al conservatorismo del “pupillo”. L’utilitarismo prima di tutto. L’utilitarismo come strumento per raggiungere i risultati. Immobile funziona e Immobile resta. Basta. Poche storie e niente discussioni. L’ha messo in condizioni di giocare senza doversi preoccupare degli errori. Immobile non è perfetto e quell’andatura lo dimostra. Ma importa davvero? Ciro fa tutto quello che deve fare un attaccante: punta, si sposta il pallone, tira. Destro e sinistro. Potente, preciso, convinto. Così convinto che ora entra pure se la tocca sporca, se non colpisce bene. Il movimento è la principale risorsa del suo gioco. In una recente intervista ha ricordato di essere stato un bambino molto agitato, motivo per cui si iscrisse a una scuola calcio quando era ancora troppo piccolo: “Avevo quattro anni, infatti non avrei potuto, ma mi hanno preso lo stesso. Non volevo mai saltare un allenamento, neanche con la febbre”. Suo padre in passato ha raccontato che una volta, dato che era esile e giocava con ragazzi di due anni più grandi, superò un avversario passandogli sotto le gambe: “Sì, ho buttato la palla di lato e siccome stavo cadendo gli sono passato sotto le gambe continuando a correre”.

  

L’estero ha inceppato il cammino. Dopo quella stagione al Toro, lo prese il Borussia Dortmund e poi il Siviglia. Non è andata bene né in Germania né in Spagna. Ambientamento è la parola chiave, unita però a “difficoltà”. Possibile? Evidentemente sì, perché se poi è successo quello che è successo, ovvero la rinascita alla Lazio, vuol dire che i problemi non erano strutturali, ma temporanei. Lui ha detto: “Non ero più io. Non ero pronto né concentrato”. Come ha ricordato Tommaso Giagni, a Dortmund si è ritrovato in mezzo a una crisi che ha coinvolto la squadra intera: i gialloneri si ritrovano a lottare per non retrocedere, nonostante Reus, Gündogan, Aubameyang e un maestro come Klopp. E’ la fine di un ciclo, un problema identitario che certo non può risolvere l’ultimo arrivato. E comunque Ciro realizza 10 gol e 3 assist in 1.671 minuti, che non è così male. “Per il gioco del Borussia sembrava una pedina perfetta, ma di sicuro il momento era sbagliato. Al Siviglia invece sembra meno adatto sul piano del gioco. E ha ancora meno spazio: non gioca mai una gara per intero, solo scampoli, eccetto l’andata e il ritorno in Coppa del Re contro il Logroñés (segna in entrambi i casi). Nella miseria di 747 minuti realizza 4 gol, compreso uno al Real a cui segue un’esultanza particolarmente emotiva”.

  

Segnare è uno stato mentale: Immobile ce l'ha e non gliel'ha insegnato Zeman ai tempi di Pescara. I gol li ha sempre fatti

La Lazio è arrivata come quelle occasioni che devi annusare. Il Siviglia era sulla carta più solido dei biancocelesti. A Roma in quell’estate c’erano state settimane di attesa di Bielsa, poi la scelta di continuare con Simone Inzaghi. Era la soluzione giusta? L’ha presa. Lo chiamano rinascita, adesso. Perché nella Lazio Immobile è più se stesso che in ogni altra situazione. Non gli erano mai state riconosciute doti di leadership. Adesso ha anche quelle. Meno di un mese fa, Simone Inzaghi ha detto: “Non ci sono più aggettivi per lui: è il nostro bomber e il nostro trascinatore”. Non sono soltanto i gol, quest’anno. Sì, c’è il miglior inizio numerico della sua carriera (nonostante lui storicamente segni sempre tanto nei primi tre mesi del campionato), ma evidentemente non c’è soltanto questo. La sicurezza con cui gioca è figlia di una situazione di totale confidenza con tutto: ambiente, società, allenatore, compagni, sistema di gioco. Poi c’è un rendimento personale che prescinde dal gol o meno. Per esempio, diceva di non essere mai riuscito a giocare una buona partita contro Bunucci: “Sempre ordinato, sempre al posto giusto”. Quest’anno all’Olimpico l’ha fatto nero. E come ha scritto Repubblica: “9 tocchi totali, trasformati in 7 tiri in porta, 4 fuori, 2 passaggi smarcanti per un compagno. Ecco, da questi tocchi (di cui ben l’89,5 per cento sono andati a buon fine, media più alta tra i giocatori biancocelesti) sono nati i suoi 3 gol che hanno spazzato via il Milan e l’assist vincente per Luis Alberto, che ha chiuso definitivamente la sfida. In pratica, significa che ogni 10 palloni toccati, o segna o fa segnare. Una media impressionante, che la dice lunga sulla sua prestazione e la crescita da quando è rientrato in Italia in pianta stabile, per vestire la maglia della Lazio. Inzaghi ha detto di non avere più parole per descriverlo, di vederlo ormai come un leader del gruppo”.

  

C’è tanto, in certi momenti c’è financo l’impressione che sia troppo. Perché un rendimento così è sopra alle aspettative di molti, probabilmente anche dello stesso Ciro. Allora la domanda prima o poi arriva. Zeman o Inzaghi? “Zeman è un grande. Simpaticissimo: durante gli allenamenti cantava sempre. Anche inventandosi le parole. L’ho risentito recentemente. E’ un maestro. Ma con Simone Inzaghi sto lavorando si più sulla porta. La gestione dei palloni deviati in area di rigore, le occasioni inaspettate… Più che il modo di allenare sono diverse le attenzioni nei confronti dei giocatori. Inzaghi ha smesso di giocare sette anni fa, conosce di più le esigenze dei calciatori di oggi”.

  

Se gli chiedi di approfondire non lo fa. Perché non c’è una risposta vera. C’è una sensazione, una suggestione. In un campionato che è tornato a vedere talento, Immobile rappresenta quella quota di naturalezza associata all’allenamento. Dice che senza il lavoro non sarebbe ciò che è. I gol sono una conseguenza, la sicurezza in sé pure. “Il fatto che non mi fermo mai è merito di mia mamma, l’equilibrio in velocità invece è frutto dell’allenamento. Perché in campo sei sempre in contatto con qualcuno, una spalla, o una mano sulla schiena, se perdi facilmente la forza nelle gambe non è semplice giocare”. L’andatura barcollante non c’entra. Non è figlia di niente se non di se stesso. Non incide né nel bene né nel male. E’ semplicemente un modo d’essere. Ciò che lo rende normale. Ciò che lo fa sembrare diverso dagli altri campioni con gli stessi numeri nella testa, nei polmoni e nelle gambe.

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