La fantasia è la rete

Rubina Mendola

Con il suo “Codex” Luigi Serafini ha dato vita a più mondi di quanti se ne possano immaginare. Un blog non-finito su carta

Le opere monumentali e le opere-monumento a volte sono idee distinte, ma l’occorrenza del Codex Seraphinianus è di quelle felici abbastanza da potersi permettere di rappresentare entrambe le cose. Ed esattamente così come confidò Flaubert a Turgenev, “Che angoscia! Mi sembra di essere sul punto di imbarcarmi per un lunghissimo viaggio in regioni ignote dalle quali non tornerò”, sembra naturale che anche Luigi Serafini, autore del Codex, abbia provato un identico sentimento iniziando la sua opera al contempo letteraria e figurativa. Nei giorni di questo autunno, a Treviso, esattamente presso Cà dei Ricchi e fino all’8 Ottobre 2017, si possono scoprire meraviglie e misteri di questo congegno iconografico nella mostra dedicata a Serafini, “Codex Seraphinianus e altre divagazioni”, inaugurata sabato 23 Settembre 2017 (realizzata in collaborazione con il Treviso Comic Book Festival). La mostra propone un corpus di oltre cinquanta tavole originali del Codex, esposte in dialogo con una selezione di altrettante tavole provenienti dal volume Pulcinellopaedia Seraphinian (progetto editoriale più recente ispirato dal Carnevale di Venezia e dedicato a Pulcinella). Si tratta, in più, della prima mostra in Italia in cui è presente un numero così elevato di lavori dell’artista romano, di formazione architetto e designer e che ha sperimentato e ricercato dal disegno fino alla scultura. Uscito per la Franco Maria Ricci nel 1981 (e oggi disponibile per Rizzoli), il Codex viene pubblicato in formato di 35x23 cm, stampato su carta verga azzurrina di Fabriano rilegata in seta Orient nera con impressioni in oro, tavole a colori applicati a mano e contenuta in un cofanetto editoriale. Questo volume di oltre 350 pagine è un assemblage di referenze colte, pittoriche e letterarie, dal surrealismo a Calvino fino a Buzzati, lungo la patafisica di Roussel, l’immaginario di Borges e quello di Bosch. Il Codex è un progetto incompletabile, e in tal senso è opera non-finita: contiene oltre mille disegni che raccontano di metamorfosi, piante sconosciute, palazzi bizzarri, macchine enigmatiche, illustrazioni allucinatorie che divagano dalla botanica alla mineralogia, fino all’etnografia e alle tavole anatomiche, il tutto commentato da una grafia arcana. “Oggetto editoriale non meglio identificato”, è stato mira di attenzioni ed elogi, da Barthes, fino a Tim Burton.

 

L'opera è nata in America, negli anni 70, Serafini studiava la cultura dell'ipercomunicazione. In mostra a Treviso

L’opera è nata in America, durante gli anni Settanta, dove Serafini si trovava per uno stage in uno studio di architetti, alla scoperta della cultura statunitense dell’ipercomunicazione. “Riprodussi dentro di me, e poi fuori di me, quel ‘meccanismo’ di socializzare e inventai una specie di app, che era il Codex, e cioè la possibilità di usare un sistema per far viaggiare le mie visioni”, racconta Serafini al Foglio, “in un libro che fosse in grado di rendere tutti analfabeti, e quindi tutti potenziali lettori, mettendoli davanti al Codex come dei bambini che devono imparare a leggere”. E se Bouvard et Pècuchet fu l’opera di Flaubert più amata da Borges, che ne vedeva il carico avanguardistico di precursore del modernismo, la materializzazione allegorica di una fra le sue metafore migliori (il labirinto), ecco che quest’ultima ossessione borgesiana sembra quanto di più analogo vi sia al Codex. Un testo in grado di contenere tutti i mondi e i libri possibili, e i percorsi per connetterli, che fa crollare tutta la costruzione perentoria, di memoria leibniziana, del “migliore dei mondi possibili”, in cui tutto ciò che esiste avrebbe un senso solo rientrando in un disegno divino, perché il Codex illustra tanti mondi quanti è impossibile concepirne: anzi, l’idea stessa di immaginazione come solo universo praticabile? “Il mio libro l’ho costruito come un blog ante litteram, un contenitore di idee che aggiornavo in tempo reale, grazie a un software molto particolare, la mia fantasia: nasce che siamo alla fine degli anni Settanta, il momento in cui comincia la storia di internet. La questione della comunicazione in America si manifestava come esigenza prorompente di milioni di giovani, che la scoprono la dopo una generazione che l’aveva loro negata. Nessuno sapeva ancora cosa fosse ‘la rete’, quel modello relazionale ed espressivo che oggi prevale nelle nostre vite: io pensai di costruirne una, per collegare tutte le mie percezioni, a loro volta legate a quelle di tutti coloro che mi circondavano. Il Codex, esattamente come la Rete, è un luogo dove può succedere tutto, ma è anche un tentativo di superare Google, di offrire un ‘altrove’ ancor più labirintico”.

 

L’invenzione del web, come ars combinatoria per associare in modo libero e imprevedibile le idee, mostra perciò insospettate affinità con la struttura ricorsiva del Codex (il lettore estrae la conoscenza illustrata sul testo disponibile in formati eterogenei, e può combinarla per poter estrarre ulteriore, nuova, conoscenza). Miracolo del Codex, dunque: consentire l’accesso a un insieme enciclopedico di informazioni fantastiche e a un insieme di regole di inferenza da utilizzare per esercitare il “ragionamento visionario”. E il semantic web, che prevede tra l’altro la definizione di formati comuni per poter integrare e combinare dati provenienti da diverse fonti, non può non ricordarci l’intento classificatorio dell’opera serafiniana. Per analogia, il lettore, inizia le sue ricerche su un database, il Codex, e da lì accede a informazioni a loro volta contenute in un numero indefinito di altri database (i mondi ulteriori cui rinvia ogni singola immagine) che sono connessi per il fatto di contenere informazioni sul medesimo contenuto. La sfida del Codex è aver fornito un linguaggio inesistente per esprimere dati e regole che servono a ragionare su dati a loro volta inesistenti, e aver importato queste norme da qualunque sistema di rappresentazione (tassonimico, botanico, eccetera).

 

Le immagini del Codex sono scene fantastiche, oggetti o animali irreali riprodotti in modo simile a quello delle tavole tassonomiche o mediche

Sbrigativamente ritenuto il libro più ‘strano’ del mondo, il Codex Seraphinianus è specialmente una delle esperienze editoriali più importanti della storia d’Italia, diventato subito patrimonio mondiale (in anni recenti è andato esaurito in Cina e i cinesi lo hanno taroccato, pubblicando un “fac simile seraphinianus”). Addirittura a Roland Barthes venne proposto di scrivere l’introduzione della prima edizione, ma la sua morte riorientò la scelta su Italo Calvino, che ne parla accuratamente ne “La collezione di sabbia”. “Ho iniziato a lavorare al Codex nel mio studio a Roma di via Sant’Andrea delle Fratte, è stato un processo molto lungo durato circa 3 o 4 anni. C’è chi ha messo addirittura un copyright su un sistema di traslitterazione che associa arbitrariamente i segni del Codex alle lettere dell’alfabeto latino, ma quella scrittura incomprensibile per me è solo un gioco. Ho fatto quello che tutti gli artisti desiderano: dare corpo al proprio immaginario. Il nesso con la cultura digitale di oggi è che anche io ho voluto a modo mio mettere il Codex in rete. Al tempo si trattava di una rete editoriale in opposizione agli spazi più chiusi delle gallerie d’arte, con l’obiettivo di far vedere il mio lavoro a più gente possibile e condividerlo con tante persone. Che è poi ciò che oggi ti porta ad aprire un blog: cercare di incontrare i tuoi simili. Il tutto l’ho concepito in una lingua immaginaria, sulla scia di Fosco Maraini, Tucci, che esploravano luoghi, scoprivano città e lingue completamente nuove. Mi interessava utilizzarla per rappresentare una visione fantasiosa in modo il più possibile analitico”.

 

Dell’opera si sa molto ma non troppo, cioè quanto basta per non esibirne l’intero meccanismo. Certuni hanno trovato molte affinità tra il Codex e il manoscritto Voynich, un album di turbative illustrazioni acquerellate fatte di simboli assurdi, animali e piante, sfere celesti e donne nude intente su attività incomprensibili. La storia del Codex è soprattutto avvolta da tanti amatori illustri, una folta compagnia in cui ci sono anche Giorgio Manganelli e il coreografo Philippe Decouflé, che ne aveva tratto spunto per la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Albertville. E pure se ne occupò appasionatamente Calvino, che gli ha dedicato un saggio all’interno della “Collezione di Sabbia”, “L’enciclopedia di un visionario”. Ed è proprio Calvino a rintracciare immediatamente la struttura interna del Codex come un gioco capace di mantenere perfettamente le sembianze dell’enciclopedia canonica, divisa in classi e sottoclassi e composta da due sezioni: la prima dedicata alle scienze della natura (botanica, zoologia, teratologia, chimica, fisica e meccanica) e la seconda invece alle scienze umane (anatomia, etnologia, antropologia, mitologia, linguistica, cucina, giochi, moda e architettura). A Franco Maria Ricci, poi, il compito di scrivere la Bolla d’accompagnamento al Codex nel quale dà consigli su come leggerlo: “Dobbiamo sfogliarlo come uno che saccheggiando un monastero si trova davanti a un codice miniato, o come un bambino che non sa leggere e gioisce delle immagini che vede. Questo perché il Codex Seraphinianus si inserisce in un vasto ambito che è quello del linguaggio immaginario”. Però, quali sono le referenze colte dell’opera? Tante quante le sue visioni. “In questo momento – spiega Serafini – mi viene in mente uno scrittore, Raymond Roussel che ha scritto Locus Solus e Impressions d’Afrique, che poi è stato un anticipatore dei surrealisti. Una seconda è Proust, un autore che potrebbe sembrare il più lontano dal mio mondo, perché è un narratore del reale e non della ‘surrealtà’. In lui amo la grafomania, passava tantissimo tempo a scrivere, e poi all’epoca non c’erano ancora i computer e non si poteva fare ‘cut & paste’, non si poteva neppure cancellare e modificare. Tuttavia lui rielaborava moltissimo, aggiungeva dei pezzi di carta, li incollava sopra con una nuova frase: definiva questi suoi fogli pieni di ripensamenti, pentimenti, ‘paperolles’, un termine usato dai francesi per indicare quei lavori di decorazione con delle striscioline di carta che venivano arrotolate con cui si facevano stelline o fiori, e che si incollavano intorno a un’immagine sacra o una foto, una cosa davvero ottocentesca… e venivano fuori come dei quadretti. Il fatto è che questo rapporto con la scrittura, che diventa quasi tridimensionale, mi affascina molto. Infatti lo cito in quella tavola del Codex in cui lo scrittore viene ucciso dalla sua penna, lì si nasconde un frammento di Albertine disparue”.

 

Le immagini del Codex sono scene fantastiche, oggetti o animali irreali riprodotti in modo simile a quello delle tavole tassonomiche o mediche, e viene fuori l’impossibile, amplessi uomo-donna che generano coccodrilli, simil-pavoni tricefali, arti girevoli, ombrelli bipedi, occhi-pesce. Ma questa struttura enciclopedica del Codex (pensata come un sistema dalla compiutezza ‘provvisoria’ soggetta ad aggiornamenti periodici) e la composizione delle singole tavole come descrizione generale di un singolo fenomeno, corredata a margine da approfondimenti di dettaglio, rimanda a riflessioni formali collegate agli studi di architettura su cui Serafini ha maturato le sue concezioni estetiche. Il Codex è una riflessione che potrebbe definirsi “cosmogonia per immagini” (sulla scorta di illustri precedenti, che dal De rerum naturae arriva fino al Novecento, con le calviniane Cosmicomiche o con la Petite cosmogonie portative di Queneau, tradotta in italiano proprio da Calvino), per questo suo fissare i fenomeni peculiari di un mondo immaginato ricercandone le relazioni e indagandone i particolari. Non solo: si presta ad analogie con i disegni di studio di Carlo Scarpa, citato da Serafini come riferimento esplicito. E’ noto che Scarpa disegnava con diversi colori, sovrapponendo fogli di carta trasparente verso una soluzione progettuale progressiva. Il punto di partenza, sempre visibile, andava precisandosi sempre più mediante processi analitici di elaborazione e un proliferare marginale di dettagli e annotazioni: non è difficile ritrovare questo modo di procedere in una qualsiasi tavola del Codex. Il grande progetto di Serafini in realtà racconta tutta la cultura europea, e si intreccia con i progetti delle enciclopedie totali e delle lingue universali, verso Giordano Bruno e Leibniz. Tutto il Codex risuona come incontro dell’arte con la matematica e, più in generale con la logica: l’autore sposta la sua operazione inventiva da un piano immediatamente espressivo a uno di riflessione critica sui propri strumenti; è un atteggiamento metalinguistico, in cui portare avanti una concezione duplice, quella del fare l’arte e del discorso sull’arte. Questa volontà di arrivare all’enciclopedia totale, a una clavis universale, ossia alla chiave per accedere a qualunque mondo nella sua totalità, induce a credere che cia sia un indirizzo decisamente più alchemico che non fantascientifico. Per questo non avrebbe senso aspettarsi che il Codex trovi, infine, la sua Stele di Rosetta che lo renda traducibile, e sembra più bello e giusto dedicarsi alla tutela del suo enigma.

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