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Deserto anglicano

Giulio Meotti

L’ultimo fedele sta per spegnere la luce e chiudere la chiesa. Parla Murray: “Abbiamo perso ogni legame culturale con ciò che siamo”

Nell’ottobre di un anno fa, la Church of England iniziò a pensare a una rivoluzione. Le leggi canoniche della chiesa d’Inghilterra richiedono che le chiese officino le funzioni ogni domenica. Mattina e sera. Ma il gelido e lungo inverno della religione cristiana in Gran Bretagna, fatto di congregazioni sempre più canute e di sacerdoti sempre più smarriti, sta spingendo la Church of England a riscrivere quelle regole, in modo da evitare di dover rispettare il rito in chiese ormai vuote e abbandonate. Non solo, ma le chiese di campagna potrebbero essere chiuse, tranne nei giorni sacri come il Natale e la Pasqua. Una relazione sul futuro dei sedicimila luoghi di culto anglicani in Inghilterra ha già riconosciuto che la situazione non è più “sostenibile”. Un quarto delle parrocchie rurali – duemila chiese – ora ha meno di dieci fedeli regolari e la metà non ne accoglie più di venti ogni domenica.

 

Adesso arriva un rapporto-choc a cura del British Social Attitudes Survey. “Più di metà della popolazione inglese non ha alcuna religione e il numero di coloro che aderiscono alla Church of England è caduto sotto il 15 per cento”, recita il rapporto diffuso dal Telegraph. Dei giovani inglesi fra i 18 e i 24 anni, soltanto tre su cento si dicono oggi “anglicani”. Gli atei si felicitano per i risultati, come se si inverasse la profezia dell’arcivescovo George Carey, per cui la chiesa anglicana sarebbe diventata l’anima di “una nazione sostanzialmente atea”.

 

Il direttore di Humanists Uk, Andrew Copson, ha dichiarato che le cifre sono la prova che la chiesa sta attraversando un disastro “irreversibile”. Calano pure i cattolici, dal dieci al nove per cento. Nel 2000, gli anglicani erano il 30 per cento della popolazione. Un crollo della metà in soli diciassette anni. Sullo Spectator, Damian Thompson si è chiesto la scorsa settimana: “La chiesa d’Inghilterra sta morendo?”. “La gente ha un enorme attaccamento sentimentale agli edifici cristiani, ma non partecipa alle funzioni”, gli ha detto il reverendo Ravi Holy, vicario di paese a Wye, nel Kent, dove nelle chiese più piccole spesso ha meno di sei fedeli.

 

Documenti interni alla chiesa d’Inghilterra dicono che la congregazione anglicana dovrebbe dimezzarsi nei prossimi tre decenni. Mentre attualmente 18 inglesi su mille frequentano regolarmente la chiesa, nei prossimi trent’anni si prevede che si dimezzino con solo dieci persone su mille. Non è più una “crisi” quella che attraversa la Church of England, ma una vera e propria autoliquidazione. Una chiesa che è non soltanto la terza congregazione cristiana al mondo, ma che è parte dello stesso paesaggio britannico, incorniciato dai suoi campanili, oltre che una grande ispirazione della sua migliore letteratura, da T. S. Eliot a Chaucer e i “Racconti di Canterbury”. Un nuovo libro, “The Religious Lives of Older Laywomen” di Abby Day, pubblicato dalla Oxford University Press, avverte che la chiesa d’Inghilterra sta affrontando una perdita “catastrofica”.

 

Negli ultimi quarant’anni, il numero dei partecipanti adulti si è dimezzato, mentre il numero dei bambini che frequentano il culto regolare è diminuito di quattro quinti. “Perdiamo circa l’un per cento dei nostri fedeli ogni anno” ha detto il vescovo di Norwich, il reverendo Graham James.

 

Nel 2004, fu il vescovo di Manchester, Right Nigel McCulloch, a scandire che la chiesa d’Inghilterra sarebbe “gradualmente scomparsa da questa terra”. L’anno prima erano uscite statistiche senza precedenti: dal 1990 al 2001, la Church of England aveva perso il 18 per cento dei fedeli, il 17 per cento del clero e l’un per cento degli edifici. Oggi un decimo del clero cattolico inglese è un ex membro della Church of England passato con i “papisti” di Roma. A giugno si era parlato di una fusione della Church of England con i metodisti duecento anni dopo la scissione. Gli anglicani le tenteranno tutte per salvarsi.

 

Poi sono arrivate le statistiche del NatCen Social Research Institute, le quali hanno mostrato che tra il 2012 e il 2014 il numero di britannici che si identificavano come anglicani è sceso ulteriormente dal 21 al 17 per cento della popolazione, con una diminuzione di 1,7 milioni di persone.

 

In Inghilterra, diecimila chiese sono state già chiuse e altre quattromila lo saranno entro il 2020. Con “The Last Christian” come titolo dell’inchiesta, il settimanale Spectator ha messo in copertina l’immagine di un’anziana signora unica fedele in una cattedrale. “Si dice spesso che le congregazioni della Gran Bretagna si stanno riducendo, ma questo non si avvicina a esprimere il livello del disastro cui si trova di fronte il cristianesimo in questo paese. Se il tasso di declino continua, la missione di sant’Agostino presso gli inglesi, insieme a quella dei santi irlandesi presso gli scozzesi, arriverà a termine nel 2067”.

 

Centinaia di chiese di Londra sono state convertite in pub e locali a uso civile. Dietro la facciata di mattoni rossi nel quartiere Muswell Hill a nord della capitale, musica pop e barili di Guinness animano oggi una chiesa anglicana del 1902. Gli archi gotici ci sono ancora, ma invece di un altare ci sono tavoli, sgabelli e slot-machine. Oggi la chiesa è un pub irlandese. Delle 900 cappelle metodiste in Cornovaglia, solo 250 sono ancora all’attivo; le altre sono diventate appartamenti e ville.

 

Le chiese locali potrebbero scomparire in gran parte della Gran Bretagna rurale in meno di un decennio, ha avvertito il Sinodo generale della chiesa di Inghilterra. John Spence, presidente della commissione finanziaria della chiesa, ha detto che due terzi dei membri anglicani hanno oggi più di 55 anni. “Se si guarda al fenomeno in proiezione aritmetica, si vede che dal 2007 al 2057 la presenza e l’appartenenza alla chiesa cadrà da 1,2 milioni di persone su base regolare a qualcosa come due o trecentomila”, ha detto Spence.

 

Nel 2050, la Church of England potrebbe non avere più di 150 mila fedeli. Il livello di atrofia dell’anglicanesimo è tale che si aspetta di dover collassare in continuazione per i prossimi trent’anni. “Metà delle cattedrali anglicane sono a rischio chiusura”. Lo rivela la Bbc, raccogliendo la denuncia-choc di Adrian Newman, arcivescovo di Stepney: “Metà delle cattedrali affrontano sfide economiche e non è inimmaginabile che debbano affrontare una situazione disperata”. I fedeli sono ridotti al lumicino, lo stato non è più interessato a finanziare la riparazione delle chiese e le donazioni vanno perlopiù verso cause umanitarie anziché a conservare il patrimonio del cristianesimo. Il rischio è di dover chiudere un certo numero di cattedrali.

 

Per far fronte alla vendita delle chiese, la Church of England ha allestito anche una sezione speciale sul suo sito Internet: “Churches available for sale or lease”. Il numero di persone che frequentano regolarmente i servizi religiosi anche in Scozia è diminuito di oltre la metà negli ultimi trent’anni, passando da 854 mila a 390 mila. La ricerca di Brierley Consultancy ha anche rivelato che il 42 per cento dei membri della chiesa ha una età superiore ai 65 anni. Il compianto cardinale Cormac Murphy-O’Connor a una riunione di sacerdoti rivelò: “Sembra che in Gran Bretagna, specialmente in Inghilterra e Galles, il cristianesimo sia ormai quasi stato sconfitto”.

 

Inevitabile pensare alle tante, troppe divisioni in questi anni in seno alla chiesa anglicana, in particolare attorno a temi come le ordinazioni episcopali di sacerdoti gay o donna, o i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Cinquecentosettantaquattro anni dopo l’Act of Supremacy, che sancì il distacco da Roma e la nascita della Chiesa d’Inghilterra di Enrico VIII, gli anglicani sono sempre a un passo dallo scisma. Da una parte c’è il centro “bianco” londinese aperto a questi cambiamenti, dall’altro le “province nere” del Global South, specie la Nigeria, dove le comunità sono più fedeli a una linea tradizionale. Negli anni Settanta c’erano cinque milioni di anglicani in Nigeria e sedici diocesi. Oggi sono venti milioni e oltre ottanta diocesi. Nei paesi “bianchi” (Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda), gli anglicani sono meno di tre milioni. Negli Stati Uniti ci sono appena due milioni di anglicani. 700 mila nel Regno Unito.

 

Tutti gli ultimi arcivescovi di Canterbury avevano tentato di fermare l’eutanasia della propria chiesa. L’evangelico George Carey ci aveva provato richiamando il principe Carlo alla continenza sessuale, l’arci liberal Robert Runcie avea tentato aprendo al mondo con l’agenda gay friendly e il mistico dostoevskijano Rowan Williams con l’indulgenza ecumenica un po’ hippie. Ma quella anglicana è ormai una linea di faglia sempre pronta ad allargarsi. E ora si parla di Justin Welby come dell’“ultimo arcivescovo”, il manager del declino, l’amministratore delegato della fine dell’anglicanesimo. Welby può solo sperare nella corrente evangelica e negli immigrati dall’Africa, gli unici che riempiono le chiese.

 

“Siamo di fronte a un processo storico che risale a molti decenni fa”, dice al Foglio Douglas Murray, ateo, editorialista del Times, dello Spectator e autore di un recente bestseller, “The strange death of Europe”, che è in classifica da quasi un mese: “Solo il tre per cento dei giovani inglesi si dichiara ‘anglicano’. Non c’è bisogno di essere un fedele per capire l’importanza di una appartenenza culturale. Abbiamo perso il legame culturale con la nostra origine, ciò che siamo. Se scomparirà la Church of England, ci ritroveremo in una Inghilterra totalmente differente da quella in cui ci troviamo oggi”.

 

Il 5 settembre 1174, quattro anni dopo l’assassinio di Thomas Becket, la cattedrale di Canterbury fu distrutta da un incendio. Gervasio, un monaco cronista testimone della sciagura, scriveva: “La casa di Dio. fino ad ora luogo di delizie, un paradiso dei piaceri, non e più che un cumulo di ceneri, ridotta a un triste deserto”. Letto mille anni dopo, più che una profezia, appare come una presa d’atto. Per secoli, quelle chiese sono state piene di congregazioni che intonavano inni al Signore. Ora, molte chiese inglesi hanno un nuovo uso: ospitano a pagamento concerti di musica pop e rock.

 

L’idea è venuta a Dave Stewart degli Eurythmics, che ha collaborato con il Churches Conservation Trust per portare una serie di concerti nelle chiese storiche d’Inghilterra. Stewart e Annie Lennox hanno anche comprato e sistemato il loro studio di registrazione in una chiesa abbandonata a Crouch End, Londra. La Church of England consiglia apertamente di affittare le chiese: “Ci potete fare un bel gruzzolo, fino a 64 mila sterline all’anno”.

 

Eccola l’Inghilterra, dove gli anglicani fanno soldi dalla vendita e dall’affitto delle proprie chiese vuote, mentre l’islam edifica di continuo moschee sempre piene con i soldi che arrivano copiosi dalle monarchie del medio oriente. Se i trend in atto continuano, le città britanniche saranno in futuro dominate non più dal suono delle campane, ma dal canto del muezzin.

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