Un Papa navigatore

Matteo Matzuzzi

Come Magellano, Francesco cambia a ogni orizzonte il punto di vista. Suo e della Chiesa

Parresia anziché normali e consueti canali della prudenza diplomatica, invenzione di gesti più che ripetizione di tradizionali routine. Detta così, la geopolitica di Francesco, Papa preso alla fine del mondo, potrebbe essere ridotta a qualcosa di estemporaneo, legato al contingente e, in ultima istanza, tutto meno che programmata. L’opposto, insomma, di quel che fu l’epopea wojtyliana.

In realtà, la geopolitica di Jorge Mario Bergoglio – che probabilmente poco apprezzerebbe l’uso di tal termine – è molto più complessa e ha nel tema della periferia solo uno dei suoi cardini principali: “Il Papa ha fatto del mondo una città, non c’è politica interna e politica estera”, ha detto padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e assai vicino al Pontefice regnante. “Tutta sua la città”, scriveva questo giornale commentando un anno e mezzo fa l’omelia pronunciata a Central Park, nel corso della tappa newyorchese del viaggio negli Stati Uniti, proprio a rimarcare quanto la dimensione della metropoli sia ineludibile per comprendere il pontificato presente.

 

Un pontificato
che ha messo
al centro la città
come dimensione
in cui agire, innestando dinamismi. L'esempio della metropoli

Lo storico Andrea Riccardi ha parlato addirittura di una “teologia della città” alla base della missione del vescovo di Roma. Una teologia che ha sempre nella periferia il suo punto focale, paradossalmente centrale. “Lui non è un uomo che ha girato il mondo, ma ha vissuto con intensità la sua città, Buenos Aires, una tipica megalopoli dell’èra globale: lì – osservava Riccardi – ha scoperto il dramma delle periferie. Lui ha avuto l’intuizione di uscire, di andare nelle periferie e fare centro nelle periferie”. Un Papa che, diceva il diplomatico di carriera Pasquale Ferrara, autore de Il mondo di Francesco. Bergoglio e la politica internazionale (San Paolo editore), “si inserisce nelle fratture” globali, proponendo appunto gesti e offrendo la sua opera di facilitatore ove (e solo quando) richiesto.

 

C’è un’intervista del Papa illuminante rispetto alla sua visione geopolitica. Risale al marzo del 2015 e inopinatamente non è entrata nel catalogo delle più importanti del pontificato, surclassata da quelle, magari rilasciate a braccio, in cui a fare presa è stata la frase a effetto. Francesco parlava al Càrcova News, una rivista pubblicata in una delle tante ville miseria della grande Buenos Aires. “Quando parlo di periferie”, diceva Bergoglio, “parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso, scopriamo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa”. Perché, ed è questo il punto al cuore della questione, “una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. Quindi l’esempio, chiarissimo: “L’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa”.

 

Le mete scelte
per i viaggi apostolici hanno tutti la stessa matrice: partire
dalla periferia
per raggiungere
il centro

Il discorso, naturalmente, è utile a comprendere meglio l’atteggiamento di Bergoglio riguardo all’Europa. Le mete scelte per i viaggi in questo continente lo sottolineano in modo evidente: Lampedusa, Lesbo, l’Albania, la Georgia, l’Armenia, Sarajevo, Istanbul. Solo una breve puntata nel cuore geografico e politico europeo, la mezza giornata autunnale trascorsa a Strasburgo. Ma anche in quella circostanza, nella città più contesa della plurisecolare storia europea, posta sul confine tra Francia e Germania, ha usato i suoi discorsi per sferzare il vecchio moloch, che da generatore di processi e dinamismi è diventato vecchio, burocratizzato, incapace di rispondere con efficacia alle sfide della contemporaneità. “Che ti è successo, Europa?”, era la domanda più volte posta dal Pontefice. E lo stesso schema è individuabile nella scelta di recarsi nella Repubblica Centrafricana, nello Sri Lanka, nella periferica Corea dove pure i cattolici sono in crescita. “Tante tappe di un unico viaggio verso l’incontro e l’amicizia reciproca. Un viaggio che parte da Gerusalemme, ove nella fede cristiana tutto ha avuto origine”, diceva il cardinale Parolin. “Un cammino che si muove da oriente verso occidente, come è avvenuto per il primo annuncio del Vangelo, un itinerario che attraversa sensibilità storiche, culturali e religiose tra loro assai differenti, ma che trovano nella testimonianza del Vangelo il loro comune denominatore”.

 

 

Aiuta a semplificare il quadro, rendendolo più intellegibile, la figura del poliedro. Ogni qualvolta che il Papa spiega la sua attitudine circa la complessità globale, ricorre al poliedro. Dopotutto, questo è un mondo multipolare, e la multipolarità – sono sempre parole di Francesco – comporta “la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie”. Nel 2013, in un videomessaggio registrato per il Festival della dottrina sociale a Verona, il Pontefice disse che “la sfera può rappresentare l’omologazione, come una specie di globalizzazione: è liscia, senza sfaccettature, uguale a se stessa in tutte le parti. Il poliedro – aggiunse – ha una forma simile alla sfera, ma è composto da molte facce. Mi piace immaginare l’umanità come un poliedro, nel quale le forme molteplici, esprimendosi, costituiscono gli elementi che compongono, nella pluralità, l’unica famiglia umana”.

 

La realtà supera l'idea
è un concetto chiave
per leggere gli incontri di Bergoglio con i leader stranieri ricevuti
in Vaticano

Intervenendo lo scorso 10 maggio alla Tavola rotonda per la pubblicazione del numero 4.000 della Civiltà cattolica, il segretario di stato Pietro Parolin osservava che “lo sguardo di Magellano”, cioè “l’immagine della navigazione in mare aperto”, ha “molto da dire anche per quanto attiene alla visione che anima l’impegno della Santa Sede di fronte alle gravi sfide internazionali del momento presente”. La realtà, ribadiva Parolin, per Francesco “è sempre superiore all’idea”. Insomma, “ci si incontra sul piano reale, quello della vita concreta, prima che nel confronto tra idee e sistemi di pensiero differenti”. Non è un caso che il segretario di stato, diplomatico cresciuto alla scuola di Casaroli, citasse Henry Kissinger, il grande realista, che nell’introduzione a L’Arte della diplomazia (1994) sottolineava come “il sistema internazionale del ventunesimo secolo sarà caratterizzato da un’apparente contraddizione: da un lato, frammentazione, dall’altro globalizzazione crescente. A livello di rapporti internazionali – vaticinava Kissinger – il nuovo ordine sarà più simile al sistema di stati del diciottesimo e diciannovesimo secolo, che ai rigidi schematismi della Guerra fredda”.

 

 

Che il concetto sia chiaro, che cioè la realtà sia sempre superiore all’idea, lo si è visto da ultimo anche nell’udienza concessa mercoledì scorso di primo mattino al presidente americano Donald Trump. Al di là dei contenuti dei comunicati ufficiali, dei temi affrontati e delle sfumature che vanno dal velo in pizzo di Melania al minutaggio del colloquio, l’elemento davvero importante è rappresentato dal fatto che i due leader si siano incontrati. L’uno dinanzi all’altro. Non era scontato, come si sa. La Casa Bianca aveva domandato l’appuntamento quasi con fastidio, come se dovesse cedere alle domande sempre più pressanti di chi (anche tra la realtà cattolica statunitense che alle elezioni di novembre ha preferito Trump a Hillary Clinton) fedele alla tradizione, voleva ci fosse a tutti i costi l’udienza protocollare. E poi il presidente che si rifiutava di studiare i dossier, preferendo guardare un video riassuntivo su come la pensa Francesco sulle principali questioni all’ordine del giorno. Posizioni troppo distanti, si diceva. E non si tratta solo questione di ribadire che “chi vuole muri non è cristiano”, con Trump che ammoniva il Vaticano a ricordarsi dell’importanza e della forza di Washington quando l’Isis avrebbe bussato alle porte della cittadella leonina. È che le agende su molti punti sono diverse, quasi agli antipodi. Immigrazione e ambiente, tanto per fare due esempi. Ma Francesco, che riceve tutti i capi di stato che chiedono udienza (l’ha voluto ribadire ai giornalisti), ha guardato la realtà. Porte aperte, dialogo senza pregiudizi e senza complessi mentali. Cercare di raccogliere quel che si può ottenere senza irrigidimenti sterili. È lo stesso schema applicato con Cuba e gli Stati Uniti, ad esempio. Le posizioni tra la Santa Sede e l’Amministrazione Obama erano assai distanti e per ricordarlo è sufficiente riprendere in mano il comunicato ufficiale pubblicato dalla Sala stampa vaticana al termine della lunga udienza privata del 2014. Eppure, schivando “l’idea” che si trasforma subito in ideologia, il Papa è riuscito a facilitare l’incontro tra L’Avana e Washington dopo decenni di chiusura pressoché totale. Sarebbe fuori strada, però, chi pensasse che Bergoglio abbia un proprio programma di politica estera, quasi che la chiesa fosse davvero una ong o una sorta di Onu che funziona meglio di quella ospitata nel Palazzo di vetro newyorchese.

 

Francesco improvvisa ma, come ha ricordato il cardinale Gualtiero Bassetti poco dopo l’elezione a presidente della Conferenza episcopale italiana, “improvvisare non significa fare le cose senza pensare”, visto che “improvvisatore è il contrario di calcolatore”. Ecco che allora si comprende meglio quando si spiega che il fine ultimo di Bergoglio non è quello di compiere riforme nel senso di chiudere processi, bensì di avviarli, di porre le premesse, di mettere in moto la chiesa affinché non si riduca a un triste e desolato museo.

L'obiettivo è quello
di avviare processi, senza sapere dove
si andrà a finire.
Lo stacco
con il plurisecolare costantinismo

Per Francesco, la cui politica è kerygmatica e non ideologica né teologica, non esiste alcuna distinzione tra politica interna e politica estera. Soprattutto, per lui non è possibile confondere l’elemento religioso con quello politico. Il rischio, se così accadesse, sarebbe quello di ripiombare negli schemi, plurisecolari e rigidi, del costantinismo, con l’unione del potere temporale a quello spirituale. Scriveva a tal proposito il padre gesuita Francesco Paolo Rizzo che l’imperatore “Costantino manifestava piena consapevolezza della distinzione tra la realtà mistica e quella pubblica del cristianesimo e considerava quest’ultima di sua competenza, includendovi persino i problemi centrali della teologia qualora minacciassero l’unità dell’impero”. Si giunse quindi alla teocrazia, la quale “comportò che l’imperatore riassumesse nella sua persona l’autorità sia politica sia religiosa. In tal modo – proseguiva Rizzo – la chiesa veniva inserita negli affari dello stato – ma in un ruolo di subordinazione – e recepiva una serie di leggi estremamente vantaggiose, che accrebbero la sua ascesa sociale ed economica e l’importanza del ruolo episcopale, che divenne un’opportunità di potere. Benefici temporali, questi, la cui illegittimità si rendeva manifesta già solo per il fatto che venivano ottenuti in forza di un diritto non riconosciuto da tutti i cittadini”.

È proprio questo, lo stacco che vuole imprimere alla chiesa Papa Francesco. La separazione netta e definitiva tra temporale e spirituale, tra sovrano e pastore, tra stato e chiesa. Non solo nel portato simbolico e visibile, bensì anche nella dimensione globale e universale (cattolica) della chiesa che guida.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.