Andiamo all'Atalanta

Leo Lombardi

Passione quasi religiosa, strategia sportiva e capacità imprenditoriale. Che cosa c’è dietro al capolavoro che ha portato la squadra di Bergamo a giocarsela con le grandi della serie A

Tutti a raccontare la discesa in Italia di Starbucks. Tutti a intervistare il ceo Howard Schultz e/o, in subordine, Angelo Moratti, il partner più noto, per la famiglia e per il calcio. Il pallone c’entra, come c’entrano i colori nerazzurri, che però non sono quelli metropolitani dell’Inter. Occorre cercare quelli provinciali dell’Atalanta, occorre seguire i movimenti di Antonio Percassi. Mai fermo, come gli capitava in campo. Un difensore essenziale, di quelli che – negli anni Settanta – si attaccavano al centravanti e non lo mollavano un secondo. Ma uno che guardava oltre, mentre ancora stava giocando. Gli altri, nel tempo libero, pensavano a divertirsi. Percassi no. Era già imprenditore. E se la caffetteria che ha colonizzato il mondo a colpi di Frappuccino tenta l’impossibile (ovvero: convincere gli italiani), può farlo grazie alla regia del presidente di un club piccolo per dimensioni ma grande per ambizioni.

 

E’ una storia che nasce da una delusione. Percassi è di Clusone, Val Seriana. Se la cava con il pallone, mentre i fratelli Santo, Rino e Giuseppe si dedicano al mattone. Bergamo è a una trentina di chilometri, il destino è scritto. L’Atalanta prende questo difensore centrale (stopper, si diceva), duro il giusto. Gli fa collezionare 110 partite tra serie A e B poi, nel 1977, lo congeda. All’epoca il mercato è ancora cosa seria. Due sedute brevi, in estate e in autunno, non lo stillicidio attuale. A ottobre il presidente Achille Bortolotti riporta a Bergamo l’attaccante Ezio Bertuzzo, idolo ritrovato delle folle. In cambio manda a Cesena proprio Percassi, che vive il trasferimento come un tradimento. Gioca due partite sole e smette a 25 anni, dando ragione a chi raccontava come fosse l’ultimo ad arrivare e il primo ad andare via agli allenamenti. Non per scansare le fatiche. Tutt’altro. Piuttosto perché aveva un doppio lavoro. La scintilla scocca nel 1976, incontrando Luciano Benetton. Apre i primi negozi monomarca a Bergamo, segue lo sviluppo dell’azienda all’estero: è di casa negli Stati Uniti, traccia la via nell’allora Unione Sovietica. A Benetton seguono altri marchi, senza sbagliare un colpo: Swatch, Calvin Klein, Breill, Gucci. Nel 2001 Percassi porta Zara dalla Spagna, oggi ha in portafoglio Victoria’s Secret e Lego e riscopre il brand del cibo, come fu per i primi passi di Burghy: il fastfood giapponese Wagamama, il pane di Princi fino, per l’appunto, al caffè di Starbucks. Un’espansione andata di pari passo con quella dell’azienda di famiglia.

 

Il gruppo Percassi gestisce immobili e detta il passo con gli outlet, sempre vicini a un’autostrada o a un aeroporto, perché la mobilità aiuta. Oriocenter l’esempio sommo. Nasce nel 1998 tra casello e scalo, diventa il più grande d’Italia nel 2004: 200 negozi, aperti sette giorni su sette. Si chiude solo a Natale e a Santo Stefano e il primo di gennaio. Poi Franciacorta e Valdichiana, a fine marzo tocca a Torino. Meglio: a Settimo Torinese, vicino alla Torino-Milano ovviamente. Una guglia alta 85 metri avverte che lì sorgerà un gigantesco outlet village, con lavoro per 700 persone. Dal 2013 Percassi ha lasciato l’immobiliare ai fratelli. Nella separazione dei beni ha tenuto quello più amato. Ovvero l’Atalanta, un’avventura per lui in due tappe. La prima nel 1990, quando la rileva da chi lo aveva ceduto al Cesena. Una storia tragica, quella dei Bortolotti, con Achille costretto a tornare dopo la morte del figlio Cesare: diventato presidente nel 1980 a 30 anni, il più giovane della serie A, nel 1989 è vittima di un incidente stradale. L’esperienza di Percassi vive di intuizioni imprenditoriali e sportive.

 

Le prime rimangono un abbozzo (stadio per famiglie, spazi in cui mangiare e fare shopping), le seconde raccontano come il nuovo padrone ne capisca. Ci mancherebbe, arriva dal calcio, come altri presidenti prima (Giampiero Boniperti alla Juventus) e dopo di lui (Dino Zoff alla Lazio). Percassi, però, mette soldi suoi. Chiama Mino Favini per il settore giovanile. In panchina pesca Marcello Lippi in B (dalla Lucchese) e chiude ottavo nel 1992-93. Azzarda ancor più la stagione successiva con Francesco Guidolin (che aveva vinto il campionato di C1 a Ravenna) e paga con una retrocessione che nemmeno Cesare Prandelli, chiamato in corsa dalla Primavera, evita. Tre nomi che fanno capire come avesse già visto lontano allora. Lascia con una serie B, ritorna con una serie B. Nel giugno 2010, nel pieno della contestazione alla famiglia Ruggeri, lo accolgono come l’uomo della provvidenza. Vince il campionato, avvia il processo di radicamento tra le grandi e il recupero dell’orgoglio nerazzurro. Questo, in verità, non è mai venuto meno. A Bergamo non dicono “andiamo a vedere l’Atalanta”, ma “andiamo all’Atalanta”, come se ci si recasse a messa. Un’identificazione che non si riscontra altrove. Percassi non è da meno, “dei due è quello passionale”, racconta il figlio Luca, ad del club, cresciuto in nerazzurro e difensore dall’abbandono precoce come papà. Una passione che si vede nelle 12mila magliette distribuite ogni anno ai neonati di Bergamo e dintorni. Una passione che lo lega alla curva Nord, divenuta curva Pisani, in ricordo di Federico, il talento morto anch’egli in un incidente d’auto nel 1997, a 23 anni da compiere.

 

Un settore dello stadio tra i più complicati in assoluto: grandi slanci di generosità e, al tempo stesso, grandi atti di teppismo, “venduti” come passione sfrenata per la squadra. “Tifiamo per chi amiamo”, si giustifica Claudio Garimberti, detto il Bocia, leader riconosciuto della curva e una storia di risse, incidenti e minacce. Un concetto di recente ribadito al processo in cui è coinvolto con altri cinque ultrà, accusati di associazione a delinquere. Vi era finito pure Daniele Belotti, ex assessore regionale e oggi segretario provinciale della Lega Nord. Lui si era dissociato dalla curva in cui era cresciuto dopo i gravi incidenti di Alzano Lombardo, alla Berghem Fest 2010 (bombe carta per contestare la tessera del tifoso), ma non gli era stato negato l’italicissimo concorso esterno. Risultato? Prosciolto. Un amore per l’Atalanta che si toccava con mano ogni estate alla Festa della Dea, organizzata per quindici anni e annullata nel 2016 per rispetto del Bocia, sottoposto per diciotto mesi a sorveglianza speciale: “Non voltiamo le spalle agli amici”, la motivazione. Erano giorni di tifo e di eccessi, come il carro armato che nel 2013 distrugge due auto simboleggianti Brescia e Roma, nemici per eccellenza; o come il Mig fatto sfilare nel 2014 al grido di “Bombardiamo la serie A”.

 

Percassi sempre presente, con lo staff dirigenziale al completo. Una scelta che aveva attirato molte critiche sul presidente che, da parte sua, aveva ogni volta preso le distanze dagli episodi di violenza. Con le parole (i comunicati) e con i fatti, ovvero una squadra di cui andare orgogliosi. Come quest’anno, con l’Atalanta addirittura quarta in classifica. Non solo salva con largo anticipo, ma pronta a cullare un sogno Champions League, che si andrà a giocare (anche in caso di Europa League) a Reggio Emilia, in attesa di rifare il vecchio Atleti Azzurri d’Italia: a fine aprile si conoscerà il vincitore del bando pubblico per la vendita; il favorito d’obbligo, manco a dirlo, è Percassi. Il sogno ha cominciato a concretizzarsi una settimana fa, vincendo 2-0 a Napoli. Un evento salutato nella notte da oltre duemila persone, andate ad accogliere la squadra a Orio al Serio come se si fosse vinta un coppa, con gli applausi più convinti rivolti a Gian Piero Gasperini, l’allenatore giunto in estate dal Genoa. Non un’intuizione alla Percassi prima maniera ma una scelta alla base di un progetto preciso e, soprattutto, difeso. Perché in Italia, si sa, la programmazione è materia fragile, specie nel calcio. E il tecnico ha rischiato moltissimo a inizio stagione. Perde 3-0 a Cagliari il 18 settembre e Percassi lo conferma. Perde in casa tre giorni dopo con il Palermo ed è a un passo dall’esonero, che non si materializza per mancanza di tempo: il 26 si deve già giocare a Pescara, con il Crotone. “Ero quasi fuori, ho rotto gli indugi – racconterà Gasperini – Era il momento di mettere in pratica il progetto”. Comincia piazzando in attacco Andrea Petagna, uno scarto del Milan: gol dopo 3 minuti, finisce 3-1 per l’Atalanta. Poi la partita della svolta, quella definitiva.

 

Il 2 ottobre a Bergamo arriva il Napoli, il giorno prima Percassi segue la rifinitura e tra i titolari vede, oltre a Petagna, anche Conti, Caldara e Gagliardini, poco più che ventenni, senza esperienza in A ma, particolare decisivo, cresciuti nell’Atalanta. Chiede: “Sono le prove?”. Serena la risposta di Gasperini: “No, giochiamo così”. Percassi passa una notte d’inferno, alla domenica segue la più bella prestazione dei nerazzurri, che vincono e, soprattutto, danno spettacolo. Da quel giorno l’Atalanta non si è fermata. Solo tre sconfitte: d’obbligo quella in casa Juventus, evitabile quella con la Lazio, incredibile quella con l’Udinese, in una gara dominata. Applausi ed elogi per tutti, soprattutto per Gasperini, subito accostato alla panchina di una grande per il futuro, nonostante un contratto anche per la prossima stagione. Eventualità che magari solletica il tecnico, ancora scottato dall’infelice esperienza con l’Inter morattiana. Ma Gasperini sa che l’Atalanta è il luogo giusto dove mettere in pratica il proprio credo, fatto di gioco sfrontato e giovani da plasmare. Perché ha un presidente (Percassi padre) che adora una squadra il cui unico obiettivo è tentare di vincere con chiunque. Perché ha un amministratore delegato (Percassi figlio) che sa fare di conto. Perché ha un direttore sportivo (Giovanni Sartori) che batte i campi di provincia invece di pensare all’espressione da assumere di fronte alle telecamere. E perché sa di avere in casa una fonte inesauribile di materia prima con cui sostituire chi, inevitabilmente, verrà ceduto: come Roberto Gagliardini, finito all’Inter a gennaio, e come Mattia Caldara, che andrà alla Juventus nel 2018. Una materia prima curata a Zingonia, il centro sportivo sorto nella città laboratorio voluta dall’imprenditore Roberto Zingone negli anni Sessanta. Pensava a un luogo a misura dell’uomo e del lavoratore, oggi è una realtà di 4.000 abitanti (stranieri all’80 per cento) che piuttosto arricchiscono la cronaca nera locale. Un lungo e alto recinto alberato isola il centro dal resto del mondo.

 

Qui si allenano i grandi, qui lavorano le 14 squadre fatte di ragazzi il cui sogno è vestire un giorno la maglia dell’Atalanta, ancora prima di Juventus o Inter. Pure per loro l’identificazione è totale. Essere bergamaschi e atalantini ti fa stare in campo in un modo diverso, con più fame. Come avvenne il 2 giugno 1963, nella finale di Coppa Italia vinta 3-1 sul Torino. Tre reti di Angelo Domenghini, bergamasco come Pizzaballa, Pesenti, Nodari e Gardoni, mentre Veneri era di Mantova, ma cresciuto nell’Atalanta. Il segnale concreto di ciò che era e sarebbe stata la filosofia societaria: gli altri peschino stranieri da svezzare, qui si educano gli italiani. Domenghini allora. E poi Scirea, Fanna, Donadoni, Pazzini, Montolivo, Bonaventura, risalendo nel tempo. Oggi Gagliardini e Caldara, già venduti. Quindi Grassi, tornato in prestito dal Napoli, o Conti. E i sostituti sono in casa. Gasperini ha fatto esordire Melegoni e Bastoni contro la Sampdoria, due 1999: nessun altro ci aveva provato in Europa. Dietro spingono Capone e Latte Lath, ragazzi che lavorano a Zingonia e vivono nella Casa del giovane, vicino alla stazione ferroviaria, da oltre 40 anni la famiglia di chi viene scelto dall’Atalanta. Una volta il tocco magico era di Favini, dal 2014 ci pensa Maurizio Costanzi, responsabile dell’area scouting. Un lavoro che richiede tempo, pazienza e soldi. Ogni stagione del settore giovanile – oltre 300 giocatori –, costa 6 milioni. Si vincono titoli (campioni Under 15 e Under 17 in carica), si fornisce materiale alla prima squadra, si immette merce sul mercato: uno sguardo al futuro che rende splendido il presente.

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