Le Madonne del Papa

Matteo Matzuzzi

La devozione di Francesco non guarda tanto a Medjugorje perché è difficile pensare che la Madre di Cristo appaia a comando. Lo affascina di più la Maria del Rosario

Ossessione. Nessun’altra parola era possibile, secondo il magazine americano Time, per descrivere la devozione profonda di Papa Francesco per la Vergine Maria, madre di Gesù e – elemento di certo non trascurabile – madre della Compagnia di Gesù. Ossessionato dalla Madonna, tanto da recarsi nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore non appena possibile, di sicuro prima e dopo ogni viaggio apostolico, per venerare la Salus populi romani, l’icona bizantina che raffigura Maria col Bambino nella cappella Paolina. Ci andò subito, appena eletto, e fu l’allora arciprete Santos Abril y Castelló a dire che il Papa aveva scelto di mettere ai piedi della Madonna il suo pontificato. Di consegnarglielo, affidando se stesso e il ministero petrino alla sua intercessione e protezione. Niente di strano per chi ha vissuto l’età giovanpaolina e la straordinaria devozione di Karol Wojtyla per Maria, di cui portava il nome nel simbolo, quella “M” che faceva storcere la bocca a esperti d’araldica e cultori della tradizione sugli usi e i costumi della santa chiesa.

 

Pensare alla Salus populi romani aiuta a comprendere i suoi strali, poco forbiti ma almeno diretti e sinceri, alla Madonna intesa come capoufficio della posta (citazione testuale). Che poi, stando sempre a quanto Francesco ha detto ai Superiori generali ricevuti in Vaticano lo scorso novembre, altro non è che la Madonna finta, cioè “non vera”, visto che quella “vera”, invece, “è quella che genera Gesù nel nostro cuore, che è Madre. Questa moda della Madonna superstar, come una protagonista che mette se stessa al centro, non è cattolica”. Punto. In effetti, sostando davanti all’icona bizantina di Santa Maria Maggiore, a tutto si pensa meno che alla protagonista d’uno show, a una star (o starlette) dello spettacolo messa lì per esibirsi. S’è scritto in abbondanza circa la perplessità di Bergoglio dinanzi al moltiplicarsi di apparizioni, vere o presunte, della Vergine alle più disparate latitudini terrestri. Di interventi sul tema, sempre a braccio e quindi libero dai lacci imposti dal testo scritto asciutto, ne ha fatti molti. La prima volta fu nell’autunno del 2013, pochi mesi dopo l’elezione a Pontefice, quando nel corso della consueta omelia pronunciata nella cappella di Santa Marta disse che “la curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: ‘Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere dalla Madonna, messaggi dalla Madonna’. Ma la Madonna è Madre, non è un capoufficio della posta, per inviare messaggi tutti i giorni. Queste novità allontanano dal Vangelo”. Il 9 giugno del 2015, pochi giorni dopo essersi recato in visita a Sarajevo, domandò: “Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle quattro del pomeriggio? Per esempio, no? E vivono di questo. Ma questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama Gesù e niente di più”.

 

Parole che furono subito collegate all’annosa e delicata questione che porta a Medjugorje, il santuario in Bosnia-Erzegovina che dal 1981 è teatro delle presunte apparizioni mariane che ogni giorno fanno affluire lì, sulla collina, migliaia di fedeli. La diocesi di Mostar nega che si tratti di un evento soprannaturale, i francescani della parrocchia invece sostengono il contrario. La chiesa, nelle sue più alte gerarchie, tace. O meglio, studia il fenomeno e compila dossier. La commissione voluta da Benedetto XVI e presieduta dal cardinale Camillo Ruini ha completato ormai da anni i suoi lavori. Indagini, testimonianze, racconti hanno portato allo sviluppo di una “proposta articolata” ancora top secret, sottoposta al segreto pontificio. Da tempo il faldone è nelle mani del Papa e della congregazione per la Dottrina della fede, chiamata a decidere una volta per tutte se lì, a Medjugorje, ci sia qualcosa degno di paragone con Lourdes o Fatima.

 

I dubbi sono tanti, in Vaticano: troppo spettacolarizzate sono le manifestazioni della Vergine, che apparirebbe ovunque si trovino i veggenti, da ben trentacinque anni. Non si hanno precedenti in tal senso. Decidere in un senso o nell’altro, però, potrebbe provocare una spaccatura drammatica in seno alla chiesa. E’ anche per questo che cardinali come Christoph Schönborn, da sempre favorevoli a riconoscere la soprannaturalità delle apparizioni della Gospa, suggeriscono di non limitarsi a guardare il fenomeno in sé, ma di allargare l’orizzonte, soffermandosi in particolare sull’enorme numero di conversioni che avvengono a Medjugorje. Gente che per anni non aveva messo piede in chiesa che riscopre improvvisamente, e spesso per sempre, la fede. Francesco, che pure a Buenos Aires aveva consentito a uno dei veggenti, Ivan Dragicevic, di tenere un ciclo di conferenze nella diocesi argentina, è prudente. Osserva, studia e pazienta. Il constat o non constat de supernaturalitate può attendere, anche perché le apparizioni sono ancora in corso. Quel che è certo è che la prospettiva di Bergoglio è – in casi come questo – diversa da quella di Giovanni Paolo II, che su Medjugorje propendeva per un verdetto positivo. E’ necessario inquadrare il tutto nella fede dei semplici, nella pietà popolare.

 

E’ utile tornare alla magna carta di questo pontificato, l’esortazione Evangelii gaudium, il “programma” che sta alla base della missione di Francesco. Un testo che va letto di pari passo con il Documento di Aparecida del 2007, al quale l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio lavorò in prima persona. E’ qui che si definisce la pietà popolare “una vera spiritualità incarnata dalla cultura dei semplici”, un “modo legittimo di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della chiesa e di essere missionari”. Commentando l’Evangelii gaudium, il gesuita Jorge R. Seibold scriveva che questa spiritualità dei semplici “non è vuota di contenuti”, tutt’altro: i contenuti li scopre e li esprime “più mediante la via simbolica che con l’uso della ragione strumentale, e nell’atto di fede accentua maggiormente il credere in Deum (credere in Dio, ovvero in senso fiduciale, di fiducia e vicinanza) che il credere Deum (credere Dio, che esprime un senso più intellettuale, come insegna san Tommaso)”.

 

Altro che show, dunque: “Penso alla fede salda di quelle madri ai piedi del letto del figlio malato che si afferrano a un rosario anche se non sanno imbastire le frasi del Credo; o a tanta carica di speranza diffusa con una candela che si accende in un’umile dimora per chiedere aiuto a Maria”, sottolineava Francesco nella Evangelii gaudium, aggiungendo che “chi ama il santo popolo fedele di Dio non può vedere queste azioni unicamente come una ricerca naturale della divinità. Sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito santo che è stato riversato nei nostri cuori”. E’ qui che s’inserisce la devozione mariana di Bergoglio, in questo quadro di semplicità, in cui però la pietà popolare non è unicamente riducibile – sono parole di padre Seibold S.I. – “ad alcune pratiche del nostro popolo devoto, o in massima parte umile e semplice, che recita il rosario alla Madonna nelle sue svariate invocazioni, venera le immagini dei santi, partecipa a vari pellegrinaggi nei suoi santuari preferiti, compie gesti fisici di chiaro significato spirituale, come inginocchiarsi davanti a un’immagine, segnarsi con l’acqua benedetta, portare sempre con sé immaginette, medaglie e scapolari con i quali ci si raccomanda a Dio, alla Madonna e ai santi di cui si ha devozione”. La verità, alla fine, è ben più complessa. Pietà popolare e mistica popolare sono legate, dal momento che “la pietà popolare possiede una profondità mistica che raggiunge l’intimo dei suoi fedeli, il loro cuore, grazie all’azione primaria dello Spirito santo, da cui dipende, e a sua volta la mistica non soltanto si radica con Dio nel cuore dell’uomo, ma lo conduce anche, insieme a molti altri, a trasformare il mondo in cui egli è inserito”.

 

Per capire ancora meglio il senso dei dubbi papali sulla Madonna intesa “come capufficio della posta che manda messaggi a ore determinate e in luoghi prestabiliti ovunque nel mondo” è utile porsi dinanzi alla pala d’altare settecentesca di Johann Georg Melchior Schmidtner custodita nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augsburg, in Baviera: Maria, in cielo, attorniata da angeli. In mano, un nastro splendente annodato in più punti. Lei, intenta a sciogliere i nodi mentre con il piede schiaccia il serpente. Per padre Bergoglio fu una sorta di folgorazione sulla via di Damasco. Erano gli anni Ottanta, lui si era da poco trasferito a Ingolstadt per studiare Teologia. Visitò la chiesa, passò davanti all’immagine votiva e ne rimase colpito. Tornato in Argentina, ne promosse la conoscenza fino al punto da lavorare perché a Buenos Aires fosse dedicato un santuario alla Madonna che scioglie i nodi. Un amore a tal punto appassionato da usare la stessa immagine come proprio biglietto da visita, valorizzandone il culto sia in veste di vescovo ausiliare prima sia di arcivescovo ordinario poi.

 

All’origine di quella pala d’altare v’è una comune storia di vita quotidiana. Due coniugi, Wolfgang e Sophie, il cui rapporto entra in crisi. E’ il primo Seicento. Il marito, prima di rompere il matrimonio, si reca a Ingolstadt, chiede del padre gesuita Jakob Rem che suggerisce di porre la “pratica” ai piedi della Vergine. Dopo preghiere incessanti, la frattura si ricompone. Ma è qui che accade, secondo la tradizione, qualcosa d’inspiegabile. Durante la preghiera per Wolfgang e Sophie, i nodi di un nastro usato per legare le mani degli sposi – a rimarcare l’indissolubilità del vincolo – nel corso della celebrazione del matrimonio, si sciolsero “miracolosamente”. Il nastro tornò bianco, splendente, come nuovo. Il vero miracolo, più che i nodi sciolti, era la riconciliazione propiziata dall’intercessione di Maria. L’immagine divenne oggetto di culto e devozione rapidamente, ma per secoli limitata alla Baviera. Fu proprio padre Bergoglio a contribuire alla sua diffusione oltreoceano. Nel 2011, l’allora arcivescovo di Buenos Aires celebrò la messa dell’Immacolata nella parrocchia di San José del Talar, dove quindici anni prima il parroco aveva dedicato alla Vergine scioglinodi una riproduzione della pala settecentesca di Ingolstadt. “Dio vuole che ci fidiamo di Lei, vuole che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù”, disse il cardinale Bergoglio.

 

A ogni modo, Francesco è un gesuita. “In tutti i momenti chiave della Compagnia di Gesù, Maria era lì”, scriveva padre Simon Bishop. “Quando Ignazio ha lasciato la sua vecchia vita alle spalle, ha fatto una veglia davanti alla Madonna nera, alla vigilia della festa dell’Annunciazione del 1522; quando ha fatto i primi voti, è stato in occasione della festa dell’Assunta, nel 1534. E quando ha celebrato la messa per la prima volta, nel 1538, era nella chiesa di Santa Maria Maggiore, il giorno di Natale”. E ancora, “sette mesi dopo l’approvazione ufficiale della Società da Papa Paolo IV, Ignazio e i suoi primi cinque compagni celebrarono questa nuova nascita pronunciando i loro voti all’altare della Madonna, nella basilica di San Paolo fuori le mura, il 22 aprile 1541. Come Maria aveva contribuito a portare Gesù alla nascita, così ha contribuito a portare alla nascita questa comunità di fratelli e sacerdoti che sarebbero stati compagni di suo figlio”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.