Come nasce e si alimenta la democrazia dei creduloni

Gérald Bronner

I sospetti sull’11 settembre e gli Ogm, gli extraterrestri e le scie chimiche. La fiducia come essenza della vita sociale: quando viene meno, ecco il mito del complotto. L’analisi di Bronner

Pubblichiamo un estratto di “La démocratie des crédules” del sociologo Gérald Bronner, uscito in Francia nel 2013. Aracne editrice lo pubblica ora per i lettori italiani con la traduzione di Silvia Morante (“La democrazia dei creduloni”, 252 pp., 15 euro). In queste pagine, l’introduzione. Verità e post-verità attraverso il web.

 


Il 19 dicembre 2011 ho ricevuto una mail da uno dei curatori del sito Reopen-09/11 che sostiene che la versione ufficiale degli attentati dell’11 settembre 2001 – azioni omicide promosse da al Qaida – sia discutibile. Mi ha scritto perché io a più riprese, nei giornali, alla radio e anche alla televisione, avevo avuto l’occasione di mostrare come i meccanismi propri delle credenze erano attivi in quelli che vengono chiamati i “miti del complotto”. Si dà il caso che io abbia talvolta utilizzato come esempio il caso di coloro che credono che quegli attentati siano stati organizzati dalla Cia. Ci sarebbe molto da dire di questa mail estremamente cortese, se non altro sulla domanda apparentemente innocente e piena di buon senso che mi faceva: “Non pensa che un’inchiesta indipendente permetterebbe una volta per tutte di mettere d’accordo quelli che sono convinti della versione ufficiale e quelli che hanno dei dubbi?”. Questa domanda suggeriva che il rapporto ufficiale fosse stato scritto da esperti non affidabili, dando l’impressione, come succede spesso quando si chiede una perizia “indipendente”, che il mio interlocutore sarebbe stato soddisfatto solo se questa perizia avesse alla fine prodotto un rapporto a favore delle sue tesi. Ma quello che ha maggiormente attirato la mia attenzione è stato l’oggetto della sua mail: “diritto al dubbio”, che indicava che lo scrivente pensava che ci si stesse facendo beffe di un suo fondamentale diritto.

 

Si può dimostrare l’esistenza di qualcosa, ma non che qualcosa non esiste. E invece è questa la pretesa dei diffidenti

Ci si potrebbe stupire che questa persona reclamasse un diritto di cui, manifestamente, godeva già completamente. Qualcuno gli ha impedito di aprire quel sito, di postare video su internet, di pubblicare dei libri, di scrivere articoli, di distribuire volantini per strada, di organizzare manifestazioni pubbliche o in generale di esprimersi? Comunque, una volta che questa domanda è stata fatta, possiamo ammettere insieme a lui che il diritto al dubbio è effettivamente fondamentale, non fosse altro perché senza questo diritto la conoscenza umana non potrebbe correggere i propri errori. Se per esempio si togliesse questo diritto al mondo della scienza, non sarebbe possibile immaginare nessun progresso della conoscenza: le teorie scientifiche dominanti sarebbero state considerate immutabili e l’umanità avrebbe smesso di progredire, per non parlare delle conseguenze che l’assenza di questo diritto avrebbe sulla politica.

 

Ma quello che questa persona non sembrava vedere reclamando il “diritto al dubbio” è che, come accade sovente con i diritti, questi implicano dei doveri. Perché dei doveri? Perché un dubbio che pretendesse di esistere per se stesso e senza nessuna limitazione può facilmente diventare una forma di nichilismo mentale, la negazione di qualsiasi discorso. Si può dimostrare l’esistenza di qualcosa, ma è impossibile dimostrare in via definitiva che qualcosa non esiste. Ora, è proprio questa la pretesa che ha la persona eccessivamente diffidente nei confronti di qualsiasi dichiarazione ufficiale: dimostrami che non c’è nessun complotto, dimostrami che questo prodotto non è pericoloso… Posso provare che esistono dei cavalli, ma non posso provare che non esistono liocorni. Se sostengo di non averne mai visti e che l’esistenza di una creatura siffatta sarebbe contraria alla zoologia, colui che dubita delle verità ufficiali potrà facilmente oppormi che la scienza si è spesso sbagliata nel corso della storia e che potrebbero esistere liocorni in luoghi inesplorati, nel cuore profondo delle foreste o su altri pianeti. Potrà anche invocare delle testimonianze di persone che sostengono di averli visti, mostrare le tracce che alcuni di loro potrebbero aver lasciato…

 

E’ un esempio del sofisma detto argumentum ad ignorantiam, l’argomento dell’ignoranza. Come vedremo sono proprio le condizioni su cui oggi si basa la nostra democrazia a favorire la diffusione dell’argumentum ad ignorantiam nello spazio pubblico e del suo corollario: la possibilità, per colui che reclama il diritto al dubbio, di seppellire tutti i discorsi in contrasto con il suo sotto una valanga di argomenti. Si pensi che, riprendendo l’esempio dell’11 settembre, il mito cospirazionista è sostenuto da quasi un centinaio di argomenti diversi, alcuni che invocano la fisica dei materiali, altri la sismologia o addirittura l’analisi dell’andamento della Borsa!

 

Riusciamo a vivere insieme agli altri perché abbiamo l’impressione che una certa dose di prevedibilità caratterizzi la vita collettiva

Questa situazione porta a un labirinto mentale dal quale non sarà facile uscire per chi non ha già un parere definito; sia che egli approvi o no una tale ossessiva diffidenza, gli rimarrà una sensazione di disagio. In generale e a proposito del gran numero di domande che hanno a che fare con la salute pubblica, con l’ambiente, con l’esercizio del potere politico, con la diffusione dell’informazione sui mezzi convenzionali… il dubbio sembra rodere i nostri contemporanei.

 

Questo diritto al dubbio sembra essere diventato così invadente che coloro che lo rivendicano come una specie di intimidazione morale sembrano dimenticare che esiste anche l’abuso dei diritti. A quelli che troveranno quest’osservazione liberticida, ricorderemo che non c’è nulla di più liberticida di una libertà che venga esercitata senza costrizioni e che l’impatto che potrebbe avere questo dubbio metastatico va molto al di là dell’irritazione che suscita in uno spirito razionale. Infatti se riflettiamo un momento, l’essenza dell’intera vita sociale è la fiducia.

 

Riusciamo a vivere insieme agli altri esattamente perché abbiamo l’impressione che una certa dose di prevedibilità caratterizzi la vita collettiva. Così, quando il signor A esce per andare a lavorare spera che non sarà vittima di un furto o di un omicidio; quando paga un biglietto per il cinema si aspetta che l’operatore faccia in modo che sia proiettato il film in programma; quando ha il semaforo verde e passa con fiducia, egli suppone che gli automobilisti della strada perpendicolare alla sua rispetteranno il codice stradale, spera non senza ragioni che la sua lettera una volta imbucata raggiungerà il suo destinatario grazie a una catena di azioni messe in atto da funzionari di cui egli ignora praticamente tutto…

 

Molte di queste aspettative sono implicite (se non fosse così il nostro cervello sarebbe sommerso da una massa di informazioni da elaborare) perché fondate sull’esperienza di individui che sanno di poter contare, in media, su tale prevedibilità dell’ordine sociale: hanno fiducia. Questa fiducia è una credenza molto solida perché si fonda su un vasto insieme di esperienze, ma è anche fragile perché non è altro che una credenza. Ogni ordine sociale, per esistere, ha bisogno che questa credenza sia largamente condivisa. Basterebbe che qualcuno cominciasse a dubitare del fatto che i propri concittadini rispetteranno il semaforo rosso per far rallentare tutti a ogni incrocio e bloccare l’intero traffico cittadino. In linea di massima sembra che, in una popolazione, il livello di sfiducia nei confronti del potere politico sia correlato alla diffidenza verso l’altro, come dimostra la vasta inchiesta internazionale condotta da Inglehart e dai suoi colleghi. Per fare un esempio, il Brasile, uno dei paesi dove la sfiducia nei confronti della politica è più forte, è anche la patria della diffidenza interpersonale, dato che solo il 2,8 per cento dei brasiliani dichiara di fidarsi degli altri. Le conseguenze dell’alterazione di questa fiducia possono essere anche più gravi. Così, se in presenza di un clima politico teso, circola la voce che sono stati sparati dei colpi d’arma da fuoco in città, un certo numero di persone possono decidere di non uscire di casa per non rischiare di essere vittime della violenza di un’improvvisa guerra civile. Così facendo contribuiranno a rafforzare l’idea che stiano per verificarsi eventi gravi, alimentando quindi un circolo vizioso.

 

E’ quello che sarebbe potuto succedere in India il 20 novembre 1984, quando a New Delhi corse voce che il presidente Zail Singh era stato ucciso. Durante le otto ore che precedettero il telegiornale della sera, la città visse nell’angoscia che questa falsa notizia non poteva non provocare. Traumatizzata dal recentissimo assassinio di Indira Gandhi (il 31 ottobre 1984), l’opinione pubblica aveva la sensazione che la società indiana fosse fragile ed estremamente instabile. In quelle condizioni un secondo omicidio politico avrebbe potuto avere effetti sociali tragici. Funzionari, impiegati di banca, alcuni insegnati, lasciarono il lavoro prima del dovuto, mentre i commercianti calavano le loro serrande e i centralini delle agenzie di stampa venivano presi d’assalto. L’ordine sociale era minacciato, perché ognuno, non sapendo cosa avrebbe fatto l’altro, vedeva distrutto il congegno delle proprie aspettative quotidiane. La diceria venne smentita quando il telegiornale della sera mostrò le immagini del presidente che, in perfetta salute, riceveva i visitatori e assolveva i propri compiti. Il commentatore, che era al corrente della diceria, sottolineò che il presidente stava benissimo.

 

Cos’era successo esattamente? C’era stato davvero un assassinio dentro il palazzo presidenziale, ma era stato ucciso un giardiniere. Nel contesto sociopolitico dell’India, l’interpretazione spontanea era: se c’è stato un omicidio a palazzo non può trattarsi che del presidente in persona. Quella volta non ci furono conseguenze per la città, ma avrebbe potuto andare diversamente.

 

Chi vive in una democrazia stabile,
in libertà e sicurezza, sembra cercare
un modo per apparire vittima di qualcosa

La fiducia quindi è necessaria sempre nella vita sociale, ma lo è ancora di più nelle società democratiche che si organizzano intorno ai progressi della conoscenza e alla divisione del lavoro intellettuale. In effetti, con il crescere della produzione di conoscenza, diminuisce la parte di competenza che il singolo può sperare di dominare. Maggiore è il numero di cose che si sanno, proporzionalmente meno importante è quello che so io. Tutti sanno che se un individuo, qualche secolo fa, poteva sperare di dominare l’insieme delle conoscenze scientifiche, oggi questo sarebbe impensabile.

 

Questo significa che, paradossalmente, una società basata sul progresso della conoscenza diventa la società della credenza per delega, ovvero della fiducia, cosa che Tocqueville aveva già capito: “Non c’è al mondo nessun filosofo così grande da non credere un milione di cose per fede in qualcun altro e supporre molte più verità di quante ne abbia dimostrate. Questo non è soltanto necessario, ma anche auspicabile”.

 

Auspicabile, senza dubbio, perché non è immaginabile che possa sopravvivere a lungo un mondo dove ognuno verifica freneticamente tutte le informazioni. Malgrado ciò ci sono situazioni sociali in cui questo processo di fiducia è alterato.

 

Le democrazie occidentali non sono, sia chiaro, nella situazione di tensione politica dell’India all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso. Non sembra che stia per scoppiare una guerra civile, ma è tangibile in tutti i settori la contestazione dell’autorità, delle dichiarazioni ufficiali e la diffidenza nei riguardi delle conclusioni degli esperti. Per esempio, i risultati di tutti i sondaggi sul tema della diffidenza, bene che vada sono ambigui, nel peggiore dei casi inquietanti. Un’inchiesta sul rapporto dei francesi con la scienza, realizzato nel 2011, ha prodotto risultati contraddittori, alcuni dei quali tradiscono il dubbio che rode i francesi su alcune delle principali domande. Così alla domanda: “Scienza e tecnologia producono più danni che vantaggi?”, il 43 per cento risponde “sì”. Potremmo rallegrarci che il 56 per cento risponda “no” (e l’1 per cento “Non so”) e che le percentuali siano esattamente le stesse alla domanda: “Grazie alla scienza e alla tecnologia, le generazioni future vivranno meglio di quelle di oggi?”. Ma potremmo anche pensare che sia l’espressione di un’incredibile ingratitudine. Quelli che hanno risposto positivamente a queste domande si rendono conto che l’aspettativa di vita alla nascita che era appena 30 anni nel 1800 e aveva timidamente raggiunto 60 anni agli inizi degli anni Sessanta, oggi ha superato gli 80 anni? Sanno che la temperatura media di un appartamento londinese nel XIX secolo era di 12°C? Si ricordano che sono esistite epidemie di peste, di colera o di tifo che hanno ucciso milioni di persone? Non apprezzano, nella vita quotidiana, i benefici dell’elettricità, dell’elettronica o dell’informatica?

 

Questo atteggiamento sospettoso nei confronti della scienza, in crescita da una trentina d’anni, è ancora più evidente quando si affrontano argomenti che i nostri concittadini credono di conoscere perché sono stati molto mediatizzati: il 58 per cento, per esempio, dichiara che non si fida che gli scienziati dicano la verità riguardo agli Ogm o al nucleare (ha fiducia solo il 33 per cento e il 35 per cento di loro rispettivamente). Inoltre il 72 per cento ritiene che le valutazioni sulla sicurezza delle centrali nucleari non siano affidabili. So che molti leggendo queste righe troveranno che quelle opinioni siano ragionevoli e non sembrerà loro che questi dubbi, espressi in questo modo, siano eccessivi. Se non fosse così non ci sarebbe motivo per scrivere questo libro.

 

Gli Ogm costituiscono un esempio adeguato del modo in cui il falso si impossessa dell’opinione pubblica, ci ritornerò. Le biotecnologie in generale hanno visto travisare la loro immagine in tutta Europa a partire dalla metà degli anni Novanta. Questo atteggiamento sospettoso non riguarda solo la scienza. I giornalisti, per mezzo dei quali si suppone che i cittadini dovrebbero informarsi, non se la passano meglio. I francesi interrogati infatti, pensano nel 63 per cento dei casi che i giornalisti non siano indipendenti dalle pressioni dei partiti politici e del potere e nel 58 per cento dei casi dalla pressione economica. La televisione, che continua a essere la principale fonte di notizie in Francia ha perso più di 20 punti di fiducia dal 1989: oggi il 54 per cento dei francesi pensa che le cose non vadano (né esattamente né approssimativamente) come dice la televisione. I nostri concittadini poi si fidano dei politici10 solo nel 42 per cento dei casi e se i sindaci se la passano un po’ meglio degli altri con un 54 per cento, i deputati si fermano al 30 per cento. Più di un francese su due non concede alcun credito agli uomini politici che governano il paese, sia che siano di destra che di sinistra, e solo il 30 per cento considera gli uomini politici francesi abbastanza onesti.

 

Alla domanda: “Scienza e tecnologia producono più danni che vantaggi?”, il 43 per cento dei francesi ha risposto “sì”

Quando l’inchiesta si sposta a sondare lo stato d’animo dei nostri concittadini i risultati non sono più incoraggianti: la stanchezza, l’abbattimento e la paura sono in aumento, mentre la serenità, l’entusiasmo e il benessere diminuiscono (se si fa un confronto con una precedente inchiesta realizzata nel 2010). Ma il sentimento che aumenta più marcatamente è la diffidenza: +6 per cento, arrivando a un totale del 34 per cento degli intervistati. In generale, il 70 per cento considera che non si sia mai abbastanza prudenti quando si ha a che fare con gli altri e il 38 per cento pensa che la maggior parte delle persone cerchi di approfittarsi di loro.

 

Nell’insieme la fiducia degli individui nelle istituzioni cala ovunque. Risultati analoghi si otterrebbero probabilmente in molti paesi occidentali, ma ammettiamo che la Francia sia un punto di osservazione ideale. Il malessere è già da molto tempo un problema nazionale nel nostro paese. L’ultimo studio (2012) dell’agenzia Gallup International condotto su 51 paesi per valutare il “morale” nelle diverse popolazioni, mostra che la Francia è il paese più triste del mondo. Ancora più inquietante è il fatto che l’inchiesta mostri che i francesi non sono mai stati così pessimisti, avendo raggiunto un livello di angoscia mai osservato da quando esistono questo tipo di inchieste. Eppure la prima risale al 1978, dopo il secondo choc petrolifero, quando sembrava che si dovesse rimettere in discussione il sistema economico nel suo complesso. Questo male, paradossalmente, colpisce tutti i paesi ricchi. E’ sconcertante che questa inchiesta mostri che in Francia si è meno ottimisti che in Nigeria o in Iraq, paesi minacciati da fame e guerre civili. A meno di illuminanti spiegazioni, questi sorprendenti risultati — di nuovo la lettura di Tocqueville sarebbe utile — espressione collettiva di un punto di vista che sembra quello di un bambino viziato, sono quantomeno irritanti.

 

Chi vive all’interno di una democrazia stabile, dove sono garantite libertà e sicurezza, sembra essere alla ricerca di un modo per apparire vittima di qualcosa. Come mostra Guillaume Erner, lo stato di vittima è, paradossalmente, diventato invidiabile nello spazio democratico. Il dubbio permette a tutti di ottenere lo stato di vittima, generalmente di potenti che complottano contro la verità. Infatti questa diffidenza può essere una semplice diffusa sensazione, ma può anche organizzarsi in un discorso di denuncia. E’ il caso delle diverse teorie del complotto che negli ultimi anni sembrano fare ritorno in massa nello spazio pubblico. Di che si tratta? Di un universo paranoico che può essere delimitato da espressioni come “tutto è collegato”, “niente succede per caso”, o ancora “le cose non sono quello che sembrano essere”. L’affare DSK (Dominique Strauss-Kahn), il club Le Siècle, gli Illuminati, gli attentati dell’11 settembre, il terremoto di Haiti, gli uomini lucertola che hanno sostituito i nostri governanti, le inondazioni… Dai temi più strampalati ai più inquietanti, l’immaginario cospirazionista mette in scena l’idea che ci siano forze che ci impediscono di conoscere il mondo com’è veramente, che ci nascondono le cose; in un certo senso, non è che un’altro modo di esprimere la diffidenza che si è insinuata dovunque.

 

“Tutto è collegato”, “niente succede per caso”, “le cose non sono quello che sembrano essere”: frasi di un universo paranoico

I miti del complotto sono i mostri marini dell’immaginario umano, prima di tutto perché rendono un gran servizio alla nostra sete di comprendere il mondo. In effetti, tali miti sono fondati su un effetto di disvelamento molto soddisfacente per la mente, un sentimento simile a quello che proviamo quando troviamo la soluzione di un enigma: si tratta di dare coerenza a fatti che fino ad allora non l’avevano, di trovare relazioni tra avvenimenti apparentemente indipendenti, mostrando che sono oscuramente legati dalla volontà di un gruppo o di un individuo. Questi miti sono spesso spettacolari e colpiscono facilmente l’immaginazione. Di conseguenza sono facilmente memorizzabili, cosa che costituisce un bonus ulteriore per la loro distribuzione sul mercato cognitivo. D’altronde chi aderisce al mito del complotto ha la sensazione di saperne di più di una persona qualsiasi e di essere perciò meno ingenuo di lui. Per questo non è affatto semplice convincerlo della inconsistenza dei suoi argomenti, perché egli vede immediatamente il suo interlocutore come il difensore della tesi ufficiale che lui vuole combattere. Se si aggiunge a questo che i miti del complotto corteggiano spesso stereotipi o forme di sottocultura, si capisce facilmente che non c’è bisogno di essere irrazionali per considerarli seducenti.

 

Nella storia non mancano esempi di miti del complotto: il Protocollo dei savi di Sion, l’idea che la rivoluzione francese sia stata fomentata dai massoni… Anche la sentenza nel processo ai templari può essere visto come un complotto. Il gran numero di avvenimenti immaginati o reali di cui non è stata trovata una spiegazione semplice possono contribuire a generare la leggenda cospirazionista.

Il XX secolo non è rimasto indietro: gli ebrei, i massoni, gli zingari e altri sono stati, di volta in volta o contemporaneamente, stigmatizzati e considerati responsabili di ogni specie di piaga: disoccupazione, colera, inflazione, intrighi politici, manipolazioni dell’opinione pubblica, ecc. I miti del complotto non sono quindi nati nel XXI secolo, anche se oggi sembrano avere un uditorio inedito. Un esempio per tutti: non è sorprendente constatare, sondaggio dopo sondaggio, il successo del mito cospirazionista sull’11 settembre?

 

Non stupisce scoprire che questo mito ha successo soprattutto nei paesi arabi, dato che generalmente essi non sono caratterizzati né da americanofilia né da israelofilia (così circa un giordano su due e il 55 per cento degli egiziani crede che gli attentati siano opera degli Stati Uniti o di Israele), ma si ha il diritto di essere stupefatti che tale credenza sia piuttosto popolare in molti paesi occidentali come la Germania, dove il tasso di cospirazionisti arriva al 26 per cento. La Francia è più saggia perché tra gli interpellati solo il 15 per cento ritiene che gli Stati Uniti e/o Israele siano implicati, ma il 23 per cento dichiara di non sapere e manifesta dubbi sulla versione ufficiale. I risultati più preoccupanti sono senz’altro quelli ottenuti negli stessi Stati Uniti, più di un’inchiesta mostra che il 36 per cento degli americani ritiene possibile o molto probabile che agenti federali siano implicati negli attentati.

 

Come fa notare Véronique Campion-Vincent (2005), si credeva che la fantasia del complotto fosse confinata al pensiero reazionario, invece questa si è oggi diffusa in tutti gli strati sociali, e va oltre la pura tematica politica. La seconda caratteristica dell’attuale pensiero cospirazionista, ci spiega, è di immaginare l’esistenza di “mega complotti”, ovvero di complotti con ambizioni planetarie.

Tutto avviene come se gli argomenti fantastici fossero globalizzati come tutto il resto. Alcuni di questi miti suscitano facilmente la derisione. Come quando David Icke, ossessionato dalle lucertole, immagina i nostri politici più importanti come uomini-rettile discendenti da un’antica razza sumero-extraterrestre; o ancora quando alcuni difendono la tesi che i chemtrails, le tracce lasciate dagli aerei nel cielo, sono delle sostanze chimiche disperse dai governi per manipolare il clima o le menti. Altre volte, come nella tragedia del Waco o nell’attentato omicida di Oklahoma City, fanno da contorno ad avvenimenti con epiloghi sanguinosi.

 

Una società basata sul progresso della conoscenza diventa per paradosso la società della credenza per delega, ovvero della fiducia

C’è un’altra ragione per ritenere inquietante il loro successo attuale: i contemporanei miti del complotto, per quanto possano apparire diversi, sembrano convergere su una denuncia comune. In effetti le categorie dell’angoscia collettiva si sono modificate negli ultimi decenni. In questo panorama, un esempio emerge, emblematico, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy: il 75 per cento degli americani oggi dichiara di essere d’accordo con la tesi del complotto. Chi è responsabile di quell’omicidio? Le risposte sono le più svariate: il Klu Klux Klan, gli extraterrestri, la mafia, ma l’immagine che ricorre, ossessiva, è quella della Cia. Il coinvolgimento dell’agenzia governativa americana non è senza ragione. Essa gioca ormai il ruolo del colpevole ideale in tutti i complotti, perché rappresenta la faccia velenosa del potere americano. Due entità maligne e cospiratrici emergono dall’immaginario contemporaneo del complotto: la scienza e i governi occidentali con i loro servizi segreti, spesso mano nella mano con i media complici. Nel passato i colpevoli ideali erano i deviati o le minoranze, ovvero gli altri — questo ha avuto conseguenze terribili, lo ha dimostrato la storia. Ma oggi, le paure immaginarie propongono nuovi attori nel teatro dell’odio, che potrebbero benissimo essere nostri alter ego, a dimostrazione di un’ostilità verso se stessi dato che la scienza così come i nostri governanti o i media sono figure emblematiche della contemporaneità occidentale.

 

Il colpevole ideale diventa l’occidentale, che vuole piegare gli altri e la natura ai suoi desideri sconsiderati e immorali. Per queste teorie del complotto, il caso è un ospite indesiderato; esse affermano di svelare la coerenza tra elementi disparati della storia umana, denunciando coloro che sono responsabili delle disgrazie del mondo.

 

Con questo atteggiamento si nega la complessità del reale a favore della ricerca della causa unica e preoccupa il fatto che il pensiero contemporaneo veda nel dubbio e nel sospetto generalizzato un segno di intelligenza invece che una mancanza di discernimento.

 

Non è stupidità o malafede: quello che queste affermazioni sbagliate mettono in luce è il lato oscuro della nostra razionalità

Quando si tratta di sapere se Barack Obama è stato o no teletrasportato su Marte all’età di 19 anni da un’agenzia segreta americana che voleva colonizzare il pianeta rosso, come affermano Andrew D. Basiago e William Stillings, autobattezzatisi “crononauti”, può anche essere divertente. Ci si può tuttavia domandare se era davvero necessaria una smentita, per quanto ironica, come quella fatta dalla Casa Bianca nel gennaio 2012. E’ senza dubbio più preoccupante quando questi sospetti cadono sulle conoscenze mediche portando, per esempio, a un regresso della pratica del vaccino su malattie quali l’epatite B o il morbillo, provocando morti che ignoreranno di essere stati vittime di questo generale sospetto. (…)

 

Questo atteggiamento sospettoso, implicito o esplicito, è sempre esistito. E’ appannaggio del potere, economico, politico o simbolico, ispirare un tale sentimento, ed esso ha accompagnato lastoria della democrazia fin dalle sue origini. Ma tale sospetto si è modificato, nelle tematiche, negli oggetti e, soprattutto, si è diffuso molto al di là dei luoghi della radicalità che, non molto tempo fa, erano i soli spazi dove si faceva sentire.

 

E’ difficile giustificare un fenomeno così generalizzato invocando la stupidità o la malafede come si fa spesso quando ci si confronta con credenze sconcertanti. Io scommetterò sull’opposto e partirò dall’ipotesi che la gente abbia delle ragioni per credere quello che crede ed è per questo che il dubbio contemporaneo sviluppa argomenti, in apparenza particolarmente efficaci, che guadagnano consenso. Avere delle ragioni per credere, non significa che si ha ragione di credere, ma quello che ci spinge ad acconsentire, a parte i nostri desideri e le nostre emozioni, è la coerenza, la potenza argomentativa e la concordanza di affermazioni sbagliate che pretendono di chiarire il mondo e che ci vogliono far accettare come fatti.

 

Quello che queste affermazioni sbagliate mettono in luce è il lato oscuro della nostra razionalità. (…) Nessuno in particolare è responsabile di questo stato di cose: né i giornalisti, né gli scienziati, né i politici, né gli internauti, e neanche i cospirazionisti! Si tratta di una responsabilità condivisa. Per chiarire la situazione, mostrerò che essa proviene da un doppio processo di “democratizzazione”: la liberalizzazione del mercato dell’informazione (i media, su qualunque supporto essi siano, sono in concorrenza) e la rivoluzione dell’offerta di “prodotti” su questo mercato. Questo doppio processo risponde a due valori fondamentali delle nostre società: la libertà e l’uguaglianza, è perciò scomodo, per un democratico quale io sono, ritenerlo naturalmente cattivo.

D’altra parte non si può proibire a nessuno di mostrare che produce effetti perversi così temibili che non ho timore di scrivere che esso indica i contorni di un momento storico molto inquietante per le nostre democrazie. Il fatto è che facilita un pericoloso slittamento: rende pubblici modi di ragionare inesatti che, nel passato, rimanevano privati.

 

Questo lato oscuro della razionalità si sta impossessando dello spirito democratico. Ma forse non è troppo tardi.