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Marchesino

Un prezioso ristorante borghese, bello ma con cibi normali, risotto bruciato e una cotoletta alta con l’osso, di cottura perfetta, ma il vitello è stopposo.

12 Dicembre 2008 alle 11:00

A pranzo finiamo in una bettola di via Lazzaro Palazzi, esempio da manuale di viellie, tres viellie cuisine. Come sono gli gnocchi alla Oscar? “Con panna, pomodoro e whisky” risponde il cameriere extraeuropeo. Come non detto, gnocchi al gorgonzola. Dopo alcuni minuti arriva in tavola una cofana (un etto e mezzo? due etti?) di sedanini rigati al gorgonzola. Piatto da rimandare indietro, ovvio, ma si può discutere con un cameriere extraeuropeo e con un ristoratore che, non pago di avere appena commesso un tentato omicidio, si aggira per i tavoli chiedendo tutto bene? Non si può, sono pure grandi e grossi. Ci si tuffa quindi nella melma formaggiosa rovinandosi appetito, stomaco e bocca per un paio di giorni. A cena invece andiamo dal padre della nouvelle cuisine italiana, al Marchesino, piazza della Scala anzi Teatro alla Scala. Uomini in smoking e donne in abito da sera si affrettano verso il celebre edificio del Piermarini tumorato dalla superfetazione di Mario Botta (l’avessero fatto in Calabria si parlerebbe giustamente di ecomostro). Noi entriamo sulla sinistra e dentro invece è bello, sì, tutto bello, anche perché l’interno non è stato disegnato da Botta bensì da Ettore Mocchetti, direttore di Ad. Il risultato è un prezioso ristorante borghese, piuttosto piccolo (40 coperti) ed encomiabile dal pavimento alle poltroncine rosse. Come diceva Stendhal, che fu di casa nei palchi vicini, la bellezza è una promessa di felicità. Purtroppo la cucina di Gualtiero non mantiene. Cerchiamo di non scostarci dal settore milanesista della carta (però rimandando il rustin negà all’autunno) eppure anche le ricette più collaudate non sono a punto. Il risotto allo zafferano, coi suoi bravi pistilli simili a code di spermatozoi rossi, non è certo valorizzato dall’accostamento col Chiaretto del Garda della Meridiana, più molle che morbido. Ma l’amaro a che cosa sarà dovuto? Cipolla bruciata o eccesso di zafferano non eccelso? La cotoletta è come la vogliamo noi carnivori e frittofobi: alta e con l’osso. La cottura è perfetta, il colorino roseo è invitante ma. Vorremmo concludere con un ma, senza aggiungere altro, perché Gualtiero Marchesi ha salvato la vita agli italiani: se negli anni Ottanta non avesse espulso dalle cucine la panna e la besciamella e le salse e le megadosi oggi saremmo tutti morti o moribondi. Però il lettore va informato, gli va fatto sapere che il vitello è stopposo: succoso ma stopposo e quindi tiglioso. Carne di modesta qualità o poco frollata, altro pianeta rispetto alla suprema cotoletta del Nuovo Macello (la migliore a Milano e non solo), scioglientesi in bocca. I pani sono buoni, i piattini che arrivano all’inizio, il lingotto alle ciliegie e la piccola pasticceria alla fine sono normali, melanconico aggettivo. (recensione del 3 agosto 2008)

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