I dazi di Trump in realtà sono di Obama

Mario Sechi

La lista dei prodotti oggetto della contesa non è uscita dopo una riunione alla Casa Bianca tra Steve Bannon e Kellyanne Conway, ma era stata depositata nell’atto del 26 dicembre scorso

Santa Balbina

 

I dazi di Obama. I giornali hanno scoperto i dazi. C’erano anche con Obama, ma in quel caso si trattava di dazi democratici, intelligenti a prescindere, una faccenda very cool, espressione del free market dell’America in progress con incorporato l’orticello biologico alla Casa Bianca. Quelli di Trump all’Unione europea invece sono… un momento… quelli di Trump non sono di Trump, ma dell’amministrazione Obama. Questo è bollettino del pubblico registro degli atti del governo federale:

La notizia è una non notizia e se proprio vogliamo cercarne una, di notizia, è il riflesso pavloviano dei levrieri da tastiera democratica nell’azzannare l’amministrazione Trump anche quando l’origine del problema – se di problema si tratta – è da un’altra parte. La lista dei prodotti oggetto della contesa non è uscita dopo una riunione alla Casa Bianca tra Steve Bannon e Kellyanne Conway, ma era stata depositata nell’atto del 26 dicembre scorso, eccone un estratto:

Questa lista è un aggiornamento di una serie di prodotti europei che erano soggetti a tassazione rafforzata già nel 1999 e sottoposti a regime speciale di importazione, in tutto o in parte, fino al 2011. Presidenze Bush, Clinton e toh! sempre Obama.

Basta leggere i documenti, stare ai fatti, non perdere tempo a cercare la post-verità degli altri, i cattivi a prescindere, ma provare a raccontare le cose come stanno. Ecco l’allegato dei prodotti già sottoposti a tassazione speciale sull’import:

Ma quello che conta, appunto, è il racconto generale dell’amministrazione brutta, sporca e selvaggia, la cronaca di quelli che escono dalle catacombe e gridano “Wilma, passami la clava”.

 

Ieri l’home page del sito di Repubblica aveva un esito tragicomico di questo racconto. A un certo punto, tra gli alfieri del libero mercato, sul giornale online è comparso questo titolo:

Tutti contro Trump. Di grazia, tutti chi? Ma non è questo il punto esilarante, l’elemento del titolo da sottosopra orgasmico è nella seconda riga: “Anche Facebook Italia critica il protezionismo”. Meraviglioso, Facebook Italia. Qui emergono le truppe cammellate di Mark Zuckerberg, i tifosi in redazione di Mr. Zucky for President 2020. L’idea di libero mercato e fisco che hanno dalle parti di Facebook in effetti è davvero un esempio da seguire, un balsamo per il contribuente italiano, la concorrenza, la libera impresa. Prendiamo l’audizione in Commissione finanze il 17 marzo scorso di Alberto Zanardi, consigliere dell’Ufficio parlamentare di Bilancio. Oggetto dell’audizione: “Misure in materia fiscale per la concorrenza nell’economia digitale”. Che cosa viene fuori dall’audizione? Tanti fatti molto interessanti sui titani di Internet e naturalmente il principe del libero commercio portato in carrozza da Repubblica, Facebook. Un paio di punti riassuntivi estratti dal sito dell’Ufficio parlamentare di bilancio sono più che sufficienti per dare il quadro dell’annebbiamento collettivo della vista in redazione:

  • Nel 2015 il valore della pubblicità online in Europa è ammontato a 36,4 miliardi di euro, al primo posto tra i canali di raccolta pubblicitaria (33,5 per cento della spesa complessiva); in Italia, nello stesso anno, ha rappresentato il secondo canale in termini di rilevanza, raggiungendo 1,66 miliardi (22,5 per cento del totale).
  • Il settore della raccolta pubblicitaria online è fortemente concentrato e a due operatori, Google e Facebook, fa capo una quota pari a quasi la metà del mercato complessivo.
  • Sulla base dei dati disponibili relativi al 2015 i ricavi generati da Google nel nostro Paese sono stimati in 637 milioni a fonte di 67 milioni risultati dal bilancio di Google Italia. Per Facebook la differenza è ancora maggiore: rispettivamente 233 milioni contro 8 milioni.
  • Nel caso di Google, i ricavi che si stima originino in Italia rappresentano il 2,4 per cento del mercato europeo, quelli riportati nel bilancio di Google Italia sono lo 0,3 per cento. Per Facebook la divergenza è anche più importante con il 2,8 per cento di ricavo geografico contro lo 0,1 per cento di ricavo di gruppo.
  • Utilizzando le informazioni disponibili relative al 2015 è possibile valutare per i due OTT qual è il peso fiscale effettivo gravante sugli utili che, si stima, originino in Italia: l’aliquota effettiva è del 23,9 per cento per Google e del 18 per cento per Facebook, contro un’aliquota (IRES più IRAP) che in Italia era del 31,4 per cento.

Non si era mai visto uno che impagina i discorsi del proprio boia. Facebook critica i dazi di Trump che non sono di Trump, elude le tasse in Italia – questo dicono i documenti parlamentari – e trova ampio spazio nei media, cioè in quel settore che sta crepando sotto i colpi dell’oligopolio della pubblicità online, per non parlare dell’effetto distorsivo sul piano fiscale e della concorrenza. Un capolavoro. Che avanzi il carro funebre per i media in lotta contro il tiranno di Washington e mi raccomando, molte corone di fiori e un bel discorso contro Trump prima della tumulazione. Applausi.

 

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