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Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

L'euforia dei mercati in previsione della cura Trump

Dal panico della notte elettorale per un risultato incerto e una transizione difficile, si è passati in poche ore all’entusiasmo per The Donald. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

11 Novembre 2016 alle 11:31

L'euforia dei mercati in previsione della cura Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

San Martino.

 

Good morning, Dow Jones. Com’era la storia che Trump avrebbe distrutto Wall Street? Come sempre, il mercato cerca opportunità e sconta rischi. Così dal panico della notte elettorale per un risultato incerto e una transizione difficile, è passato in poche ore all’entusiasmo per The Donald. Non succedeva dal 1928: Casa Bianca, Camera e Senato sono tutti repubblicani. Risultato, record storico del Dow Jones e via verso l’esplorazione di altri universi. Non c’è bisogno di andare a prendere lezioni da Gordon Gekko (sempre il migliore a Wall Street) per rendersi conto di cosa è successo. Ecco il grafico sugli ultimi cinque giorni di quotazione del principale indice della Borsa di New York:

 

 

La navicella dei mercati è in pieno viaggio interstellare con Trump. Shiller direbbe che siamo di fronte a “un’euforia irrazionale” e naturalmente avrebbe ragione, ma The Donald è una terra incognita che apre a soluzioni considerate impossibili con Hillary. Quali? Seguite il titolare di List in questo viaggio nella Trumpnomics.

 

Il sindacato dell’auto? Trump! Il sindacato più potente d’America, quello dei lavoratori del settore automotive, l’Union Auto Workers (UAW) ha fatto sapere la sua modesta opinione: sta con Trump. Il presidente Dennis Williams, uno degli uomini più pragmatici (e potenti) d’America l’ha messa giù così: “Sono pronto a incontrare Trump, ci sono grandi occasioni per l’industria dell’auto”. L’UAW ha 81 anni di storia e come ricorda il Wall Street Journal è sempre stata vicina ai democratici ma… stavolta è diverso perché Trump ha in programma una cosa che i dem non potevano permettersi: la riscrittura del Nafta, l’accordo di libero scambio con il Messico e il Canada, punto incandescente della guerra commerciale del Nord America. Secondo Williams non ci sono dubbi: “Il Nafta va rinegoziato o terminato”. Ford, Chrysler e General Motors sono il serbatoio di carburante di Trump. E’ in quelle fabbriche che il candidato repubblicano ha preso i voti della working class: il 32 per cento degli iscritti all’UAW ha votato per Trump. La realtà viaggia su quattroruote e non sulle rotative dei giornali. Bastava farsi un giretto in fabbrica con gli occhi aperti e il taccuino spalancato, ma pare fosse faticoso per i cronisti uscire dall’irrealtà di New York.

 

Hello, Banks. Guadagni tra il 5 e il 7 per cento per i titoli dei giganti del credito. Tutti sull’ottovolante, in America e anche in Europa. Cosa è successo, tutti innamorati della messa in piega di Trump? No, semplicemente quelli del caveau hanno letto una notizia pubblicata sul sito Great Again di Donald Trump, quello che in questo momento dà tutte le notizie sulla transizione iniziata ieri con l’incontro tra Trump e Obama, il presidente eletto e quello uscente. Notizia: l’amministrazione Trump riscriverà le regole del settore finanziario, il famigerato Dodd-Frank Act va in pensione. Perché? “I proponenti del Dodd-Frank Act dissero che avrebbe fatto decollare l’economia. Ancora oggi, sei anni dopo, il popolo americano è alle prese con la più debole crescita economica dai tempi della Grande Depressione”. Questi sono gli ultimi cinque giorni del titolo di JP Morgan a Wall Street:

 

 

E questa è la performance di Goldman Sachs:

 

 

What else? Come dice sempre Gordon Gekko: “E’ tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”. Andiamo avanti.

 

Silicon Valley, bye bye. Dov’è finito il boom dell’hi-tech americano, quello che avrebbe dovuto accendere gli entusiasmi degli elettori e dare alla Clinton il propellente per andare in orbita e lasciare The Donald a terra a sfogliare la margherita? E’ arrivata la realtà, quelli di cui il titolare di List scrive da tempo su Prima Comunicazione: il boom hi-tech crea meno posti di lavoro di quanti ne distrugga. Ha gonfiato a dismisura il portafoglio dei fondatori dei titani di internet, ma ha anche creato problemi che ora stanno venendo al pettine. Pensate che quella del titolare di List sia una distopia tecnologica? Sempre dal Wall Street Journal (che dio ci conservi questo splendido giornale) ecco la contemporaneità di Trump avanzare a passo di carica:

 

 

Non ci sono abbastanza posti di lavoro in un mondo dominato da giganti che fanno dell’elusione fiscale il centro della propria azione, traslocano la cassa all’estero, fanno concorrenza sleale alle imprese che rispettano le regole del fisco (americano e europeo), costituiscono un pericoloso oligopolio che obbedisce alle regole dell’algoritmo e del venture capitalism. Facebook, Apple, Google e gli altri titani della rete sono diventati un problema (anche per la qualità – pessima – dell’informazione che veicolano i loro social network).  Instagram, quando fu acquistata per la modica cifra di un miliardo di dollari da Facebook aveva 13 impiegati. Osservate con attenzione questo grafico pubblicato dal WSJ:

 

 

Che cosa significa? Non occorre una laurea in economia a Harvard per capirlo. Il titolare di List ricorda solo una parola e torniamo sempre alla magica sceneggiatura di Wall Street, l’immaginario di Oliver Stone che si fa realtà, Gordon Gekko: “L’avidità”.

 

 

Quel sogno americano è un incubo. Farmers e blue collars, agricoltori e operai, hanno votato per Trump. Gli Stati Disuniti si sono ritrovati in Ohio, in Michigan, in Wisconsin, nel cuore rosso dell’America. Chiedono una sola cosa: lavoro. Questo è Trump.

 

Giornali italiani. Eccoli, si concentrano sull’incontro tra Obama e Trump, ma fanno pochi salti dentro la storia che si sta dispiegando sotto i loro occhi. Corriere della Sera: “Trump da Obama: ora collaboriamo”; Repubblica: “Trump smonta l’era Obama”; La Stampa: “Il giorno delle due Americhe”; Carlino-Nazione-Giorno: “Trump, un voto no global”; Il Messaggero: “Trump, primo atto: giù le tasse”. Tutto qui? Sì, tutto qui. Siamo alle occasioni perdute per raccontare una rivoluzione in corso dagli esiti imprevedibili. L’elezione di Trump è il treno della storia che sferraglia, a bordo c’è un esercito di “miserabili” (Clinton dixit) che ha già cambiato i connotati della più grande potenza del mondo e sulle pagine dei quotidiani italiani viene dipinto con categorie che sembrano uscite da Jurassic Park del Novecento. Sono fermi a destra e sinistra, la musica della contemporaneità è un altro spartito. Tanti auguri.

 

Papa Francesco. L’unica cosa da leggere con attenzione è il colloquio tra Papa Francesco e Eugenio Scalfari, su Repubblica: “Trump? Non do giudizi sui politici. Ma voglio capire le sofferenze che le loro scelte causano ai poveri e agli esclusi Noi vogliamo la lotta alle diseguaglianze. È il male maggiore del mondo, ed è il denaro che lo crea Cristo ha parlato di una società dove decidano i poveri e i deboli, dove decida il popolo e non i demagoghi I cristiani sono due miliardi e mezzo. Ci sono volute guerre? No, ci sono voluti molti martiri”.

 

Gli ignoranti. Massimo Gramellini su La Stampa: “Oggi mio nonno, come tanti elettori di Trump, non si vergognerebbe affatto di avere studiato poco. Anzi, trasformerebbe il suo complesso di inferiorità in una forma di orgoglio, non considerando più la cultura uno strumento di crescita economica e sociale, ma il segnale distintivo di una camarilla arrogante di privilegiati. E userebbe l’unica arma a sua disposizione, il voto, per fargliela pagare, «a quei signori»”. Caro Massimo, tutto vero, la risposta è stata Trump. Un dilettante allo sbaraglio? Un cialtrone? Un bugiardo seriale? Unfit per tutto? Può darsi. Vedremo come sarà la sua presidenza, wait and see. Ma sul taccuino del titolare di List in questi giorni è rimasto un appunto: Trump è l’unico che ha saputo ascoltare quelle domande disperate della working class americana. Ha sentito l’urlo strozzato in gola di Edward Munch, ha intercettato la contemporaneità.

 

 

11 novembre. Nel 1938 God Bless America viene eseguito per la prima volta.

 

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