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Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Donald vs. Hillary. In confronto Frank Underwood è un pivello

La corsa alla Casa Bianca è stata la rappresentazione finale del denaro come insostituibile carburante della politica, della scorrettezza senza pensarci su troppo, del colpo basso, del potere che frusta il potere, una battaglia all’ultimo sangue che domani avrà il suo epilogo. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

7 Novembre 2016 alle 11:44

Donald vs. Hillary. In confronto Frank Underwood è un pivello

Donald Trump e Hillary Clinton

San Prosdocimo, primo vescovo di Padova.

 

Meno uno. Il più grande spettacolo del mondo? Le elezioni americane. Beato è chi le ha seguite passo dopo passo. Hanno fatto passare Frank Underwood per un pivello, altro che House of Cards, la corsa alla Casa Bianca è stata la rappresentazione finale del denaro come insostituibile carburante della politica, della scorrettezza senza pensarci su troppo, del colpo basso, del potere che frusta il potere, una battaglia all’ultimo sangue che domani avrà il suo epilogo. Ma no, dai, non è finita. Il direttore dell’Fbi, James Comey, che in una settimana (ri)apre e (ri)chiude l’inchiesta sull’email-gate è solo il penultimo colpo di scena.
 

Eccoli, i protagonisti, sfiniti, sul palcoscenico fumante, in mezzo al fuoco, due figure che si agitano, due figure che recitano ancora, ancora, ancora. Ve li ricordate? All’inizio della corsa, erano così…

 


Hillary Clinton

Avvocato, First Lady, Segretario di Stato, senatore e candidato dalla presidenza degli Stati Uniti. E’ nata a Chicago nel 1947, è moglie, mamma e nonna. Un caterpillar che sorride mentre ti sta strozzando. E’ il candidato più vincente-senza-dubbio-ma-anche-no della storia d’America. Wall Street la ama (e finanzia). Ha sostenuto la guerra in Iraq e in Afghanistan, poi si è pentita. Anche la guerra in Libia porta la sua firma, non si è pentita. E’ l’eroina dell’America del progresso, all’inizio degli anni Novanta fu tra i primi cento avvocati più influenti degli Stati Uniti e da allora non ha mai smesso di influenzare. Passa tra gli scandali come se fossero porte girevoli, una farfalla con le ali di titanio. Ha un problema con la gestione delle email e il capo dell’Fbi. Supererà anche questa (fatto). E poi, ne ha viste di peggio: ha sposato Bill Clinton nel 1975 e nel 1998 lo ha perdonato. Clinton su Clinton: “Bill e io abbiamo iniziato un discorso nella primavera del 1971, e più di trenta anni dopo non lo abbiamo ancora terminato”. Con Bill? Macché, Hillary ha iniziato un discorso con l’America. Lo finirà o continuerà?

 


Donald Trump

Immobiliarista, show-man catodico, candidato alla presidenza degli Stati Uniti con il partito repubblicano. E’ il candidato più scapigliato della storia moderna delle elezioni americane. The Donald è nato a New York nel 1946, figlio d’arte, Manhattan è il suo regno e anche il suo mattone. Cotonato e phonato come nessuno al mondo, gli piace il wrestling, la campagna elettorale per lui è stata un corpo a corpo. In tv licenziava, nella vita reale pure. Dicono abbia un debole per la Russia. Di certo alla fiera dell’Est ha trovato mogli. Crede nel matrimonio, si è sposato tre volte, con Ivanka, Marla e Melania, ma ciò che conta per lui è il patrimonio. Trump su Trump: “L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e mia moglie più attraente”. E’ apparso in molti film, tra cui Mamma ho riperso l’aereo e Sex and the City. L’aereo se lo è comprato, di sex parla a ruota libera. Ha costruito un impero, è fallito quattro volte. Non è mai caduto. Domani? Un altro giorno.

 

Che corsa, riavvolgiamo il nastro. La storia era un copione già scritto ma… I candidati dovevano essere Hillary Clinton e Jeb Bush, famiglie d’America. Dinasty. E invece, solo per un soffio non abbiamo avuto la coppia Sanders-Trump. The Donald è rimasto in piedi, Bernie è stato fatto secco dal clan dei clintonistas (documentato, vedere alla voce mail del partito democratico). E allora via così, in un crescendo dove l’altra campagna, quella di Trump, non va in testacoda ma, tra lo scandalo degli incipriati, corre come un treno. The Donald vince le primarie, partono le ipotesi più strampalate per rispedirlo nel suo grattacielo di Manhattan, esce una pubblicità del candidato moderato alternativo, quello baciato dai giornali, Ted Cruz, che cucina il bacon con il fucile mitragliatore. Vabbè, ma Trump non paga le tasse, Trump non rispetta le donne, Trump è responsabile del cambiamento climatico e poi basta con questo Trump! Trump! Trump! Il muro in Messico. E Obama ha fondato l’Isis. Crooked Hillary.  Maddài, che fa? Ancora in campagna? Ma se ha già perso! Cravatta rossa. Cravatta blu. Make America Great Again continua. Ecco, che sorpresa, Hillary si innervosisce, tossisce, non conta fino a tre e dal palco azzanna gli elettori di The Donald, quei trogloditi sdentati, fumatori e consumatori di reality show sono the basket of deplorables. Sì, miserabili. Mamma mia. Trump la prende sul serio ed è subito Broadway, I Miserabili come antipasto musicale dei suoi appuntamenti su e giù per la pancia dell’America. Eccolo, Victor Hugo, passeggiare pensoso tra i coccodrilli della Florida. Il popolo. L’establishment. L’identità e lo smarrimento di tribù che non si parlano più. Tutti con il tomahawk in mano, augh. Hillary barcolla a New York, il direttore Fbi Comey riapre l’inchiesta, Trump ha messo la freccia, è in corsia di sorpasso, dicono, si vedono le luci rosse accese in stati dove il colore era sempre blu. Vola in Michigan, Virginia, Iowa, North Carolina, Nevada, New Hampshire. Tutto jet e Big Mac. Aspetta, c’è Comey che (ri)chiude, no dai, The Donald è sempre là e Thank you Minnesota! Comey chiude l’inchiesta, Hillary balla con Jay Z e Beyoncè, paintsuit up! Vestiamoci, prepariamoci, è l’ultimo miglio.

 

C’è ancora una giornata di campagna elettorale, domani si vota e vedremo ancora le maschere di questo palcoscenico danzare al ritmo della strana democrazia americana. Che spettacolo. Sì, Frank Underwood è un pivello.

 

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Dollaro a razzo. L’Fbi fa bene ai mercati, ecco cosa combina il bigliettone verde:

 

 

E l’azionario? Wall Street è pronta a partire positiva. L’Europa ha già fatto il suo balzo dopo le tenebrose sedute degli ultimi giorni.

 

 

Titoli in Italy. Nel frattempo, in Italia… c’è lui, Renzi. Chiude la Leopolda, si fa intervistare in un superlativo Faccia a Faccia di Giovanni Minoli su La7, becca tutti i titoli dei giornali. Corriere della Sera: “No a governicchi, Renzi all’attacco della minoranza Pd”; Repubblica: “L’attacco di Renzi alla minoranza Pd: no a governicchi”; Carlino-Nazione-Giorno: “Renzi, guerra al vecchio Pd”; La Stampa: “Renzi attacca. Nel Pd lo spettro della scissione”; Il Messaggero: “Renzi: la sinistra rovina il Pd”; Libero: “Renzi: dopo di me il diluvio”. Il premier si gioca tutto. E si vede. Sul calendario c’è una data, 4 dicembre. Il mondo va avanti a passo di carica.

 

Gli ordini dell’industria tedesca. In settembre sono andati sotto dello 0,6% e questo è un dato a sorpresa, gli analisti si aspettavano un più 0,2 per cento Il problema c’è: gli ordinativi sul mercato interno sono calati dell’1,1 per cento e quelli dall’eurozona del 4,5 per cento. E’ un mese, non fa tendenza, ma settembre non è agosto e questi dati contrastanti danno l’idea di una ripresa che viaggia a corrente alternata, non ha un ritmo ed è a rischio. Ricordatevi che il centro di tutto, in Europa, è sempre a Berlino.

 

7 novembre. Nel 1944 Franklin Delano Roosevelt batte il repubblicano Thomas E. Dewey. Sarà l'unico presidente ad essere eletto per un quarto mandato.

 

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