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Non solo Europa contro America: c'è una guerra mondiale economica in corso

Oggi i principali strumenti del conflitto sono nella Santa Barbara dell’Economia, l’arsenale delle grandi potenze è nel commercio. Clausewitz avvisava: “La guerra non è mai un fatto isolato, non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l'opera di un istante”.

23 Settembre 2016 alle 10:04

Non solo Europa contro America: c'è una guerra mondiale economica in corso

La commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager (foto LaPresse)

San Pio da Pietrelcina.

 

Titoli. Che cosa è la guerra? Secondo la definizione classica di Carl Von Clausewitz “è la continuazione della politica con altri mezzi”. Qual è lo scopo della guerra? “Costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”, scriveva nel 1832 nel suo libro Vom Kriege (Della Guerra) il generale prussiano, teorico insuperato del conflitto. Come si fa la guerra? Con le armi, risponde subito il più sveglio di tutti. Non solo. Se la guerra è una continuazione della politica, significa che il suo inizio è nella politica e dunque occorre vedere come si fa (e disfa) la politica. Oggi i principali strumenti del conflitto sono nella Santa Barbara dell’Economia, l’arsenale delle grandi potenze è nel commercio. Clausewitz avvisava: “La guerra non è mai un fatto isolato, non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l'opera di un istante”. Osservate questa sequenza di eventi delle ultime settimane: la Commissione europea chiede ai titani di internet di cessare le strategie fiscali elusive in Europa; Apple è chiamata a restituire 13 miliardi di dollari all’Irlanda (che non li vuole) e pagare le tasse come le altre imprese, senza accordi fiscali ad hoc; Google (motori di ricerca) è sotto inchiesta per abuso di posizione dominante da parte dell’Antitrust europeo; la giustizia americana ha chiesto a Deutsche Bank un risarcimento da 14 miliardi di dollari per aver favorito con i suoi prodotti finanziari la crisi dei mutui subprime del 2008; Margrethe Vestager, il commissario europeo per la concorrenza, annuncia di avere nel mirino Amazon e McDonald’s; ieri il Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, ha sentenziato che il consorzio europeo di Airbus ha goduto di 22 miliardi di dollari di aiuti illegali dall’Europa e ha assegnato alla compagnia aerea americana Boeing una delle più grandi vittorie di sempre nelle dispute legali sul commercio. Non è un fatto lontano dalla quotidianità, sono gli aerei su cui viaggiate. Europa contro America. America contro Europa. E’ una guerra mondiale che fa morti e feriti tra gli Stati, le imprese, i lavoratori e i consumatori finali dei prodotti in commercio. E’ quello che Clausewitz definiva “disarmare l’avversario”. Il conflitto non è solo tra le due sponde dell’Atlantico, è globale: gli Stati Uniti e l’Europa sono impegnati in un durissimo confronto sulla produzione d’acciaio con la Cina; sempre gli Stati Uniti hanno aperto un fronte contro gli aiuti della Cina all’agricoltura nel settore dei cereali; il nuovo accordo sul libero scambio tra Stati Uniti e Europa (TTIP) è affondato e non si vede come possa riemergere; la commissione europea non ha ancora dato alla Cina lo status di economia di mercato e le discussioni sono in corso; il confronto elettorale tra i due candidati alla Casa Bianca, Hillary Clinton e Donald Trump, ha uno dei suoi punti più delicati nelle regole del commercio mondiale.

 

Il Financial Times dedica alla decisione del Wto il titolo d’apertura e offre ai suoi lettori una pagina intera su quello che è uno dei temi più importanti della contemporaneità, lo scontro tra idee e forze che sta ridisegnando la mappa politica americana e europea: “Free trade v populism: The fight for America’s economy”. La collisione tra i principi del libero commercio e le rivendicazioni localistiche del populismo va analizzata per leggere bene il presente, dare un senso agli spostamenti dei corpi elettorali, alle non più sorprendenti scelte che fa il cittadino comune in balìa di un senso di smarrimento crescente. La Brexit e il voto per gli ultra-conservatori di Afd in Germania, il nazionalismo dei paesi dell’Est Europa, l’ascesa di Donald Trump e le difficoltà crescenti di Hillary Clinton, fanno parte di un racconto lungo che avrà uno dei suoi momenti chiave nell’elezione del presidente degli Stati Uniti in novembre. Sui giornali italiani la decisione del Wto contro Airbus non è il titolo d’apertura, ma viene segnalata in prima pagina sul Sole24Ore, Il Messaggero, Repubblica e Corriere della Sera. Manca però una spiegazione profonda del contesto, il problema non sono gli aiuti, i dazi, le sanzioni – quelli sono i sintomi – ma la trasformazione del quadro politico globale, l’avanzare di una forza che mischia domande giuste e risposte irrazionali, uno tsunami silenzioso che sta sconvolgendo lo spirito occidentale e l’anima del capitalismo. E’ la guerra contemporanea.

 

 

America. Charlotte e il serpente. Nuove tensioni razziali, scontri, e polizia sotto accusa a Charlotte. La storia è sempre quella: un nero ucciso da un poliziotto. L’accusa: era inerme. La difesa: era un pericolo. C’è un video, la polizia dice che non risolve il caso, ma le richieste di renderlo pubblico sono pressanti e il New York Times chiede che venga fatto al più presto. E’ un segno dei tempi – e della malattia americana – che tutto questo accada sotto la presidenza di Barack Obama. Hillary ieri non fatto campagna elettorale, ma è andata in tv. Trump a Filadelfia ha detto che la droga è un fattore determinante della violenza urbana negli Stati Uniti. Stanno preparandosi al primo duello televisivo di lunedì. Cosa dicono i sondaggi? Che Hillary è ancora favorita, ma con un margine ormai risicato. Guardate questo grafico di Nate Silver, si chiama “The Snake”, il serpente:

 

 

Più è lungo il tratto blu del serpente, più la Clinton mette al sicuro la sua vittoria. Il problema è che al sicuro non è: Hillary in questo modello di previsione è avanti di uno Stato, il New Hampshire. Accanto ci sono Colorado, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, sono marcati in colore celeste e non blu, significa che non sono ancora al sicuro. Clinton deve vincere tutti gli stati nella tonalità blu e assicurarsi quelli in celeste per entrare alla Casa Bianca. E se ne perde uno nella parte blu, deve conquistarne uno nella parte rossa, altrimenti addio sogni di gloria. Sono previsioni che si scontrano con la volatilità del voto in questa elezione presidenziale, la sua difficile previsione, la strana composizione dell’elettorato di The Donald e il confronto (negativo) con la solida posizione che aveva Obama nel 2008 rispetto alla Clinton nel 2016. I margini di errore sono grandi e secondo Nate Silver potrebbero alla fine essere in favore di Trump. Il popolo dei Miserabili (“deplorables”, così li ha apostrofati Hillary) ha trovato grazie alla gaffe della candidata democratica un’identità. Guardate come si apre questa manifestazione di Trump a Miami.

 

L’isola di Orban. In questo scenario di rivolta contro l’establishment e ricerca di identità è incastonato il prossimo referendum che si terrà in Ungheria il 2 ottobre sulla politica dell’Unione europea sui migranti. Il risultato appare scontato, sarà un rigetto totale e le parole pronunciate ieri dal premier ungherese Viktor Orban sono il preludio di quello che accadrà: “Tutti i migranti illegali nell'Unione europea siano rastrellati e portati in campi profughi sorvegliati, finanziati dall'Unione europea, su un'isola o una costa del Nord Africa dal quale possono fare domanda di asilo”. Manca poco più di una settimana al referendum ungherese, ma nessuno finora si è posto la domanda chiave, quella del giorno dopo, il 3 ottobre: che fare?

 

La cassa di Renzi. E l’Italia? Il premier Renzi è impegnato in un duro confronto con la commissione europea sui vincoli di bilancio. Il governo chiede più flessibilità, la risposta (titolo d’apertura di Repubblica) è “volete troppo”. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker sta cercando un compromesso, ma avvisa: “Dalla flessibilità Ue già 19 miliardi di maggiori spese”. In un momento di debolezza e grande confusione, l’Italia può forse ottenere qualcosa, ma il rischio di far deragliare i conti pubblici esiste, perché la crescita è in fase di congelamento e il debito (già, esiste il debito) appare completamente fuori controllo, visto che nei primi sette mesi dell’anno è aumentato di 80 miliardi.

 

Fertility Day. Un’opinione controvento.  E’ quella di Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi: “Un tempo c’erano più figli per famiglia per molti motivi: primo, perché non si conoscevano sistema anticoncezionali efficaci; secondo, perché non si facevano gli aborti (oggi, in Italia,  ce n’è uno ogni cinque minuti); terzo, perché molti figli, in assenza di antibiotici, morivano nei primi anni di vita; quarto perché i genitori, non assistiti dal welfare, e che vivano, anche nel pieno della loro età, a livello di sussistenza, speravano di ricevere, in tarda età, dai numerosi figli, almeno di quanto sopravvivere. Per concludere: c’è meno natalità perché c’è più libertà dal bisogno e più benessere. E perché i figli non sono lasciati a se stessi ed avviati precocemente al lavoro ma si infilano in un lungo e oneroso tunnel educativo e formativo”. Si chiamano solidi argomenti.

 

I giochi di Raggi e il baciamano di Malagò. “E’ finita”, ha detto Renzi. Vero, ma la saga dei pentastellati a Roma andrà avanti. Raggi, la sindaca, promette di superare le già mirabolanti imprese di Ignazio Marino, noto il marziano. Nel frattempo, Massimo Gramellini, sulla Stampa, nota con acutezza la cifra stilistica del grillismo, racchiusa in uno scatto fotografico: il baciamano del presidente del Coni, Giovanni Malagò, a Virginia Raggi. Scrive Gramellini: “Questa immagine fotografa il contatto tra la Prima Repubblica democristiana e la Terza grillina. Il baciamano del presidente del Coni sa di inclusione, buone maniere e inevitabile ipocrisia, perché lui quella mano gliela mozzerebbe volentieri con un morso. Mentre negli atteggiamenti stucchevoli della sindaca di Roma – al cui confronto Hillary Clinton appare una ragazzona simpatica e spontanea – traspare il tratto fondante della setta grillina: il disprezzo per chiunque c’era prima, e che già solo per questo è una persona di cui diffidare, meglio ancora da umiliare. Per le seguaci del Dibba la galanteria è un’aggravante”. Il disprezzo che Gramellini fissa con la sua Polaroid d’inchiostro, il vaffadromo capitale, la distopia del cocomeraro all’Eur raccontata dal titolare di List sul Foglio: Roma sfregiata.  

 

23 settembre. Nel 1933 i geologi americani della Standard Oil arrivano in Arabia Saudita e cominciano le ricerche di giacimenti di petrolio nel deserto. Inizia l’era delle petromonarchie.

 

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