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L'assalto a Sirte e la domanda più importante: chi comanda in Libia?

Presa Sirte, cosa resta da fare? Conquistare il paese. La realtà è questa e la vittoria è quella di una battaglia e non della guerra. Espugnare il centro di Sirte e cacciare i pochi miliziani di Isis disposti a morire (dove sono finiti gli altri?) è un fatto positivo, ma c'è dell'altro.

11 Agosto 2016 alle 11:06

L'assalto a Sirte e la domanda più importante: chi comanda in Libia?

Foto LaPresse

Santa Chiara d'Assisi.

 

Titoli. Presa Sirte, cosa resta da fare? Conquistare la Libia. La realtà è questa e la vittoria è quella di una battaglia e non della guerra. Espugnare il centro di Sirte e cacciare i pochi miliziani di Isis disposti a morire (dove sono finiti gli altri?) è un fatto positivo, i giornali italiani titolano sulla vittoria e la presenza di nuclei speciali del nostro paese (Corriere della Sera: “Sirte, battaglia finale contro l’Isis”; Repubblica: “Sirte, nella battaglia con i soldati inglesi. L’Is perde terreno”; La Stampa: “Libia, in azione unità speciali italiane”), ma il problema della Libia è tutta un’altra storia e il problema della stabilità per ora ha una soluzione è molto lontana.

 

Guardate questa foto:

 

Sono cadaveri lasciati all’esterno di un ospedale di Bengasi, la città dove le truppe del generale Haftar combattono contro le fazioni islamiste. Non c’è più posto nelle camere mortuarie, la Mezzaluna Rossa è stata autorizzata a seppellire i corpi senza identità per fronteggiare l’emergenza.

 

La Libia è una polveriera perché la rivoluzione del 2011 fu alimentata dalla spedizione di armi alle tribù. Un’indagine delle Nazioni Unite ha confermato che l’embargo sulla fornitura di armi è stato sistematicamente violato. Pezzi d’artiglieria leggera e pesante, lanciarazzi, lanciamissili, carri armati e aerei da caccia sono stati forniti di recente alle parti in lotta per il controllo del territorio. Questo arsenale si è via via aggiunto a quello distribuito – senza alcun efficace controllo sui reali destinatari – dalla Francia, dal Qatar, dagli Emirati Arabi, dalla Russia e dagli Stati Uniti durante la rivolta contro Gheddafi. Queste armi non sono mai state riconsegnate, sono in mano ai clan libici che, a loro volta, ne hanno girato una parte ai combattenti in Siria, in Mali, in Niger e in Nigeria.

 

Queste milizie armate fino ai denti sono fuori dal controllo del governo di Serraj e quando scelgono di combattere al suo fianco lo fanno solo in cambio di una contropartita economica, non per un sentimento nazionale che in Libia – come già documentato qui su List – di fatto non esiste.

 

Il caos sul controllo delle forze armate persiste, l’Est del paese non è governato da Tripoli. Come riportato dal Libya Herald, il generale Haftar l’altro ieri ha rivendicato il comando della 204esima brigata corazzata, ha nominato un nuovo capo e cambiato il nome della formazione. Non solo, gli attacchi dei giorni scorsi alle strutture petrolifere di Zueitina sono da leggere come una conseguenza della disputa con Haftar e l’appello di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti è un avvertimento al generale. Chi comanda in Libia?

 

Libia, Siria, Hillary e Trump. Il caos originato dal regime change del 2011 in Libia è uno dei punti più delicati della campagna presidenziale. L’attacco all’ambasciata americana a Bengasi l’11 settembre del 2012 è un’ombra su Hillary Clinton: i parenti delle vittime le hanno fatto causa (in realtà debole sul piano giudiziario), mentre Donald Trump ieri ha detto che l’Isis è stata creata da Obama e Clinton. Quella del candidato repubblicano è solo propaganda? Così viene liquidata dai democratici e dai giornali che sostengono Hillary, ma se Trump gioca in maniera spregiudicata con le parole, poi ci sono i fatti. E quelli sono solidi. Basta leggere le pagine scritte da Cherif Bassiouni nel suo libro “Libia: dalla repressione alla rivoluzione” per avere un quadro chiaro degli errori commessi dall’amministrazione Obama e dal Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton. In Libia e in Siria la proxy war, la guerra conto terzi varata dagli Stati Uniti si è risolta in una involontaria fornitura di armi a fazioni che poi in parte sono confluite nell’Isis. Sul punto, esistono documenti declassificati della Defense Intelligence Agency che parlano chiaro: nel 2012 l’amministrazione americana fu avvisata sugli eventi in corso, sulla “presenza di un gruppo salafita nell’Est della Siria” e sulle intenzioni “dell’Isis di creare lo stato islamico”. La campagna presidenziale di Trump è sempre ambigua, rozza e spesso più che border line, ma gli errori della politica estera e di difesa della Casa Bianca sono reali.

 

La Clintomics di Hillary. Dopo il discorso di Donald Trump a Detroit qualche giorno fa, è arrivato il momento di capire cosa sia la Clintonomics di Hillary. La candidata democratica ne parlerà oggi, sempre a Detroit. L’alleanza con Bernie Sanders influenzerà il suo piano? Probabile. I sostenitori di Sanders si aspettano leggi più dure sugli speculatori di Wall Street e una redistribuzione del reddito a vantaggio delle classi più povere. Un po’ troppo forse, visto che Hillary gode del forte sostegno dei fondi hedge e equity, 47 milioni di dollari di donazioni provengono dalle istituzioni finanziarie, secondo i calcoli del Wall Street Journal. Hillary sull’economia deve recuperare ancora terreno su Trump. I sondaggi infatti sul tema sono più favorevoli per il candidato repubblicano.

 

Olimpiadi. Cosa è successo stanotte a Rio? Elisa Di Francisca ha preso l’argento nel fioretto, il team stellare del basket americano ha tremato con l’Australia ma poi ha vinto, Alex Schwazer è stato squalificato per 8 anni e non marcerà più, nel nuoto Michael Phelps nella semi-finale ha prenotato la medaglia d’oro dei 200 misti, Messico e Argentina fuori nel calcio, mentre il Brasile gioca male ma ne mette a segno 4 con la Danimarca. Sulla Gazzetta tutti gli aggiornamenti.

 

11 agosto. Nel 1984 Ronald Reagan scherza alla radio: “Cominceremo a bombardare la Russia tra cinque minuti”. Era uno scherzo, le reazioni furono più o meno come quelle che arrivano quando parla Trump.

 

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