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Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Le quattro grandi paure post Brexit che i nostri euroscettici non vedono

Uscita di Londra dall'Ue, banche italiane, debolezza della moneta e fuga dei capitali dalla Cina, rallentamento dell’economia americana. Ma in fondo, va tutto bene. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

7 Luglio 2016 alle 11:34

Le quattro grandi paure post Brexit che i nostri euroscettici non vedono
Sant'Odone, vescovo

 

Titoli. La Brexit in Italia ha effetti allucinogeni. Pochi giorni dopo il referendum, al primo rimbalzo di Borsa, i nostri euroscettici erano in pieno tripudio fin-visionario: “Tutto bene, la speculazione è già finita, si apre un’era di libertà e prosperità per il Regno Unito. E in Italia vinciamo poi”. Mostrare loro un paio di numeri sul turbo impoverimento a cui stava andando incontro l’isola d’Inghilterra era del tutto inutile. Sono come Obelix: caduti nel pentolone delle teorie cospiratorie, vedono complotti della finanza dappertutto, non il mercato che compra, vende e quota il rischio. Due settimane dopo quel venerdì, gli stessi continuano a spacciare una realtà che esiste solo nella loro mente. Quale realtà? Questa, impaginata dal Financial Times di oggi: quattro grandi paure.

 

 

Quali paure? Brexit, banche italiane, debolezza della moneta e fuga dei capitali dalla Cina, rallentamento dell’economia americana. In fondo, va tutto bene, la sterlina è in splendida risalita, ieri ha toccato il record minimo di 1.28 sul dollaro, le perdite della moneta in quel venerdì nero dove i mercati si sono sbagliati, oggi sono state completamente azzerate:

 

 

Ma i Brexiters della Garbatella sono sicuri: si riprenderà. Ottimo, però dalle nostre parti preferiamo guardare cosa pensa chi compra e vende denaro, non chi spaccia demagogia e scambia i propri desideri per la realtà. Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno un’opinione diversa sul futuro della Sterlina, eccola:

 

 

Può darsi si sbaglino, ma meglio prendere nota. Buone notizie anche per chi investe nel mattone inglese che, come si sa, dopo la Brexit ha avuto un forte impulso, metà degli investimenti commerciali dei fondi immobiliari inglesi sono stati congelati. Niente rimborsi, meglio evitare problemi di liquidità. Ieri Henderson Global Investors (3,9 miliardi di sterline) e Columbia Threadneedle (1,6 miliardi di sterline) si sono aggiunti a Standard Life (2,9 miliardi di sterline), Aviva (1,8 miliardi di sterline) e M&G (4,4 miliardi di sterline). E’ la gioia per l’uscita dall’Unione europea. Sintetizzata così dal Sole 24Ore: “Brexit, la fuga dal mattone affonda banche e Borse”.

 

Nel frattempo, in Italia abbiamo un problema: la cassa brucia. Matteo Renzi però pensa che il problema sia di diversa natura: i derivati degli altri. Incontrando ieri il premier svedese, Renzi ha dichiarato: “La direzione è quella della risoluzione del problema degli Npl, è un problema che va verso la soluzione ma vale uno, i derivati di altre banche valgono cento”. Il riferimento è a Deutsche Bank. Il Corriere della Sera traduce così il fatto: “Banche, l’attacco di Renzi”. MF è ancora più esplicito: “Renzi: pensate ai vostri derivati”. Catenaccio: “Il premier ricorda alla Merkel che il problema degli npl italiani vale 1 mentre il marcio che c’è in altri istituti europei vale 100”. Vero, però tra le quattro paure elencate poco fa ci sono le banche italiane, non quelle tedesche. Perché? Guardate qui:

 

 

Questo grafico elaborato dall’EBA (l’autorità bancaria europea) fa il punto (il rapporto è di novembre 2015) sui crediti deteriorati e l’Italia ha il seguente splendido risultato: i non performing loans sono pari al 17,1 per cento del pil (media europea, 7,3 per cento) e il rapporto rispetto al totale dei crediti è del 16,7 per cento (media europea 5,6 per cento). C’è chi fa peggio (Cipro, Irlanda, Slovenia, Portogallo, non proprio dei grandi esempi di Stati virtuosi), ma la nostra è la terza economia del Vecchio Continente, abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e siamo il secondo emittente di titoli di Stato (che comprano le banche) dopo la Germania che in questa classifica del cattivo credito è distante anni luce (prima colonna verde del grafico). Tutto a posto? No, ma bisogna sperare che arrivino i fondi esteri e comprino il salvabile. Il mercato, non gli aiuti di Stato. Sul Corriere della Sera c’è un pezzo interessante: “Fondi Usa in pista per le Popolari salvate da Atlante”. Dettaglio del pezzo di Mario Gerevini: “Un pool di quattro fondi americani ha manifestato l’interesse ad acquistare in blocco, dal fondo Atlante, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca con l’obiettivo di fonderle. Si tratta dei fondi di private equity Atlas Merchant Capital, Warburg Pincus e Centerbridge e dell’hedge fund Baupost. Che ora tornano prepotentemente alla carica”. Si alzeranno presto i cantori della Patria a parlare di interesse nazionale e altri simili gingilli retorici che hanno un solo scopo: difendere il piccolo establishment finanziario italiano che ha ampiamente fallito la sua missione ma continua ad avere una sua ricca rendita di posizione. A casa, grazie. Il concetto è solo uno: salvare le banche, tutelare i risparmiatori, accompagnare alla porta (e se è il caso, in tribunale) i cattivi amministratori, il pomposo e pompato management. Renzi non faccia sconti a queste figure, altrimenti verrà assimilato a loro. E travolto.

 

Perché il problema alla fine della fiera è politico. Si chiama stabilità. A questo guardano i mercati con crescente preoccupazione. Pagina 2 del Financial Times:

 

 

L’ascesa del Movimento 5Stelle non passa inosservata. Quattro sondaggi lo danno in testa, mentre il Pd insegue. L’ultimo di Ipsos dice che i grillini hanno il 30.6% contro il 29,8 per cento dei democratici. Sondaggi, certo, ma in agenda in ottobre ci sarà un referendum costituzionale e se Renzi perde va a casa e si apre un periodo di turbolenza e incertezza nella politica italiana. Sciogliere le Camere? Il titolare di List ha spiegato sul Foglio perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non lo farà. In caso di caduta di Renzi, ci sarà un nuovo governo e il premier sarà Padoan. Per rassicurare quei mercati di cui i partiti continuano a non voler capire la logica stringente: compro, vendo, calcolo il rischio del paese in cui investo. Come dice Gordon Gekko? Money never sleeps, il denaro non dorme mai. Buona giornata.

 

Brexit. Ma escono o no? A giudicare dalle dimissioni in massa dei leader politici britannici e dalle dichiarazioni dei loro potenziali successori la risposta è: no. Gli inglesi si sono accorti di aver fatto una bischerata e provano a ritardarne gli effetti. Politico ha fatto un sondaggio e il risultato è questo:

 

 

Solo il 36,5 per cento degli intervistati (63 top leaders) pensa che il Regno Unito uscirà davvero dall’Unione europea. Ma una larga maggioranza pensa che un effetto la Brexit l’avrà: la recessione.

 

Dove va l’Italia? Per sapere, per capire, ecco i dati Istat sulla spesa delle famiglie nel 2015: “Nel 2015, la spesa media mensile familiare in valori correnti è pari a 2.499,37 euro (più 0,4 per cento rispetto al 2014, più 1,1 per cento nei confronti del 2013), mostrando timidi segnali di ripresa in un quadro macroeconomico caratterizzato dal lieve aumento, per il terzo anno consecutivo, del reddito disponibile delle famiglie, dalla stabilità della loro propensione al risparmio e dal primo anno di ripresa del Pil dopo tre di recessione”.

 

Europa e “Mundus furiosus”. E’ il titolo dell’ultimo libro di Giulio Tremonti. Non è un libello “contro l’Europa” come immaginano quelli che di solito si fermano ai titoli e leggono solo le pagine del loro pregiudizio.

 

 

Mundus furiosus (Mondadori, euro 17) è un viaggio nella contemporaneità – con la mente rivolta alla storia, maestra di vita – che ha molti passaggi impervi. Tremonti propone di fatto la riscrittura dei Trattati europei, l’affermazione del loro diritto “a ritirarsi dall’attuale struttura europea” (cosa accaduta il 23 giugno scorso con la Brexit, ma gli esiti, come vediamo, sono tutt’altro che cristallini), l’idea di rispettare la Rule of Law, la corretta applicazione del principio di sussidiarietà, la riforma della giustizia europea, la partecipazione diretta dei cittadini, la riduzione del costo necessario per fare impresa. Sono idee sulle quali si possono aprire discussioni e portare avanti azioni politiche. Anche nella durezza di molte pagine, emerge in Tremonti l’idea che alla fine sia il mercato a dover essere resuscitato dalla stessa Europa, salvato dalla burocrazia e dall’iperfinanza. Tremonti evoca il Seicento “come secolo di crisi generale”. E’ un tema che affonda le sue radici, come giustamente fa notare l’autore, nella religione. Il titolare di List ne scrisse tempo fa sul Foglio: “C’è un Faust in Vaticano”. Materiali, note appunti, per provare a capire il presente. Se il Mundus è furiosus, l’unica via resta quella della rivoluzione della pace e della fattiva cooperazione tra Stati.

 

7 luglio. Nel 1798 il Congresso degli Stati Uniti rescinde i trattati con la Francia e innesca la “Quasi-Guerra”.

 

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