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Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Madia chiede le dimissioni di Orfini. Il futuro della sinistra, del Pd, di Renzi passa da Roma

Nella Capitale si deciderà la sorte dell’unico-partito-rimasto-in-piedi, shakerato dopo il voto dei Comuni, ma che in fondo lo era anche prima, dilaniato da una lotta interna alla quale il premier deve trovare un rimedio. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

23 Giugno 2016 alle 11:26

Madia chiede le dimissioni di Orfini. Il futuro della sinistra, del Pd, di Renzi passa da Roma

Matteo Renzi con Marianna Madia (foto LaPresse)

San Giuseppe Cafasso

 

Titoli. Apertura sul referendum inglese, foto sul marciatore incastrato per doping, taglio di politica. L’impaginato del giorno mostra questa gerarchia su quasi tutti i quotidiani. Francamente, una noia. Passiamo direttamente ai titoli che hanno un suono diverso. Libero: “La vendetta dei rottami”. Tre foto, tre facce: D’Alema, Prodi e Bersani. Sono gli ex qualcosa della sinistra all’assalto dello sconfitto Renzi. Il Giornale ricorda il destino di chi governa in Italia: “I pm già addosso alla Raggi”. Eh sì, fascicolo giudiziario aperto. Lo chiuderanno, c’è poca trippa per gatti, almeno per ora. Il Fatto Quotidiano ha un argomento interessante: “Referendum, Renzi nel panico. Se lo chiede il Pd, non si ritira più”. Qualcuno lo dovrà chiedere, in ogni caso Renzi dovrà decidere. E una cosa è certa: la lezione è arrivata. Poi la dimenticherà.

 

Altro? Roberto Giachetti ha concesso un’intervista al Messaggero, niente di clamoroso, ma un paio di passaggi sul Pd, questo in particolare: “il leit motiv della campagna in buona sostanza è stato questo: “Peccato che sei del Pd, sennò ti votavo”. Il Pd ha avuto una responsabilità. Prima con Alemanno, uno sterile consociativismo che ci ha allontanato in particolare dalle periferie: strillavano in piazza e poi chiedevano i posti nei cda. E poi con Marino. Se oggi giri e pronunci il nome di Marino la gente ti corre appresso. Si capiva come sarebbe finita. E dopo il ballottaggio abbiamo trovato un muro”. C’è vita, dopo il Pd. Forse. Nel frattempo qualche testa dovrà pur rotolare, non è che possa finire a todos caballeros e la festa continua. La barba di Matteo Orfini è candidata al taglio e Marianna Madia ha un rasoio pronto all’uso sulle pagine di Repubblica: “In questo momento tutti gli schemi di gioco sono saltati. E bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo. Se il tappo è Orfini, allora si dimetta da commissario. Non ci possiamo più permettere ostacoli al cambiamento. In città c’è una classe dirigente giovane, agisca. Ma senza aspettare che qualche capo corrente la candidi”. C’è poco da aggiungere, Madia ha centrato l’obiettivo (manca qualche valutazione obiettiva su alcune discutibili scelte fatte dal governo, ma c’è tempo per ripensarci).

 

Il fatto politico della corsa al Campidoglio è che se nella Capitale un altro partito ti doppia, tu non puoi fare finta di niente e tutto va bene madama la marchesa. Ti dimetti. Subito. E dovrebbe essere Renzi a sollecitarle, le dimissioni. Per chiarezza. Per leadership che esce dalla dimensione del tweet e torna ad essere quella del Renzi apprezzato all’inizio della sua avventura politica a Palazzo Chigi. Il suo disincanto – forse meglio scrivere disinteresse? – per le cose romane non è un fatto di cui vantarsi perché Roma ha un’importanza fondamentale nel Risiko politico del Paese e non a caso Grillo si è impegnato per conquistarla. Tutte le strade portano a Roma, sempre. Il futuro della sinistra, del Pd, di Renzi, è il nodo centrale dello scenario politico. Da quella porta passa un pezzo del nostro futuro. L’unico-partito-rimasto-in-piedi è shakerato dopo il voto dei Comuni, ma in fondo lo era anche prima, dilaniato da una lotta interna alla quale Renzi deve trovare un rimedio.

 

Giuliano Ferrara sul Foglio fa una riflessione utile sull’atmosfera, il pregiudizio, l’asincronia di un apparato che non c’è più ma si dibatte come un dinosauro, la fotografia dell’orologio in perenne ritardo dell’antirenzismo che ieri era altro e oggi si trasforma, un moloch in cerca di rivincite che conducono dritte al caos finanziario: “Il governo di sinistra in Italia è favorevole al capitalismo contemporaneo, il capitalismo contemporaneo è impopolare in circuiti allargati di classi e sottoclassi che non vogliono o non possono cambiare con il suo ritmo e i suoi modi, non importa se da sinistra o da destra l’opposizione cresce (e gli elettorati in rivolta si mescolano con conseguenze micidiali, ora vedremo la Brexit, forse l’abbiamo scampata ma chissà). Insomma, non ci vuole una visione ideologica, non una bandiera, non un Keynes come lo invoca Prodi, semmai un superDraghi che ha preso dal suo maestro Federico Caffè ma poi ha deciso per la finanza capitalistica che cura la finanza di mercato, le cose non si risolvono con l’incremento forzato degli investimenti pubblici, auspicabile ma non determinante”. Tutto vero e come sempre Ferrara dà una lettura utile, controvento, originale. Dovrebbero trarne delle conseguenze, a Palazzo Chigi. C’è un sistema elettorale che conduce quasi automaticamente al secondo turno e l’Italicum sembra disegnato per consegnare la vittoria ai Cinque Stelle. Va fatta una riflessione (c’è una direzione del Pd, venerdì, luogo adatto per cominciare a parlarne seriamente, senza scatti d’orgoglio che offuscano la mente) prima di spianare la strada a chi ha ricette economiche fuori dalla contemporaneità, dal mercato, dai forum di cooperazione economica nei quali giochiamo una delicatissima partita.

 

Ma c’è anche il fatto che il Royal Baby (Renzi, conio di Ferrara) in questo momento sembra ancora in bambola, ha incassato il colpo ma deve ripartire in fretta perché l’agenda non dà tregua: ottobre, il referendum italiano dove tutto si conta (e sconta) è più vicino di quanto si immagini. Ci sono ottime ragioni per il Sì. Pensate alla cancellazione della riforma del Titolo V della Costituzione. E’ vitale interrompere il conflitto tra Stato e Regioni, introdurre certezza della norma, far ripartire gli investimenti in infrastrutture e energia. Va spiegato questo agli italiani. La contemporaneità racconta verità che l’italiano medio dovrebbe comprendere, la politica spiegare senza piegare i fatti. Sulla spalla del Sole 24Ore c’è materia su cui riflettere, per il futuro: “Il lavoro degli immigrati vale l’8,7% del Pil italiano”. Sono i numeri di uno studio di Confindustria e parlano da soli, questa è la realtà che viene sfregiata dalla demagogia dei partiti, dai felpati in ruspa, dai piccoli agitatori di tassisti, da chi non trovando alcuna soluzione per il presente, si fa burattinaio di fantasmi. La nostra rovina è l’ignoranza. Buona giornata.
 

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Brexit. Si vota. Stanotte i primi risultati. Live sul Guardian.

 

I conti dello Stato e lo sviluppo. Meglio, ma ci sono anche le contraddizioni tra l’austerità richiesta (e necessaria) e lo sviluppo (vitale) per il paese. Il presidente della corte dei conti traccia lo scenario illustrando il rendiconto generale dello Stato. Via Agi: “Il percorso di risanamento dei conti pubblici mette a rischio la salvaguardia di "politiche pubbliche vitali". E' quanto ha sottolineato il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2015. "L'urgenza, talvolta affannosa, di realizzare un rigido percorso di rientro verso l'equilibrio di finanza pubblica - ha affermato Squitieri - ha reso più difficile il bilanciamento con le esigenze, anch'esse pressanti, di salvaguardia di politiche pubbliche vitali". In particolare, il presidente della magistratura contabile ha citato il "continuo assottigliarsi in questi anni della quota di risorse pubbliche destinate alle infrastrutture e in generale, alle opere pubbliche che, in questo caso, vede l'Italia in coda nella graduatoria europea. Una tendenza, questa - ha osservato Squitieri - comune tanto all'amministrazione centrale quanto agli enti locali ai quali è affidata, in larga misura, la competenza sulle opere".

 

Parlamento americano con la tv fai da te. I repubblicani fanno spegnere le telecamere delle tv durante il dibattito sulle nuove misure per il controllo delle armi, mentre i democratici mettono in scena la protesta alla Camera. Scontro. Tv spenta, politica sparita. No, perché i dem hanno cominciato a trasmettere la protesta via Periscope e Facebook Live. Filmare alla Camera è proibito. Così gli onorevoli hanno votato la sospensione del divieto. Proposta passata all’unanimità.

 

23 giugno. Nel 1894 viene costituito a Parigi il Comitato Olimpico Internazionale su iniziativa del barone Pierre de Coubertin.

 

 

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