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Perché sarà Torino la città laboratorio dei grillini

Il capoluogo piemontese e la Compagnia di San Paolo. I Cinque Stelle puntano a Palazzo Chigi, ma ora devono capire come muoversi tra i poteri italiani: queste sono le relazioni che poi fanno la differenza tra gli outsider e l’establishment.

21 Giugno 2016 alle 10:47

Perché sarà Torino la città laboratorio dei grillini

San Luigi Gonzaga

 

Titoli. Partiamo dal titolo più azzeccato della giornata. E’ di MF: “I Cinque Stelle subito in banca”. Catenaccio: “Nel mirino la nomina di Profumo, il presidente della fondazione primo socio di Intesa. Acea tiene al netto dello stacco cedola dopo la scontata vittoria della Raggi a Roma”. Riepiloghiamo: la Compagnia di San Paolo è uno dei forzieri di Torino, il valore delle sue attività finanziarie nel bilancio 2015 è pari a 7,7 miliardi di euro, detiene il 9 per cento del capitale totale di Banca Intesa, primo azionista e prima banca del paese. Poco prima del voto Piero Fassino alla presidenza della fondazione ha nominato l’ex ministro Francesco Profumo. Tutto a posto? No. La polemica con la Appendino ha un chiodo (l’aumento di 400 mila euro del budget “per i comitati tecnici” dietro il quale secondo i Cinque Stelle si nasconde un aumento di stipendio dei consiglieri della Compagnia) ma il quadro è un altro: il Comune di Torino ha chiuso il 2015 con 2,9 miliardi di debiti, non ci sono soldi in cassa per fare operazioni di welfare e la Compagnia di San Paolo è un ottimo veicolo finanziario in una città dove marginalità e povertà esistono. Tutto qui? Interesse pubblico e utilità sociale sono soltanto la cornice del quadro. Poi c’è il dipinto: Compagnia di San Paolo è una delle chiavi del sistema finanziario italiano, da qui passano i destini di un pezzo di industria, le partecipazioni in Intesa (che rappresenta il 59 per cento del portafoglio della fondazione), Assicurazioni Generali e Cassa Depositi e Prestiti sono “l’apriti sesamo” delle stanze del potere (economico e politico) in Italia. I Cinque Stelle puntano a Palazzo Chigi, queste sono le relazioni che poi fanno la differenza tra gli outsider e l’establishment. Chiara Appendino tutto questo lo sa. Il sindaco di Torino, senza un suo rappresentante diretto dentro la Compagnia è come un Cavaliere Jedi senza spada laser. Sarà Torino la città laboratorio dei grillini, ben più di Roma dove i poteri sono sfilacciati e le relazioni economiche ridotte a baratto politico. La battaglia è appena iniziata e a giudicare dalle vicende elettorali, dalla prudenza, dal cambio di tono con cui i giornali hanno cominciato a scrivere di cose grilline, c’è aria di svolta, di cambio di pagina, di salto improvviso della storia verso un’altra direzione. Via Renzi, dentro Di Maio? Questo in molti pensano. Auscultare le cronache dei giornaloni e prendere nota.

 

E Matteo? Ammette la sconfitta, fa un passo avanti rispetto a quello che avevamo visto e sentito anche di recente. Primo caffè, Corriere della Sera: “Renzi ammette: vittoria dei 5 Stelle”. Si dice che Renzi costituirà una nuova segreteria politica. Non è quello il problema, ma apprezziamo lo sforzo corale. Il pezzo da leggere per capire che aria tira dopo il voto nei Comuni è quello di Francesco Verderami. Titolo: “Perché cambiare la legge elettorale ora è possibile”. Semplice, perché altrimenti il Pd finisce ghigliottinato al secondo turno e Renzi va ai giardinetti prima della scadenza dello yogurt. Leggiamo l’incipit del Verderami: “Sono arrivati ormai all'esegesi dei suoi discorsi, all'analisi delle incidentali pronunciate dal «compagno segretario». Nella minoranza del Pd, l'intima speranza di un cambio della legge elettorale si è tramutata in fideistico convincimento dopo il crac dei ballottaggi: l'idea è che alla fine Renzi non modificherà l'Italicum. Ma lascerà che l'Italicum venga modificato. Nella «ditta» è in corso un passaparola su una frase - «per me non si cambia» - pronunciata dal premier, che apre il cuore a molti, non solo nel Pd. Non bastasse, si cita anche Verdini, manco fosse Zarathustra, che avrebbe assicurato ai suoi come «Matteo alla fine cambierà la legge elettorale». Cambierà? Non lo farà lui. Ma e se nessuno lo fa? Crac. Andiamo avanti. E il partito? Che si fa con i partito? Vi informiamo che il Pd è nello stato che Corrado Guzzanti dava a Amedeo Nazzari: è morto. Il bollettino del decesso arriva da Pierluigi Magnaschi, direttore di Italia Oggi. Leggiamo: “Il Pd di Torino, nel primo turno di queste amministrative, ha avuto il maggior numero di voti solo in due circoscrizioni, quelle radical chic, abitate dalla signore in Suv, con i negozi di primizie che portano l' insegna Cartier e non certo nei quartieri degli operai o dei pensionati al minimo. L' elettorato che in questa tornata ha abbandonato il Pd non ha manifestato la sua indignazione nei confronti della nomenclatura rossa che sarebbe cresciuta nei due anni di governo renziano. Ma l'indignazione della povera gente si è espressa nei confronti della Ditta, cioè della gestione del Pd precedente (e spesso di molti decenni) di quella di Renzi. La perdita di considerazione degli operai e degli abitanti dei quartieri torinesi abbandonati a sé stessi (anche perché lì non c'è alcuni tipo di movida, e quindi al popolo degli aperitivi non interessano proprio) non è di oggi ma è stata pienamente certificata, fin dal 1994 (cioè 22 anni fa; una generazione e mezzo fa, non è uno scherzo) quando Renzi aveva 19 anni, stava inserendosi nei boy-scout e non era in grado di operare politicamente in nessuna direzione”. Ottimo.

 

Cosa dicono nella chiesa del progresso, nel luogo dove ancora la sinistra è viva, è maggioranza nel paese, è un progetto, una cosa, un futuro certo, rigorosamente senza i voti? Repubblica fa questo titolo a caratteri cubitali: “Renzi: un voto di cambiamento. Banche e cemento, la sfida M5S”. Sulle banche, abbiamo già visto, ma il cemento? Oh, quello è tutto del sindaco Raggi, la Capitale e il mattone, l’edilizia, le gru, i ponteggi, dentro o fuori il Grande raccordo anulare? i piani regolatori, le varianti in corso d’opera, ah che meraviglia. Perfino nel linguaggio a Roma si usa l’espressione “quanto cuba?” per chiedere lumi sulla consistenza di un fatto, il valore di una persona, il peso del suo portafoglio, è una città fatta così, dal volto umano, dolce, tenera, petalosa, letale. Dunque scontro con i costruttori sia, radiose giornate all’insegna dell’eco-utopismo si realizzino. Che dice Il Messaggero? In pagina di mattone non v’è traccia, però c’è un editoriale del direttore Virman Cusenza: “L’augurio a Virginia Raggi, che si è autodefinita «sindaco di tutti» (come del resto dovrebbe essere per ogni sindaco legittimato dal voto popolare), è che il suo mandato abbia successo nell’interesse dei romani. Il giudizio di questo giornale, per non essere un pregiudizio, non potrà che arrivare fra qualche tempo. Quando si vedranno i primi atti e i primi effetti di questo nuovo corso politico-amministrativo. A un’investitura forte deve corrispondere una risposta altrettanto forte”. Wait and see, Virginia. Andiamo avanti. Come sono i pentastellati visti da destra? Per Il Giornale non ci sono dubbi, è gente che tira fregature: “Prende i voti e scappa. Così Grillo usa il centrodestra”. Libero si pone una domanda che è bene tenere a mente nei prossimi mesi: “Ma saranno capaci?”. E chi lo sa? Dubbi non ha Il Fatto Quotidiano: “M5S, prima mossa. I poteri forti li rottamiamo noi”. Cose belle dal Meridione? Un bagno di realtà, titolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno: “Oggi e domani a Roma doppio vertice sull’Ilva”. E’ duro, l’acciaio. Sul Mattino, dopo i comizi elettorali con registro linguistico da wc, Giggino De Magistris annuncia: “Chiamerò il premier”. Ovazione. Cronache del Nord Est? Sul Gazzettino, un francobollo che dice tutto: “Boccia e le imprese ad Atlante: non affossateci”. E’ una questione di credito. Perduto. Il Secolo XIX improvvisamente ricorda che c’è un comico di Genova che ha idea di prendere Palazzo Chigi come fosse la Bastiglia: “La sfida di Grillo, governiamo l’Italia”. L’Unità, dallo spazio: “Il Grilletto”. Capolavoro nel catenaccio: “Beppe Grillo la spara grossa, s’intesta le vittorie di Roma e Torino e sogna: “Ora al governo”. S’intesta? Ha vinto. Scrisse Antonio Gramsci, fondatore dell’Unità: “Si tende infatti a diminuire rabbiosamente l’avversario per poter credere di esserne sicuramente vittoriosi. In questa tendenza è perciò insito oscuramente un giudizio sulla propria incapacità e debolezza”. Buona giornata.

 

 

L’Economist: occhio a Renzi (e all’Italia). Alex White, direttore dell’Economist Intelligence Unit ha avvisato i naviganti: stiamo rivedendo le possibilità di Renzi di vincere il referendum in ottobre. Questo i mercati lo leggono.

 

 

 

Brexit, meno due. Titolo del Sole 24Ore: “Sorpasso Ue su Brexit: volano Borse e sterlina”. Mancano 48 ore al referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Quelli che vogliono restare sono in vantaggio di un punto. Poll tracker dell’Economist.

 

 

Soros vede un venerdì nero. Attenzione a questo signore, George Soros, che di mestiere fa lo speculatore. Qualche volta le sue previsioni si avverano e in ogni caso sono da annotare sul taccuino. Nel 1992 speculando sulle debolezze del sistema monetario mise ko la lira e la sterlina. Ci risiamo? Attendiamo il referendum, intanto bisogna leggere il suo pezzo sul Guardian e allacciare le cinture.

 

Yellen e Draghi day. La presidente della Federal Reserve testimonia di fronte al Congresso, il presidente della Banca centrale europea testimonia di fronte al Parlamento europeo. Hanno la catapulta del denaro, servirà anche in caso di Brexit.

 

Tesla investe nove miliardi in Cina. Tutti nel Pacifico. Elon Musk avrà uno stabilimento di produzione a Shangai. Via Bloomberg.

 

21 giugno. Nel 1280 Torino viene ceduta, in cambio della libertà, dal marchese Guglielmo VII del Monferrato a Tommaso III di Savoia: da questa data la storia della città si legherà a quella dei Savoia. Poi sono arrivati i grillini.

 

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