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Altro che Raggi o Giachetti, a Roma mandate la Troika

Hanno voluto le elezioni e il risultato è che anche ieri i candidato sindaco del M5s e del Pd sono apparsi come esponenti di un ultraconservatorismo imbarazzante. Nessuna idea liberale, solo demagogia, parola d’ordine: blandire, coccolare, rassicurare i sindacati e i dipendenti del Comune e delle super efficienti municipalizzate.

16 Giugno 2016 alle 11:34

Altro che Raggi o Giachetti, a Roma mandate la Troika

Sant'Aureliano di Arles

 

Titoli. C’è D’Alema che vota per Raggi. Se ieri sera Max avesse visto il confronto tv tra i due candidati al Campidoglio avrebbe cambiato idea: il voto a nessuno. Perché i giornali impaginano a stampato giustamente la polemica tra l’ex tutto e il Pd a trazione renziana, ma il vuoto emerso nel dibattito su Sky conferma quanto il titolare di List scrisse sul Foglio a proposito del futuro di Roma: mandate la Troika. Hanno voluto le elezioni e il risultato è che anche ieri Roberto Giachetti e Virginia Raggi sono apparsi come esponenti di un ultraconservatorismo imbarazzante. Nessuna idea liberale, solo demagogia, parola d’ordine: blandire, coccolare, rassicurare i sindacati e i dipendenti del Comune e delle super efficienti municipalizzate. Roma è sommersa dalla spazzatura, da scioperi nei trasporti che sono l’unica cosa regolare nell’irregolarità del servizio pubblico, ma nessuno dice che per Ama e Atac non basta una semplice riorganizzazione, occorre una pesantissima ristrutturazione e, nel caso della società di trasporto, sarebbe meglio chiudere tutto, fare una bad company e ripartire con qualcosa di nuovo. Non è un problema solo di manager, dirigenti e capi di settore, i dipendenti nel caos ci hanno marciato (e mangiato) alla grande. Ventiduemila in Comune, oltre trentamila nelle società partecipate. Tra loro ci sono ottime persone, ma su questa massa informe che incassa tutti i mesi uno stipendio pagato dal contribuente pende l’accusa della realtà: provate a osservare bene quello che vi circonda quando passeggiate nella Capitale. Basta e avanza per comporre il numero della polizia. Doveva restare il Commissario, il voto andava sospeso, a Roma serviva una gestione straordinaria lunga, dura e senza pietà. E invece ieri sera abbiamo visto quale sarà il futuro: nulla. Giachetti e la Raggi sono i figli di un patto fondato sulla paura, sull’assistenzialismo e non sullo sviluppo del mercato, della competizione, del merito. Un futuro fatto di funivie, isole ecologiche, referendum a ripetizione, dipendenti pubblici e sottobosco municipalizzato, questo è l’incubo che attende Roma. D’Alema vota la Raggi. Proprio il Massimo risultato, votare una ragazza che non ha ancora un’idea della sua giunta e neppure del suo lavoro, visto che dell’avvocato v’è ben poca traccia e del consigliere comunale pure. Ma il risultato sarebbe lo stesso anche con Giachetti, brava persona, onesta e appassionata, ma dentro gli schemi del Pd romano, mai un passo avanti, se possibile qualcuno indietro, per non indisporre il moloch pubblico che a Roma mangia tutto. Il primo caffè stamattina se ne va con Repubblica: “D’Alema-Raggi: scontro nel Pd. Orfini, vai ai gazebo per Giachetti”. Questo è il grande dibattito in corso nel Pd a Roma, la suprema strategia dalemiana e la grande risposta orfiniana. Lo scenario è ben raccontato da Salvatore Merlo sul Foglio: “Cosa c’è dietro la non smentita di D’Alema che vota Raggi (e Parisi)”.  La Stampa fa l’apertura su questa trama: “D’Alema: il Pd cerca il capro espiatorio”. Ma quale? Dove? Serve un caffè ar vetro e arriva anche Il Messaggero che taglia la prima pagina con questo titolo: “Rifiuti, Atac, Giochi, lo scontro frontale tra Raggi e Giachetti”. Scontro frontale. Sembravano d’accordo: teniamoci questo baraccone stretto, andiamo avanti, il futuro è alle spalle. In bocca al lupo, Roma.

 

D’Alema replica duro. Via Agi, poco fa: “Una plateale scorrettezza giornalistica, fatta forse per compiacere i capi del mio partito, e' diventata un danno per il Pd. Scorrettezza e strupidità spesso vanno di pari passo": con queste parole Massimo D'Alema controreplica al quotidiano "La Repubblica" in una lunga dichiarazione resa da Bruxelles. "Continuo a leggere su Repubblica falsità, forzature e valutazioni o prese di posizione pubbliche riportate come se si trattasse di trame e complotti", si legge nella dichiarazione, "la volontà, per esempio, di impegnarmi nella campagna referendaria è stata annunciata più volte, l'ultima una ventina di giorni fa in una manifestazione pubblica a Brindisi, di cui gira anche un video. Ho ritenuto, tuttavia, di evitare pronunciamenti proprio per non provocare polemiche e strumentalizzazioni in vista delle amministrative, invitando a concentrarsi sui ballottaggi di domenica prossima”. Caro D’Alema, l’autore degli articoli si chiama Goffredo De Marchis, è uno dei migliori cronisti politici su piazza, uno che sul suo taccuino annota i fatti.

 

Ballottaggi. Salvini pentastellato a Torino. Il leader della Lega: “A Torino voterei Appendino”. Almeno a Torino D’Alema voterà Fassino?

 

Brexit sulla carta (e a Downing Street). Ieri il Sun si è schierato per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, oggi è il turno dello Spectator. Il Financial Times è per restare nell’Ue, così anche il New Statesman. Fin qui, la battaglia di carta. Quella politica ha spostato il mirino sul Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, che ha preannunciato un piano post-Brexit per le finanze inglesi in casi di vittoria del Leave: 30 miliardi di sterline di tagli e tasse. L’annuncio di quella che è stata immaginata come una “punizione” per i Brexiters ha provocato una dura reazione tra i conservatori che sono per l’uscita: Osborne se ne deve andare! Hanno scritto stamattina oltre 60 deputati inglesi dei Tories. Che succederà? Osborne resta, ma (forse) il Regno Unito se ne va. Live sul Guardian.

 

Brexit, occhio alla Svizzera. La Banca centrale della Svizzera informa che "non esclude una moltiplicazione delle incertezze e delle turbolenze" in caso di Brexit “e prenderà le misure necessarie" per tutelare il franco svizzero. Tira aria di Brexit tra gli gnomi di Zurigo.

 

Nel frattempo… ha riaperto il Ritz a Parigi. Signore e signori della ricca borghesia globale, dopo 4 anni di lavori e un investimento da 200 milioni di dollari, il Ritz ha riaperto a Parigi. L’albergo è uno splendore, ha una facciata del 1792, l’arredamento vanta oltre 274 candelabri, 1295 dipinti e 178 orologi. C’è solo un problema per i comuni mortali: la stanza costa circa 1.200 euro a notte.

 

16 giugno. Nel 1977 Leonid Brežnev diventa presidente dell'URSS. Comincia l’era brezneviana (e sta per finire l’Unione Sovietica).

 

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