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Così il Pd cade regolarmente nelle trappole di Grillo

Al comico interessa una sola cosa: vincere poche battaglie per vincere la guerra delle politiche. Per farlo deve distruggere il Pd. Ecco perché punta su Roma e non su Milano. Prendere la Capitale ha un valore simbolico, fa notizia, occupa le prime pagine dei giornali, gli spazi televisivi, costruisce immaginario.

8 Giugno 2016 alle 11:30

Così il Pd cade regolarmente nelle trappole di Grillo

Matteo Orfini (foto LaPresse)

San Fortunato, vescovo.

 

Titoli. Avete presente Matteo Orfini? Passerà alla storia come quello della PlayStation in una notte elettorale non proprio serena, ma in queste ore si sta impegnando per superarsi. Ha deciso di sfidare Grillo sul piano dei numeri, dei voti, dei consensi. E’ di quelli che fa il conto dei Comuni presi e persi, dei seggi a Roccasquagliata, del primo cittadino a Torresfregiata e naturalmente del fondamentale uno per cento in più preso a Montefracico. Il risultato della polemica con Grillo sui numeri dati dall’Istituto Cattaneo è il seguente: Giachetti è sparito, Sala si è eclissato. Il primo ha una missione quasi impossibile a Roma, il secondo rischia grosso a Milano, ma Orfini e i suoi commilitoni del Pd sono una versione progressista delle Sturmtruppen, cascano regolarmente nelle botole di Grillo. A quest’ultimo, non importa un fico secco della vittoria in tutti i Comuni (tanto che non si presenta), non gli interessa l’occupazione militare del territorio, quella è roba da Pci, da Festa dell’Unità e analisi in sezione. Cioè una cosa che non esiste più. A Grillo interessa una sola cosa: vincere poche battaglie per vincere la guerra delle politiche. Per farlo deve distruggere il Pd. Ecco perché punta su Roma e non su Milano (dove ha presentato un candidato non competitivo). Prendere la Capitale ha un valore simbolico, fa notizia, occupa le prime pagine dei giornali, gli spazi televisivi, costruisce immaginario. Non occorre aver studiato strategia all’accademia militare di West Point per capire che le vittorie simboliche sono fondamentali. Roma è persa? Probabile, ma bisogna anche saper perdere e un buon secondo turno per Giachetti e il Pd sono importanti. E Milano forse è vinta? Dovrebbe sentirsi nel Pd l’urgenza di convincere gli elettori. Non bisogna contare i voti degli altri, ma chiedere i voti per il proprio candidato e il partito. Primo caffè, Corriere della Sera: “Voti e ballottaggi, è subito scontro Pd-Cinque Stelle”. Ecco, sarebbe bello parlare di cosa fare in futuro. E alla fine di programmi, di futuro, di senso ultimo delle cose, di peso e sostanza, parla Francesco Totti le cui parole diventano la foto a centro pagina del Messaggero: “Sto con le Olimpiadi”. Ecco qui il punto, la differenza di visione tra Cinquestelle e Pd a Roma, chi pensa al domani, cerca investimenti, una città migliore, una via di riscatto e chi ha in testa un modello eco-utopista che in realtà non è niente di compiuto e sa di laboratorio dell’isola misteriosa. Roma è una metropoli da governare, non una terra di mezzo sulla quale fare esperimenti transpolitici per vedere se la tal cosa funziona. Nell’Urbe gli errori li pagano i più deboli, quelli senza protezione, gli invisibili. Occhio a quello che fate. Il voto è sempre fonte di promesse, amori che si annunciano eterni (mai, neanche quelli veri) e divorzi, litigate, crisi di coppia, la politica che scoppia. E’ il caso di Verdini e Renzi? Sembrerebbe, a legger Repubblica: “Renzi, strappo con Verdini”. E che volete di più, compagni? Denis è uomo di gioco parlamentare, di trattativa e convivio, è volpe d’aula e magnifico intrattenitore, silente quando è il caso, affabulatore tagliente, vi tiene in piedi la maggioranza, vi risparmia il ricatto della vostra minoranza, in questa traversata, è il suo miracolo, non è poco. La piazza è del Matteo, se la vuole. Sì, ma la forma? Che forma darà al soggetto, il Pd? Quello della Nazione è così definito “un partito d’aula”. Ah, che meraviglia. E quello che dovrebbe vincere là fuori, di grazia, cosa sarà? Goffredo De Marchis, uno che ha le notizie, su Repubblica squaderna tutto: “Renzi pensa a uno schema Ulivo dal 17 aprile scorso. Lo hanno spaventato i 15 milioni e 800 mila italiani che sono andati alle urne per il referendum contro le trivelle. In quel dato, insufficiente per il quorum, Palazzo Chigi ha letto un voto anti-premier. "Dobbiamo ricompattarci a sinistra, altrimenti sulla riforma costituzionale andiamo a sbattere", disse quella sera il premier ai suoi collaboratori. "Oggi il Pd – spiega Speranza – è tre cose sole: megafono del governo, comitati elettorali sparsi sul territorio più o meno efficaci, il capo che va in televisione. Così non va lontano". Rifà l’Ulivo? E con questo titanico programma come pensa di convincere i milioni di italiani moderati a votare il referendum costituzionale? Gli servono voti, deve chiedere voti. Lo fa costruendo un bel muro a sinistra? Tanti auguri. E niente Nazareno, si capisce. D’altronde, come scrive Libero, bisogna anche tener conto del “cuore matto di Silvio” e non si può darla a vinta al Fatto Quotidiano che titola “Il governo della minoranza”. E così si pensa alla riedizione del vecchio Ulivo. Peccato che questo sia un mondo nuovo, che il Movimento Cinque Stelle peschi i voti di tutti, che la sinistra alternativa al voto abbia dimostrato la sua marginalità. Si torna alla botanica progressista, l’Ulivo. Forse bisogna pensare ad altro, agli elettori, per esempio e al fatto che il problema del Pd oggi è proprio questa sua chiusura e assenza di opzioni sul mercato del voto. Titolo della Stampa: “Caccia ai voti per i ballottaggi”. Catenaccio da leggere e pesare con attenzione: “Il M5s a Roma punta agli elettori di Meloni e a Milano potrebbe sostenere Parisi”. Quelli manovrano, il Pd si chiude a Fort Alamo con la guardia dell’Anpi guidata dal generale Roberto Speranza? Ancora, davvero, molti auguri. Qualcosa va fatto, magari senza roboanti annunci, ma con una discreta concretezza, altrimenti a leggere il Mattino (“Renzi rivoluziona il Pd: parto da Sud”) si finisce per chiedersi cosa siano stati questi due anni di Renzi tra Palazzo Chigi e Nazareno, tra governo e partito. Intanto, la realtà galoppa e MF ricorda che il 23 si vota nel Regno Unito: “Il rischio Brexit allarga il nostro spread”. E forse, visto che la politica è comunicazione, forse bisogna ricordarsi di valorizzare il buono che c’è, come questo titolo del Sole 24Ore: “Casa, bonus lavori a +38%. Compravendite in ripresa”. Se il mattone va, tutto va. Ma bisogna dirlo, per trovare i nuovi voti che mancano, senza perdere tempo a contare i voti di Grillo. Buona giornata.

 

Felix Turchia. Altra autobomba: dodici morti. Via agenzia Agi: “Un'autobomba è esplosa davanti ad un commissariato nel sud-est della Turchia vicino al confine con la Siria, regione abitata prevalentemente dai curdi. Ieri un attentato dinamitardo nel cuore di Istanbul ha causato 12 morti e 36 feriti. L'azione èstata rivendicata dal gruppo scissionaista del Pkk del Tak”.

 

Felix Austria. Ricorso da destra. L’estrema destra ha presentato un ricorso contro l’esito del voto presidenziale vinto dal candidato dei Verdi.

 

Felix America. Bernie non molla. La Clinton mette al sicuro la nomination, ma il vecchietto Sanders è un osso durissimo: “Vado avanti”. Obiettivo? Arrivare alla convention democratica con una situazione il più aperta possibile. Non si sa mai, con Trump e i sondaggi su Hillary, come va a finire…

 

Volete i soldi? Tenetevi i migranti. La storia è uguale a quella della Turchia, la Commissione europea sta preparando un accordo con i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa dove in cambio di un consistente pacchetto di aiuti (8 miliardi) e una serie di agevolazioni sul commercio, chiede in cambio una cosa fondamentale: tenere d’occhio i confini.

 

L’euro può attendere. Ci sono sette paesi che, in teoria, sarebbero obbligati dagli accordi presi in passato, a entrare nell’euro. Il report sulla convergenza pubblicato dalla Banca centrale europea però informa che questi paesi non hanno raggiunto lo standard minimo per l’ingresso nell’Eurozona. Quali paesi? Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Polonia, Ungheria, Romania e Svezia. In realtà il problema vero non è che non sono pronti, ma che non hanno più intenzione, per ora, di entrare nell’euro.

 

8 giugno. Nel 1861 il Tennessee si separa dagli Stati Uniti d’America.

 

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