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Renzi e i Panama papers

Oggi si riunisce la direzione del Partito Democratico: Renzi Dominator, la minoranza che fa sempre pippa, i giornalisti che cercano di tirar fuori un pezzo decente. Nel primo pomeriggio, ordine del giorno: primarie, trivelle e Tempagate.

4 Aprile 2016 alle 07:28

Renzi e i Panama papers
Annunciazione del Signore

 

Titoli. Renzi e Panama, il resto è ornamento sul tavolo apparecchiato dal premier e dalla lista dei ricchi con i conti nello Stato dell’America Centrale. I titoli su Renzi sono tutti uguali, così anche quelli su chi ha messo la sua fortuna all’estero. List prova a cercare il meglio, vediamo. Primo caffè, Corriere della Sera: “I dubbi di Renzi sulla linea dei pm: sono pronto a farmi interrogare”. E’ la sintesi dell’intervista di Renzi con Lucia Annunziata e con questo esauriamo la pratica del ciclostile. Cose da leggere? Giavazzi dice una cosa che sembra una provocazione ma in realtà ha un suo fondamento: “Ma serve ancora un ministro per lo sviluppo economico? Oggi si occupa essenzialmente di gestire le crisi aziendali, compito che può essere assegnato ad un sottosegretario ad hoc”. Ecco, messa così la faccenda ha un suo grande fondamento. Però, la tanto vituperata Prima Repubblica aveva una sua Tri-quadri-partizione che era interessante: Economia, Tesoro, Bilancio, Finanze e poi i vari dicasteri settoriali (Industria, Agricoltura, Partecipazioni Statali, etc.). Conosciamo l’obiezione: quelli hanno fatto il debito pubblico! Vero, replica: l’attuale sistema non lo ha tagliato? Leggere la storia del Ministero dell’Economia e delle Finanze forse aiuta a capire dove correggere e Giavazzi ha il merito di aprire il dibattito. Altro sul Corrierone? Taglio basso di Elvira Serra: “Caffè e amici, il decalogo per l’espatrio”. Vedrete, sarà il pezzo più letto del quotidiano di via Solferino. Cosa fa Repubblica? Tutto ordinato, canonico: Renzi, Panama, Juve in fuga. Non resta che leggere Stefano Folli: “Ancora una volta Renzi fa di se stesso lo scudo che deve proteggere insieme il governo e una linea politica. Affermando «sono io che ho deciso tutto (sulle ricerche petrolifere in Basilicata e sul famoso emendamento, ndr)», il premier alza il livello dello scontro, difende i ministri e in un certo senso sfida i magistrati che conducono l’inchiesta. È molto più difficile colpire il presidente del Consiglio quando invece l’indagine sta scavando nelle pieghe dei conflitti d’interessi, per loro natura opachi e spesso inafferrabili”. Vero. Altro? Rapido giro di titoli. La Stampa: “Il piano di Total sul petrolio lucano”. Libero: “Governo servo delle lobby”, parola di Michele Emiliano, farà discutere la direzione del Pd oggi. Il Giornale: “La grande balla dei poteri forti”, Boschi dixit che ci sono e si agitano, ma Renzi in tv non ha confermato la linea cospiratoria. Carlino-Nazione-Giorno in stereofonia: “Petrolio, Renzi sfida i pm”. Vabbè, stop, qualcosa di diverso? Un po’ di energizzanti notizie da Roma? Caffè ar vetro e Il Messaggero: “Ama e Atac, ai romani il conto dell’inefficienza”. Firma l’inchiesta Andrea Bassi, eccone un assaggio: “L'Ama presenta il conto dei suoi costi per raccogliere e smaltire i rifiuti e i cittadini lo pagano, dal 2003 al 2013 la tariffa domestica è balzata del 43%, quella non domestica, pagata dalle imprese, del 72% (i dati sono sempre della stessa Agenzia per il controllo dei servizi pubblici locali). Non è che dopo il 2013 sia cambiato molto. Per quell' anno l'Ama aveva dichiarato costi per 744,4 milioni, scaricando in bolletta 719 milioni. Un anno dopo, nel 2014, i costi sono saliti a 787 milioni, con 773 milioni recuperati in tariffa. Nel 2015 altro scatto a 793 milioni totali con 776 milioni in tariffa. L' ultimo piano finanziario approvato dal prefetto Francesco Tronca prevede costi per 798 milioni, 777 dei quali scaricati nelle tariffe dei romani. Negli anni, insomma, la tariffa è stata una specie di droga nella quale sono state scaricate tutte le inefficienze. Con qualche effetto collaterale. Nonostante l'impennata dei rimborsi, Ama ha accumulato nei suoi conti un debito di 1,2 miliardi di euro”. Basta? Sì, basta. Messaggio alla cosiddetta classe dirigente della Capitale: ora chiedetevi perché qualcuno vuole votare la candidata grillina Virginia Raggi.  Per convincere gli elettori, serve un candidato che usa l’ascia, se non siete capaci, non avete coraggio, pensate che “no, così perdiamo consenso”, allora chiamate la Trojka. Buona giornata.

 

Si riunisce la Direzione Pd. E’ come le serie tv, non ne puoi perdere una puntata, perché non tradisce le aspettative, i character sono ormai ben definiti e in famiglia ognuno ha già scelto con chi stare: Renzi Dominator, la minoranza che fa sempre pippa, i giornalisti che cercano di tirar fuori un pezzo decente. Nel primo pomeriggio, ordine del giorno: primarie, trivelle e Tempagate.

 

Felix Libia (con Sharia). Interessante evoluzione dello stato libico, via Agi: “Il consiglio comunale di Zliten, nella Libia occidentale, ha annunciato in una nota il proprio sostegno al Consiglio di presidenza del governo di riconciliazione nazionale libico guidato dal premier incaricato Fayez al Serraj. I leader di Zliten hanno chiesto però che "il processo di transizione avvenga in modo pacifico in modo che tutte le parti possano partecipare al dialogo nell'interesse del paese per costruire uno stato di diritto basato sulla legge e sui principi della Sharia islamica”. Il consiglio di Zliten aveva sostenuto fino a pochi mesi fa il Congresso nazionale di Tripoli, il parlamento non riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

La Grecia tra sirtaki e souvlaki. Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario, ha dovuto scrivere a Alexis Tsipras una lettera per smentire quanto contenuto in una trascrizione di una teleconferenza del Fmi. Che diceva? La verità: ci sono difficoltà nel piano di salvataggio, ottenere il rispetto degli impegni presi da Atene – che ha firmato con l’Europa un bailout da 86 miliardi – è un’impresa. A questo punto ecco comparire nel documento pubblicato da Wikileaks uno scenario da brividi: entro luglio la Grecia finisce di nuovo in una situazione da run out of money, cioè finiscono i soldi. Ottimo. E prima del referendum sul Brexit nessuno in Europa muoverà foglia. Wonderful Europe. Occhio, se gli inglesi escono, la Grecia è cotta come un souvlaki allo yogurt.

 

Brexit up. A proposito di Brexit, gli argomenti di quelli che vogliono l’uscita si stanno rafforzando, coì dice il Financial Times. I sondaggi? Il Daily Mail informa: l’exit è proiettato quattro punti sopra quelli che vogliono restare. Immaginate lo scenario: la Grecia comincia a ballare il sirtaki finanziario e gli inglesi bevono un gin e salutano l’Unione. Bye bye, Europe.

 

 

The Donald e la Nato. Alla vigilia delle primarie nel Wisconsin Trump torna sulla politica estera e bombarda la Nato: “E’ un’alleanza obsoleta”. Vero in termini politici e strategici, il problema è che Trump non dice come sostituirla, ne fa una questione di denaro, di messaggio elettorale: “Costa troppo, ce ne andiamo. Oppure gli altri membri mettono più soldi”. Tempi duri, per l’Europa.

 

4 aprile. Nel 1949 dodici nazioni firmano il trattato che poi darà vita alla Nato.

 

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