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Quali ripercussioni può avere il caso De Luca?

Campania (in)felix. La faccenda è complicata, le prove meno solide di quanto appaia dallo strillo dell’impaginato, ma il quadro politico-clinico, quello, di sicuro è grave. Nessuno sa cosa fare. O meglio, il presidende della Regione Campania lo sa, deve difendersi, ma gli altri?

12 Novembre 2015 alle 09:26

Quali ripercussioni può avere il caso De Luca?

Il governatore della Campania Vincenzo De Luca (foto LaPresse)

San Giosafat Kuncewicz, vescovo di Polotzk e martire.

 

Titoli. Campania (in)felix. La faccenda è complicata, le prove meno solide di quanto appaia dallo strillo dell’impaginato, ma il quadro politico-clinico, quello, di sicuro è grave. Nessuno sa cosa fare. O meglio, il presidende della Regione Campania lo sa, deve difendersi, ma gli altri? Il governo, il Pd, il premier-segretario del partito che fanno? Si dirà, attendono. Bene, ma cosa? Perché è chiaro che questa è la classica storia da rosticceria a fuoco lento: De Luca è il pollo da cuocere, ogni giorno porta una notizia più o meno intrigante, una prova tutta da dimostrare ma per la carta più che sufficiente. Le strade sono semplici, ma piene di conseguenze politiche ineludibili: De Luca resta al suo posto e si difende in tutti i gradi di giudizio (è la situazione di un paese normale); De Luca si dimette sotto la pressione mediatica e il clima da presunto colpevole (situazione patologica di un paese senza diritto) e si riapre la partita alla Regione Campania. Il Pd batte un colpo ex post, quando tutto è consumato o schiarisce le idee e la linea prima? In attesa di capirlo, primo caffè e Corriere della Sera: “La giudice al telefono: «Finito, è fatta». E il marito avvertì la squadra di De Luca”. Leggiamo: “Ha appena scritto la sentenza, è ancora in camera di consiglio. Il giudice Anna Scognamiglio chiama il marito Guglielmo Manna: «Abbiamo finito, è fatta». Appena qualche minuto e dal cellulare dell’uomo parte un sms: «È andata come previsto». A riceverlo è lo staff del governatore, guidato da Carmelo Mastursi. Per i pm è la prova dell’accordo illecito. Eccolo, lo spiedo per la cottura lenta, un verbalino al giorno leva il De Luca di torno. Che fanno a Repubblica? La prendono di petto, perbacco: “Assedio a De Luca, nuova inchiesta sul voto campano”. Quelli che vogliono mostrarsi acuti direbbero, “manovra a tenaglia”. E tuttavia, Repubblica sembra più cauta nel dare giudizi, tagliare a fette De Luca è facile, un prototipo politico pre-destinato all’ironia, un pollo ruspante da far croccante, appunto, ma poi ci sono anche i fatti e questi sono meno certi di quanto appaia, ci sono i due separati in casa (la giudice e il marito), qualche azzeccagarbugli e factotum di troppo, una configurazione del reato aperta al trappolone. E’ un quadro con troppi Pulcinella, c’è il rischio che finisca a ridarella. Ma a leggere la Stampa, è già tutto un pianto: “De Luca: io parte lesa Ma c’è la telefonata che rivela la sentenza”. Retroscena sul segretario del Pd: “Renzi per adesso lo difende “Però non sarà a tutti i costi”. E’ una linea? Forse, ma sempre di spifferi si tratta. Ma il pezzo rivelatore sulla patologia italiana è l’editoriale della Stampa che parla apertamente di “pregiudizio negativo” nei confronti di De Luca e non per difenderlo, ma per inchiodarlo meglio e con esso il Pd. Il quale, almeno fino a questo momento, in punta di fatto e di diritto è legittimamente in carica e ha conquistato quella carica non con un colpo di Stato ma attraverso libere elezioni. Quando un paese affida alle imitazioni di un comico i giudizi lombrosiani su un politico, tutto va a rotoli. Il pezzo migliore sulla vicenda è di Carlo Nordio, sul Messaggero: “La vicenda che coinvolge il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca esprime, ancora una volta, le due malattie mortali che affliggono il nostro Stato cosiddetto di diritto: la segretezza delle indagini giudiziarie e la contaminazione strumentale tra giustizia e politica”. E fin qui, scenario, ma andiamo avanti: “Prima questione. Le notizie sull’inchiesta che rischia di travolgere la Regione Campana sono tanto frammentarie quanto ambigue. I reati addebitati ai protagonisti sarebbero la corruzione e la concussione per induzione. Non sono esattamente la stessa cosa, anzi tecnicamente sono ipotesi incompatibili. Nel primo caso corruttore e corrotto si accordano tra loro. Nel secondo il concusso è comunque vittima di una sopraffazione altrui. E infatti il presidente De Luca, pur proclamandosi innocente ed estraneo ai fatti, si è dichiarato parte offesa. Se questo fosse vero, sorgerebbe peraltro legittima la domanda: perché non ha denunciato subito il sopruso? Ma, ripetiamo, tutto questo è dubitativo, perché i processi si fanno sugli atti, e gli atti sono segreti”. Come vedete, cari lettori di List, le cose non sono tagliate con la motosega come si potrebbe pensare leggendo solo la titolazione in prima. Nordio, naturalmente, resterà inascoltato. Altro da segnalare? Giro di titoli. Carlino-Nazione-Giorno a reti unificate: “Rapine, le belve dell’Est”. Apertura di nera, indignazione per la morte della donna di Ferrara massacrata in casa da due romeni. Film già visto, purtroppo. Il Giornale è ai fornelli giudiziari, mischia tutto, De Luca, il Pd, le toghe e presenta in tavola un fritto misto: “Pd e procure inquinate”. Che fanno a Roma? Il Messaggero ha un titolo interessante, di spalla: “Giubileo, sfuma il dream team. Regia al governo”. Non c’è tempo per fare alcun sogno (che faceva pure ridere, a Roma, c’è er drìmtìm dottò) e domani ci sarà il decreto. Punto. E buona giornata.

 

Palazzi e Campanili. Libero titola: “De Luca indagato rottama il Pd”. Marco De Marco sul Corriere commenta: “Lo sceriffo ha perso la stella”, ma il suo pezzo è una dura critica al Pd. Giusto o sbagliato, c’è un caso politico, non solo un problema di linea da tenere ma di territorio, selezione della classe dirigente, futuro. Renzi ha preso i Palazzi, ma non i Campanili. De Luca in Campania e Emiliano in Puglia (quello delle “cozze pelose” consegnate a casa, per intenderci) furono i candidati che con la loro vittoria alle ultime elezioni regionali salvarono la baracca renziana da un risultato negativo. Senza loro, la già pallida figura della Serracchiani di fronte ai cronisti il day after sarebbe sparita lasciando solo la frangetta a rispondere alle domande. In ogni caso, quello fu il risultato e il Pd limitò i danni. Riottosi, caudilli, ribelli, ma vincenti e in carica. Guai? Sì, ma realpolitik impose di scegliere. Poi arrivò il caso Marino (in realtà era già bello confezionato) per non parlare del caso Crocetta. Il presidente del Consiglio dice che il suo vero appuntamento politico del 2016 è il referendum sul Senato. Anche, ma in realtà c’è il nastro delle amministrative ad attenderlo e la cronaca dimostra che se fa crac in città come Roma e Milano, non sarà facile restare a Palazzo Chigi senza passare di nuovo dalle urne.

 

Renzi è a Malta. Secondo giorno di vertice sull’immigrazione a La Valletta.

 

Euroscettici thatcheriani. Politico segnala l’uscita del primo newsmagazine dedicato alla critica dell’Unione Europea. E’ un’idea della fondazione New Direction, fondata da Margareth Thatcher. Qui il link per scaricare la rivista.

 

Cocaina, arrestati due parenti di Maduro. Che storia, via Agi: “Il figliastro del presidente venezuelano Nicolas Maduro e un nipote della first lady, Cilia Flores, sono stati arrestati da agenti dell'antidroga americani (Dea) con l'accusa di aver cospirato per introdurre illegamente in America 800 chili di cocaina. Sono Efrain Antonio Campo Flores, figlioccio di Maduro, e Francisco Flores de Freitas, nipote di sua moglie. Lo scrive il Wall Street Journal precisando che i due sono stati arrestati martedì ad Haiti dalla polizia locale, prima di essere imbarcati su un volo per New York dove sono passati sotto la custodia degli agenti Usa della Dea. Secondo il Wall Street Journal, appariranno oggi davanti ad un giudice federale di New York. Campo Flores, di 29 anni, si è presentato come figliastro del presidente e nipote della first lady”.

 

12 novembre. Nel 1989 Achille Occhetto, fa la svolta della Bolognina. Il Pci cambia nome.

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