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Barcellona, abbiamo un problema

“Il fronte secessionista conquista la maggioranza dei seggi ma solo il 48 per cento dei voti”. Che succederà? Sarebbe bello vederli all’opera i catalani, fuori dall’euro, senza le banche salvate dall’Europa, fuori dalla Unione - "List" di Mario Sechi

28 Settembre 2015 alle 09:48

Barcellona, abbiamo un problema

Foto LaPresse

San Venceslao, martire: duca di Boemia, fu ucciso in chiesa da alcuni sicari.

 

Titoli. Il lunedì in edicola è da (dis)ordine sparso. Ognun fa come gli pare e finisce che i giornali sembrino diversi. C’è il pasticcio della Volkswagen, c’è il Papa in the Streets of Philadelphia, c’è la Catalogna separatista nei titoli un po’ meno nei voti, c’è perfino “il rientro” di Berlusconi che non mi pare se ne fosse mai andato. Primo caffè, Corriere della Sera: “Siria, prime bombe francesi”. Così, quasi placidamente, in via Solferino annunciano l’inizio delle operazioni militari di Parigi contro Isis. In un sommario c’è il premier italiano che dice: “Evitiamo un’altra Libia”. Cosa voglia dire Renzi è un mistero. La Siria di oggi e la Libia del 2011 sono due scenari incomparabili. E poi c’è un piccolo particolare, una cosetta da niente: a Damasco c’è la Russia. E di fatto c’è anche la Cina. Attendiamo delucidazioni da Renzi. Andiamo avanti. Altro sul Corriere? Il Papa: “Dio piange per la pedofilia”. Al Pontefice, qualunque esso sia, in via Solferino associano il fu cardinale Martini, pare sia obbligatorio, fa molto Chiesa del Progresso: “Quei miei incontri con il cardinale Martini”. Ah, ecco Berlusconi: “Torno sulla scena politica”. Beh, bisognerà pur commentare la morte di Ingrao, tra qualche riga però. Cosa fa Repubblica? “La vittoria dei separatisti”. Sì e no. Barcellona, abbiamo un problema. Lo rivela il catenaccio di Repubblica: “Il fronte secessionista conquista la maggioranza dei seggi ma solo il 48 per cento dei voti”. Bene, che succederà? Un braccio di ferro con Madrid per l’indipendenza. Sarebbe bello vederli all’opera i catalani, fuori dall’euro, senza le banche salvate dall’Europa, fuori dalla Unione e da tutti gli organismi di cooperazione internazionale, organizzati in un etilico Granducato della Movida con al suo interno le operose Municipalità della Siesta. Altri titoli interessanti su Repubblica? Nel taglio basso, titolo a sinistra, parla il responsabile di Volkswagen Italia: “Non so quali auto richiamare”. L’importante è avere le idee chiare. Cosa dicono a Washington? Occorre leggere la Stampa (di Torino). Titoletto, ma interessante: “Washington: Roma parli con Russia e Iran. Gli incontri riservati alla Casa Bianca: convinceteli a stabilizzare la regione”. Uhm, sembra il contrario di quello che dice Renzi. Urge chiarimento sulla non-linea di politica estera italiana. La Germania nel frattempo cerca di limitare i danni sulla linea di produzione della Volkswagen, ma il Giornale ha un dispaccio di frontiera preoccupante: “La Volkswagen rischia grosso”. Citofonate i concessionari italiani, hanno già le ruote sgonfie. L’ho già scritto e lo riscrivo: la gioia maligna per i guai altrui, quel subdolo sentimento che in tedesco si chiama Schadenfreude, è un boomerang: colpisce il tuo nemico, ma a goderne si finisce male allo stesso modo. Andiamo oltre, sul tavolino c’è un caffè ar vetro e er Messagero: “Catalogna, strappo a metà”. Titolo efficace, c’è altro in pagina? Un chiarimento sull’auto del popolo: “Auto pulite entro il 7 ottobre”. Cose nuove dalla manovra? E’ sempre il gioco della vecchia finanziaria: prendo i soldi da una parte, li sposto dall’altra, una tassa in meno qui, un balzello in più di là e la casa, mi raccomando, via la Tasi. Così, con grande fantasia, il governo vuole incassare 800 milioni dalle slot machine. E’ lo Stato biscazziere che fa molte parti in commedia. Attendiamo poi l’aumento di qualche bollo, una tassa su qualche altro articolo da vanità e lussuria e il ritorno di Paolo Cirino Pomicino al Bilancio. E i soldi dove stanno? Sul Sole 24Ore: “Investimenti a rischio blocco”. Il pareggio di bilancio ha ridotto a un terzo gli investimenti della spesa pubblica. E nell’economia italiana, alla fine va così: niente opere, bassa crescita. Buona giornata.

 

Ingrao. I titoli sulla morte di Ingrao sono davvero interessanti. Hanno tutti lo stesso “aroma”. Repubblica: “Addio a Pietro Ingrao, coscienza critica della sinistra”. Corriere della Sera: “Il comunista che amava il dubbio e voleva la luna”. La Stampa: “Addio Ingrao lo sconfitto che voleva la luna”. Il Messaggero: “Addio a Ingrao voce eretica del comunismo”. Può bastare. Coscienza. Luna. Eretico. In realtà Ingrao non fu questo o meglio non lo fu come viene immaginato dall’agiografia di massa e dai messaggi di queste ore. La rivoluzione di Ingrao non è mai esistita, c’era a parole ma veniva sempre negata nei fatti della vita. Era nato nel 1915, aveva compiuto un secolo il 30 marzo scorso, veniva da una famiglia borghese, liceo a Roma. Cominciò la sua vita politica partecipando nel 1934 ai Littoriali della Cultura, divenne bolscevico negli anni Trenta dopo i fatti di Spagna e rimase un comunista con molta poesia e nessuna eresia. Scelse sempre il partito. Votò per l’espulsione degli ingraiani del Manifesto e fu talmente dentro gli ingranaggi del sistema da divenire il primo comunista presidente della Camera. Nel 1978 il giorno del rapimento di Aldo Moro scrisse un discorso che invitava a “l'impegno per correggere gli errori, le debolezze, le insufficienze dello Stato democratico e per dare realtà alle riforme necessarie per sanare queste lacune, con spirito autocritico e rigore». Non lo pronunciò mai. Ingrao si autocensurò. Fu il rivoluzionario senza la rivoluzione, il più conservatore di tutti.

 

Il caso Volkswagen, controvento. Due titoli del Foglio oggi in edicola da leggere per riprendersi dalla sbornia sul giustizialismo della marmitta; “Meglio sulla Golf con Merkel che in moto con Varoufakis. L’Europa e il ritorno del bipolarismo” (Cerasa); “Elogio del magico motore Diesel e della sua marmittona puzzolente” (Ferrara). What else? Un altro caffè per snocciolare l’agenda e i fatti accaduti mentre l’Europa dormiva.

 

Volkswagen e Bce. La Banca centrale europea ha acceso il semaforo rosso sull’acquisto di titoli legati agli asset di Volkswagen. Il crollo delle quotazioni ha innescato subito la revisione del piano di acquisti della banca centrale. (via Financial Times)

 

Renzi in America (e D’Alema tra il pubblico). C’era anche Massimo D’Alema tra i partecipanti alla Clinton Global Initiative a New York. Intervento di Renzi in un panel con George Soros e Bill Clinton. “L'Italia tra dieci anni con le riforme può diventare leader in Ue, anche più della Germania". Non ci sono – per ora – commenti di D’Alema. Segnalo l’ottimismo di Soros sull’Unione europea: “E’ in disintegrazione”.

Renzi mentre interviene all’Assemblea generale dell’Onu.

 

La linea (iraniana) sulla Siria. In attesa di conoscere quella italiana, appare chiara quella dell’Iran. Così dice il presidente Hassan Rohauni “La priorità è combattere il terrorismo non Assad”. Lo ha detto il presidente iraniano Hassan Rouhani parlando all'Assemblea generale dell'Onu. Strategia militare?  "Non è possibile combattere il terrorismo “solo attraverso bombardamenti aerei".

 

Quanta Russia c’è in Siria? Fatevi un’idea con questa mappa pubblicata dal Financial Times.

 

 

Obama-Putin. A margine dei lavori dell’Onu, i due presidenti si incontreranno per discutere della crisi siriana e dello stallo in Ucraina. Per la prima volta dopo dieci anni, Putin parlerà alle Nazioni Unite. Ieri il presidente russo ha dato un’intervista alla Cbs, nel programma 60 Minutes.

 

Il bancomat dei sauditi. L’Arabia Saudita ha fatto rientrare 73 miliardi di dollari di investimenti all’estero per sostenere la propria economia. I gestori degli asset sauditi sono molto preoccupati. C’è da capirli, il Sama (Saudi Arabian Monetary Agency) era uno dei loro migliori clienti. Tornerà sui mercati esteri? Con il petrolio a questi prezzi, nulla è più come prima. (via Financial Times)

 

Papa Francesco. E’ decollato da Philadelphia con un volo American Airlines, atterra all’aeroporto di Roma-Ciampino alle 9.45.

 

29 settembre. Muore Papa Giovanni Paolo I. Il pontificato di Albino Luciani fu uno dei più brevi della storia, trentatrè giorni. Infarto miocardico. E una serie di ipotesi cospiratorie mai provate.

 

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