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Il Gotico americano che mostra la contemporaneità nei suoi quesiti dolenti

Una storia difficile da raccontare. L'esordio di Arianna Farinelli

2 Febbraio 2020 alle 06:00

Il Gotico americano che mostra la contemporaneità nei suoi quesiti dolenti

Incisione di Jacob Matham, Balena spiaggiata, 1602

Chi è Yunus? Chi è Bruna? Chi è Tom? Chi è l’America? Chi è la balena che ci ha inghiottiti tutti? Arianna Farinelli esordisce con Gotico americano, primo libro di narrativa della collana diretta per Bompiani da Roberto Saviano. Racconta l’America di Obama che lascia il posto all’America di Trump. Coglie il momento cruciale in cui gli Stati Uniti sono tornati a essere un po’ come i protagonisti della celebre tela di Grant Wood, intitolata appunto American Gothic: “Facce bianche di vecchi impauriti che pensano di proteggere il loro mondo con un forcone”. Arianna Farinelli racconta una storia tanto vicina a noi da essere difficile da mettere a fuoco. Eppure, questo romanzo ci riesce. Riesce a creare la giusta distanza per dire il nostro tempo, per mostrare la contemporaneità nei suoi quesiti dolenti. Farinelli vuole parlare dell’America, perché è lì che vive da vent’anni; lì dove insegna all’università, dopo un master e un phd. Perché l’America, e New York in particolar modo, è il luogo delle infinite possibilità, delle incompatibili diversità, delle inconciliabili contraddizioni. New York, caleidoscopico concentrato della società moderna.

   

“L’idea di questo libro” racconta, “è nata nell’estate del 2016, quando ho letto sul New York Times di un ragazzo che dopo un’adolescenza difficile era diventato un reclutatore dell’Isis”. Quel ragazzo era giovanissimo. Quel ragazzo avrebbe potuto essere uno dei suoi studenti della City University of New York. Un figlio di immigrati che si mantiene agli studi da solo, che non si sente integrato fino in fondo nella società americana. Qualche anno fa il New York Times, in un podcast che si chiamava Caliphate, aveva raccontato la storia di un foreign fighter di ritorno in Canada dalla Siria. Quel ragazzo parlava d’insoddisfazione per la propria vita, di religione come unica risposta alle domande di senso. Sono nati così i personaggi di Mohammad e di Yunus, lo studente che s’innamorerà di Bruna, la protagonista del libro, prima di partire per Mosul. “Per Yunus, che ha perso il padre in prigione e non ha più nessuno, la religione è un modo per salvarsi. Mohammad invece, il vero radicalizzato, indottrinato da un imam in New Jersey, è convinto che le guerre ingaggiate dall’America in medio oriente e in Afghanistan siano guerre contro l’islam. Andare a Mosul per lui significa avere una causa per cui battersi, provare un senso d’identità e appartenenza”.

  

Bruna, la protagonista ha un rapporto dialettico col mondo, è una donna in lotta, è lei che crea la giusta prospettiva da cui guardare la realtà contemporanea. Bruna che ha sempre creduto nella forza della cultura, ma si scontra con i suoceri, incapaci di accettare la non conformità del mondo al loro universo mentale; Bruna che affronta il mondo per lasciare libero suo figlio Mario di indossare gli abiti e i fermacapelli della sorella; Bruna che vorrebbe trasformare il proprio marito in una persona con una capacità critica e plasmare l’ipocrisia americana, “il puritanesimo e il perbenismo di facciata, la mercificazione di tutto e l’arroganza”. Bruna in lotta con se stessa: inclusiva, ma felice di vivere in un quartiere di soli bianchi. Bruna incinta del suo amante. Bruna che rinasce grazie all’amore di Yunus. Scrive Farinelli nel suo romanzo: “Era come se anche lei fosse rimasta per anni al buio sottoterra, senza essere guardata né toccata da nessuno, e ora che era tornata finalmente in superficie non sapeva bene se quell’attenzione le provocasse piacere o fastidio”.

 

Rikers è una prigione. Si trova su un’isola in mezzo all’East River. “è molto vicina alla città, ma è un altro mondo. Soprattutto se sei bianco e vivi a Manhattan”, mi racconta via Skype. Nel 2106 a Rikers morì un ragazzo afroamericano di soli sedici anni. Kalief Browder era stato arrestato per aver rubato uno zainetto ed era rimasto tre anni in prigione senza processo. Aveva subito violenze di ogni tipo, fin quando non aveva deciso di togliersi la vita. “Michelle Alexandre in The New Jim Crow, racconta come in America le persone in carcere siano quasi tutte afroamericane o ispaniche. Si tratta di incarcerazione di massa, anzi di più. Due milioni e mezzo di prigionieri che lavorano gratis per il governo americano: per Alexandre sono i nuovi schiavi,” spiega Arianna Farinelli. Il padre di Yunus finisce a Rikers, accusato di un reato che non ha commesso. Perché per gli afroamericani non c’è margine di errore, sono sempre e comunque colpevoli. Parlare di criminalità è un modo per parlare di razza senza sembrare razzisti. Quelli che vanno a Rikers sono criminali e neri, sono gli “altri”.

  

Chi è Yunus? Chi è Mario? Chi è Tom? Chi è la balena? Gotico americano è un libro politico, ma anche filosofico. Ci sussurra all’orecchio, ci parla di noi, di come costruiamo la nostra identità. Ci pone in continuazione domande e lo fa attraverso i suoi personaggi. Siamo padri o figli, come Tom? Maschi o femmine, come Mario? Religiosi o no? Mogli, madri, professioniste? Possiamo definirci in molti modi: il problema è quando non sappiamo rispondere, quando siamo confusi. “Secondo Huntington, l’identità si costruisce attraverso l’identificazione del nemico. Se non sappiamo chi siamo, è importante sapere almeno cosa non siamo. E non possiamo amare veramente ciò che siamo se non odiamo ciò che non siamo. Il nemico crea unità”.

  

La lotta di Bruna – che riceve la bellissima confessione finale di Yunus, romanzo nel romanzo – è quella della democrazia: il viaggio verso la democrazia è qualcosa che non ha mai fine. Nasce dal rifiuto di individuare un nemico, nasce da un senso d’amore. “Noi non saremo mai liberi finché loro non saranno liberi” si legge in un libro di James Baldwin. La mia libertà non può neppure iniziare se coloro che mi stanno intorno non sono liberi. Pertanto la libertà degli altri è anche mia responsabilità. “La cosa più bella di New York”, dice Arianna Farinelli, “è andare in metropolitana. Sedersi e guardare. E quando sei lì, vedere tutto il mondo. Tutta l’umanità, in tutte le sue rappresentazioni. E’ la parte più bella dell’America”.

Gaia Manzini

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