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Liberiamoci! La forte identità di Carbonio, la casa editrice 'indie'

Più che un testo di filosofia radicale, “Estasi: istruzioni per l’uso” è un libro di auto-aiuto

10 Agosto 2019 alle 06:10

Liberiamoci! La forte identità di Carbonio, la casa editrice 'indie'

“Il festival dell’estasi”, nella “mappa” inserita nel libro di Jules Evans “Estasi: istruzioni per l’uso. Ovvero l’arte di perdere il controllo” (per gentile concessione dell’editore Carbonio)

Se fondare una nuova casa editrice è sempre un’impresa folle, lo è ancor più in un paese in cui, per via di calcificati monopoli che riguardano ogni parte della filiera, l’emersione di una “indie” è ostacolata in ogni modo. Per farcela, il novello editore deve distinguersi subito, dando un’identità forte al catalogo, e magari azzeccare entro breve un best-seller o meglio ancora un autore best-seller, come è stato il caso di editori di recente fondazione quali NN e L’Orma, che hanno potuto consolidare il lavoro fatto grazie al boom di autori come Kent Haruf e Annie Ernaux.

 

Se ancora le manca l’autore da classifica, non c’è dubbio che la Carbonio, fondata a Milano nel 2016, abbia saputo dar vita a un catalogo di immediata riconoscibilità nei suoi due filoni principali, la narrativa e la filosofia (alle due collane, “Cielo stellato” e “Zolle”, se ne è da poco aggiunta una terza, “Origini”, dedicata ai recuperi editoriali, già nobilitata dal Marie Grubbe di Jens Peter Jacobsen); nel primo caso, le proposte più interessanti di Carbonio sono state quelle relative alla “speculative fiction” – si segnala in particolare la nuova fantascienza di Jenni Fagan e Aliya Whiteley, scozzese e inglese, classe ’77 e ’74 –, mentre nella filosofia il suo punto di forza è quella divulgazione che non rinuncia a prendere di petto idee anche molto forti.

 

Così, se col direttore del dipartimento di Filosofia dell’Università di Città del Capo David Benatar ci si è chiesti se non sarebbe stato Meglio non essere mai nati (questo il titolo del suo saggio), oggi con Estasi: istruzioni per l’uso di Jules Evans, già autore del fin troppo divulgativo Filosofia per la vita e altri momenti difficili, si va a esplorare quella dimensione della trascendenza rispetto a cui l’uomo ha sempre avuto un forte anelito ma che la società ha regolarmente cercato di reprimere – la “società”, o meglio la società occidentale moderna e contemporanea, se è vero che, secondo uno studio dell’antropologa Erika Bourguignon citato nel libro, su 488 società di diverse aree del mondo, oltre il 90 per cento avevano rituali istituzionalizzati per raggiungere una condizione di perdita dei confini del sé, e che anche la nostra li aveva, finché l’imperatore Teodosio non rese illegali i misteri eleusini nel 391.

 

Così Evans, riconoscendo, con le parole di Huxley, che l’uomo nutre un “bisogno profondamente radicato di autotrascendenza”, e che le “esperienze di picco”, come definite sia dallo psicologo Abraham Maslow sia dallo scrittore Colin Wilson (le cui opere di fiction fanno parte proprio del catalogo Carbonio), sono componenti preziose del vivere umano, cerca di ricostruire una dimensione dell’estasi applicabile alla vita di tutti i giorni. Lo fa secondo lo schema di un festival, diviso in vari stage: il “padiglione revival”, il “cinema estatico”, il “palco rock & roll”, la “psychedelic wonderland”, l’“area contemplazione”, il “tempio dell’amore tantrico”, la “fossa dei leoni” e la “foresta delle meraviglie”, concessione forse eccessiva a quella divulgazione “pop” che deve a ogni costo cedere a categorizzazioni d’impatto, ma comunque efficace nel dividere in vari filoni le più diffuse possibilità di raggiungimento dell’esperienza estatica.

 

Se Evans perde un po’ il filo incolpando l’Illuminismo dell’attuale stato di tabù in cui versa l’estasi, quando le responsabilità sono da dividersi col moralismo di stampo religioso (le religioni possono nascere con un’esperienza mistica, ma difficilmente le ammettono nei fedeli una volta che si sono istituzionalizzate), e infila un paio di sfondoni quando tratta gli anni ’60 e l’attuale “rinascimento psichedelico” – sul tema, meglio Michael Pollan e il suo Come cambiare la tua mente, da poco uscito per Adelphi –, è comunque efficace nell’inquadrare un problema: la nostra società ha definito il “sé ideale” come razionale, decoroso, autonomo e operoso, vedendo quindi nell’esperienza estatica una possibile minaccia, quando l’uomo – ce lo raccontano anche la rivoluzione sessuale o la diffusione degli sport estremi – non è solo questo; anzi, in una società che per funzionare impone di indossare continue maschere, la liberazione temporanea dalle catene dell’Io può diventare una strategia di sopravvivenza psichica e di comunione con i gruppi sociali di riferimento. Questo fa di Estasi: istruzioni per l’uso, più che un testo di filosofia radicale, una sorta di libro di auto-aiuto? Possibile, ma certamente uno dei più scintillanti in cui può capitare di incappare.

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