La lunga notte di Adele in cucina

Livia Aymonino, Giunti, 416 pp., 16 euro

11 Gennaio 2018 alle 09:36

La lunga notte di Adele in cucina

Diceva Daniel Pennac che “in cucina funziona come nelle più belle opere d’arte: non si sa niente di un piatto fintanto che si ignora l’intenzione che l’ha fatto nascere”, e allora partiamo da qui, dalle intenzioni, ché il romanzo ricettario e viceversa di Livia Aymonino La lunga notte di Adele in cucina ha tutta l’aria di un viaggio a ritroso nel tempo, con l’obiettivo di ripescare dal fondo della memoria i ricordi di una vita e soprattutto di un’intera generazione, quella che oggi ha, su per giù, circa sessant’anni.

 
Adele, protagonista e voce narrante del libro, nel corso di un’intensa nottata passata tra i fornelli, in quella che potremmo definire la sua “stanza tutta per sé”, ripercorre il cammino che l’ha portata a essere quello che è oggi, una donna che si sta approssimando alla soglia della terza età ma che forse non è così pronta a tuffarsi nella nuova èra, lasciandosi alle spalle gli anni salienti del secondo Novecento. Tutto ha inizio con la ricetta dei biscotti al cioccolato e fior di sale, di cui non si discute l’indubbia felicità provocata dal gusto: Adele si sveglia di botto, un sogno terribile l’ha costretta ad alzarsi e a fiondarsi in cucina, inforcare il grembiule, prendere burro, uova, farina e cioccolato e iniziare a preparare l’impasto per i biscotti.

 
Adele è la studentessa del Rione Monti che va al Torquato Tasso, il liceo “più eversivo e conformista, glorioso e spocchioso” di Roma, ed è sempre lei quella che poi si trasferisce per un bel po’ in America, dove fa la baby sitter e se ne va a zonzo in Giamaica a bordo di una Land Rover, per poi tornare in Italia, per la precisione a Milano, alla sede Rai progettata da Giò Ponti e Nino Bertolaia nel 1939 e inaugurata nel 1952. Adele è figlia di una colta famiglia borghese dove la contraddittorietà di eleganza e trasandatezza, di perbenismo e trasgressione – a cui, tuttavia, la nostra eroina si è sempre ribellata – la fa da padrona: “a casa della mamma si parlava di cinema e di fotografia, di scrittori, di cortometraggi e di poesia, di musica”, il cibo, lì, è solo un pretesto per sedersi a tavola tutti insieme, ma per Adele, nel tempo, si trasformerà in qualcosa di più. La cucina diventa il luogo magico in cui (ri)scoprirsi, (ri)assaporarsi, e perché no anche difendersi dagli attacchi esterni, è il rifugio e al contempo il luogo attraverso cui esplorare il mondo, viaggiare ed esporsi ai colpi della memoria, del passato.

 
Le ricette, che scandiscono il tempo della vita di Adele, nonché le sue emozioni, delineano anche una personalità forte, volitiva eppure emotivamente delicata; la vita, ci insegna l’autrice, è come la cucina: è creatività, libertà di espressione, ma è anche disciplina e ordine (per fare un esempio: Luigi Biasetto non ha forse detto che la pasticceria è una scienza esatta?).
I ricordi dei giorni newyorchesi si mescolano agli “intricati e sventolanti anni Settanta”, quei decenni difficili ed esuberanti in cui le ragazze cambiano volto, e anche la bambina che passeggiava su per il Gianicolo, la ragazza in minigonna che tornerà dagli States nella ridente metropoli milanese, anche lei è diversa, una eterna ventenne che ha sempre racchiuso dentro di sé il fascino dell’età matura.

 
La lunga notte di Adele in cucina racconta la storia di una generazione attraverso il racconto di una storia singola, quella di una donna che soltanto in e grazie alla cucina riesce a trovare il bandolo della matassa dei giorni passati e forse anche di quelli futuri. E’ la battaglia dei ricordi, un corpo a corpo con se stessi, con i rimorsi, i rimpianti e con le occasioni prese al volo.

 

LA LUNGA NOTTE DI ADELE IN CUCINA
Livia Aymonino
Giunti, 416 pp., 16 euro

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