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La jihad delle donne

Luciana Capretti, Salerno, 147 pp., 12 euro 

3 Gennaio 2018 alle 12:45

Cosa si nasconda in un malinconico sguardo vellutato e suadente, prigioniero nell’ordito di un velo, confine di stoffa tra la propria coscienza e il mondo, resta una domanda sospesa. Finché continueremo a guardare l’islam con occhi occidentali non lo capiremo mai, finché i musulmani continueranno a leggere il Corano con gli occhi dei maschi non lo comprenderanno mai. Dopo secoli di interpretazioni del Testo sacro, consegnato e non creato da Maometto, dominio assoluto ed esclusivo del genere maschile, una manciata di donne coraggiose si è messa in marcia per costruire un pensiero critico e condiviso che contrastasse la violenza dell’integralismo islamico e del wahabismo.

Nella Bibbia il Verbo si incarna, nel Corano il Verbo si “incarta” nella parola scritta e resta il più possibile fedele ai dettami di Maometto, spiega sorridendo Luciana Capretti, scrittrice e giornalista italiana, atea nata a Tripoli all’ombra di un minareto e cullata dalla nenia dei muezzin. “All’indomani dello stupro di massa perpetrato nel 2015 a Colonia ho sentito necessario compiere un’indagine su come l’islam sia entrato in altre civiltà facendo scoppiare un problema identitario nell’incontro tra una cultura di appartenenza ed una di accoglienza”. L’autrice ha raccolto le interviste e le testimonianze di chi la jihad delle donne la sta compiendo. Il saggio si apre con le affermazioni di Amina Wadud, personaggio emblematico di questa rivoluzione femminista che nel 2005 per la prima volta ha sfidato “l’ultimo avamposto di resistenza della supremazia maschile e ha condotto la Salah al jum’ah, la preghiera del venerdì” inginocchiata di spalle davanti a una comunità mista di uomini e donne a New York. Così Amina Wadud è entrata nella storia diventando la prima imamah riconosciuta dei nostri tempi. Per scardinare comportamenti e atteggiamenti sbagliati o soltanto superati queste studiose ripartono dal Corano per epurarlo da tutte le interpretazioni viziate e fallaci aspirando a una società libera e laica in cui lo spazio sacro sia semplicemente lo spazio della propria coscienza e quindi intangibile e intellegibile e soltanto in questo riporre la sacralità della propria esistenza. Il Corano nella loro interpretazione è foriero di elementi di grande modernità volutamente ignorati nei secoli. Insomma, in questo mondo globalizzato destinato a mischiarsi ciò a cui assistiamo è uno scontro di sovrastrutture stratificate da sempre nelle lingue, nella religione, nel vissuto poetico e finanche nell’immaginario erotico. Finché le donne continueranno a guardare il mondo attraverso quel velo che sia una frivola tentazione verso gli uomini o sia un segno di sottomissione non capiremo mai se l’acqua che zampilla nel deserto sia opera di un Dio o di Hajar.
      
Luciana Capretti
Salerno, 147 pp., 12 euro

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