Breve storia di chiunque sia mai vissuto

Adam Rutherford
Bollati Boringhieri, 342 pp., 26 euro

Il Dna è traccia del nostro passato, ma non del nostro futuro. Che cosa abbia da dire l’analisi genetica sulla storia dell’umanità è l’argomento del libro di Adam Rutherford, genetista di formazione che della divulgazione scientifica ha fatto il proprio mestiere. Lo studio del Dna, con il supporto della paleontologia, getta luce sulla storia migratoria della nostra specie e di quelle a noi imparentate. Mostra che i nostri antenati si incrociarono ripetutamente coi Neanderthal, e come questo renda difficile considerarli una specie distinta da noi. E molto altro.
Oltre al racconto in sé, dalla lettura ricaviamo riflessioni più generali. Anzitutto, la genetica non determina il nostro destino. Le parti di un genoma interagiscono tra loro e con l’ambiente circostante in modi estremamente complessi. Al di fuori di “un gruppo relativamente piccolo di geni dagli effetti assai significativi”, la sequenza genetica del singolo individuo “fornisce poche e limitate informazioni”. Storicamente, il patrimonio genetico dell’umanità è stato plasmato dalle pratiche culturali almeno quanto queste sono state influenzate dal Dna. L’esempio più ovvio è la persistenza della lattasi, cioè la capacità di digerire il latte, che si è diffusa “in quelle comunità che praticavano attività di produzione di latte e latticini con bestie da latte addomesticate”. In tempi più recenti, l’allungamento dell’aspettativa di vita è avvenuto per cause squisitamente non genetiche: innovazione tecnologica, divisione del lavoro, sviluppo di un sistema globale di scambi a beneficio di un numero sempre maggiore di persone.
Merita un discorso a sé l’analisi di ciò che la genetica ha da dire sulla distinzione tra le razze. Curiosamente la nascita della genetica ricevette un forte impulso proprio dallo studio della diversità razziale; ma oggi è la stessa genetica a indicare nella razza un concetto di difficile applicazione, pressoché inutile per spiegare i fenomeni. Nel 1972 Richard Lewontin scoprì che la maggior parte delle differenze genetiche è riscontrabile entro il singolo gruppo, anziché tra gruppi distinti. In breve, i tentativi di classificare gli esseri umani in gruppi genetici non funzionano. Non è vero, ad esempio, che gli afroamericani siano predisposti per la discipline più fisiche e per questo eccellano nell’atletica leggera. Parlare di una “razza nera” non ha senso, giacché i neri “hanno maggiori probabilità di essere geneticamente più diversi tra di loro che rispetto ai bianchi”. Le differenze visibili sono niente in confronto alle invisibili. E per questo un lavoro che si soffermi su ciò che non si vede è più utile che mai.

 

BREVE STORIA DI CHIUNQUE SIA MAI VISSUTO
Adam Rutherford
Bollati Boringhieri, 342 pp., 26 euro

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