I misteri dell'Ara Pacis

Roberto Persico

di Paolo Biondi, Edizioni di pagina, 160 pp., 14 euro

Il giorno 30 del mese di gennaio dell’anno 9 avanti Cristo una solenne celebrazione occupò l’intera mattinata nella zona del campo Marzio, allora appena fuori dal perimetro delle mura di Roma: veniva finalmente inaugurato l’Altare della Pace, il monumento che Ottaviano Augusto aveva voluto per celebrare il secolo di prosperità e di concordia che si stava aprendo sotto il suo potere dopo la fine delle guerre che avevano travagliato gli ultimi decenni dell’Urbe.

 

Nella sua progettazione nulla era stato trascurato. Esso sorgeva nel punto esatto in cui la sera del 23 di settembre, giorno natale del divo Augusto, cadeva l’ombra dello gnomone della meridiana commissionata per l’occasione a Facondo Novio, sapiente matematico egiziano, l’uomo che aveva fornito a Cesare i calcoli per la riforma del calendario che aveva ristabilito la concordia tra festività civili e ciclo del sole. Lo gnomone era nientemeno che un obelisco proveniente da Eliopoli, che sul basamento portava incisa una serie di geroglifici in lode del dio Sole, nume tutelare di Ottaviano Cesare. Anche le decorazioni dell’ara erano state progettate con ogni cura: le processioni sui due lati maggiori raffiguravano i membri della famiglia imperiale – mogli figli fratelli nipoti di Cesare Augusto – collocati in rigoroso ordine di importanza e riprodotti con la massima accuratezza; i girali e i tralci di vite ricordavano all’osservatore che la molteplicità trova fondamento nell’unità, ma avevano la loro ragion d’essere anche umili vegetali come l’aglio – che Livia, l’augusta moglie del Cesare, usava in abbondanza per la preparazione dei suoi intrugli medicamentosi; il bestiario spaziava dai nobili cigni simbolo del volo di Roma verso il mondo fino alla lucertola e alla rana che erano la firma degli autori dell’opera – Saura e Batraco, scultori spartani trapiantati a Roma con grande successo – e al serpente che insidia il nido dei passeri che ne fuggono, eco dell’Iliade che annunciava con quella metafora la fuga dei troiani dalla loro città distrutta, ovvero la partenza di Enea capostipite di Roma e della gens Iulia. E per il volto della dea Pace Augusto aveva ordinato che venisse preso a modello quello di sua moglie Livia. Perché è lei, la donna che in tutta la sua opera gli era stata fedele e indispensabile sostenitrice e consigliera, la vera dedicataria dell’opera: non a caso inaugurata nel giorno del di lei cinquantesimo compleanno, così che le cerimonie per l’anniversario della consacrazione dell’ara saranno anche celebrazioni in onore di Livia, aggirando in questo modo la tradizione romana che non prevede feste in onore di donne.

 

Tutto insomma Augusto aveva previsto. Tutto, ma non l’inclemenza della natura e l’ingratitudine degli umani. Così i successori dell’imperatore relegarono le celebrazioni dell’ara – e perciò la memoria dell’invidiato potere di Livia – a un ruolo minore, e la funzione del monumento nella vita della città rapidamente diminuì d’importanza. Il resto lo fece il Tevere con le sue periodiche inondazioni, che altrettanto rapidamente ricoprirono l’area di detriti, fino a che l’opera sparì completamente e sul grande altare di Augusto cadde il “funereo silenzio dell’oblio”.

 

Paolo Biondi, riminese di origine e romano d’adozione, si è innamorato dell’Urbe e della sua storia. Dopo aver riscoperto e raccontato in “Livia. Una biografia ritrovata” il ruolo fondamentale della moglie di Augusto, ora offre un racconto della genesi dell’Ara pacis in presa diretta, che conduce il lettore dalla villa di Mecenate alla bottega di Sauro alle fonti sacre del campo Marzio, e un’appassionata indagine sulle mille domande che la storia del monumento dalla sua scomparsa ai giorni nostri pone.

  
I MISTERI DELL’ARA PACIS
Paolo Biondi
Edizioni di pagina, 160 pp., 14 euro

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