Io non mi chiamo Miriam

di Majgull Axelsson, Iperborea, 562 pp., 19,50 euro

10 Luglio 2017 alle 17:05

Miriam Goldberg è un’anziana signora svedese di origine ebraica, amata e rispettata da tutti. Sopravvissuta ai campi di sterminio, è stata accolta e protetta nel paese di adozione e ha potuto costruirsi una nuova famiglia. E’ diventata moglie, madre, nonna e persino bisnonna. I suoi cari si riuniscono al completo per festeggiarne l’85° compleanno, ma il regalo di un bracciale d’argento sbalzato a mano, con inciso il suo nome, le provoca una violenta tempesta emotiva. Quel metallo le riporta alla memoria il padre, un umile argentiere, e poi la sorella, il fratellino… L’agitazione interiore la spinge a pronunciare la frase che dà il titolo al romanzo, e un lungo dialogo con la nipote prediletta la induce, un poco alla volta, a raccontare il tragico passato, rivelando un segreto dolorosamente custodito per 70 anni.
Il suo vero nome è Malika, non Miriam; non è ebrea, ma rom. Poco più che adolescente, Malika è stata imprigionata, chiusa in convento, poi deportata ad Auschvitz, infine trasferita a Ravensbruck. Prima di scendere dal vagone merci, dove è stata picchiata da alcune “politiche”, scambia il vestito lacerato con quello di una ragazza morta durante il viaggio. Su quel braccio è inciso un numero quasi simile al suo. Su quella manica è cucita una stella gialla.
“Non pensare che le cose siano più facili… I tedeschi odiano più noi di voi… Le politiche? Credimi, anche loro ci odiano. L’unico che amano è Stalin. (…) Ti chiami Miriam Goldberg.” Malika girò appena la testa lanciando un’occhiata alla smunta. “Cosa…?” “Ho visto il numero sul tuo vestito. La conoscevo. Se vuoi sopravvivere al prossimo passaggio delle consegne, ti chiami Miriam Goldberg”.
La Axelsson si sottrae magistralmente a tutte le astuzie che lo spunto narrativo sembra offrirle, ai tanti luoghi comuni che oggi costituiscono l’armamentario di un certo antisemitismo “soft”: l’accusa agli ebrei di voler monopolizzare il genocidio, i paragoni odiosi con chi avrebbe “sofferto di più”, il tentativo “sociale”, cioè ideologico, di banalizzare la Shoah.
“Perché girava per il campo con una cicatrice sul braccio, un triangolo giallo e un numero falso sulla fascia? (…) Oltretutto, non le dava neanche un vantaggio in rapporto alle SS e alle Aufseherinnen, anzi. La ragazza smunta che aveva conosciuto all’arrivo aveva ragione: i nazisti odiavano gli ebrei più di quanto odiassero gli zingari. E però gli altri prigionieri disprezzavano gli zingari più degli ebrei. Il fatto era che nessuno, a parte le puttane e i ladri, sembrava disprezzare gli ebrei, mentre tutti si permettevano di disprezzare gli zingari”.
Nessuno ha potuto sottrarsi al suo tragico destino, è il grido disperato di Malika/Miriam, perché di fronte al Male Assoluto siamo tutti inermi, naufraghi alla deriva in un oceano in tempesta. Se qualcuno si è salvato, è stato solo per miracolo, o per caso.
Particolarmente interessante, per il profilo psicologico della protagonista, è il racconto dei gravi disordini che nel 1948 – a tre anni dalla Shoah – sconvolgono un quartiere della cittadina svedese di Jonkoping, quando una massa inferocita scatena la caccia allo zingaro. Un episodio realmente accaduto, sconosciuto ai più, scavando nel quale l’autrice riesce a mettere a nudo alcune fra le peggiori pulsioni dell’animo umano.
Best seller delle edizioni Iperborea nel 2016, “Io non mi chiamo Miriam” è un romanzo toccante, sensibile, di forte impatto emotivo. “Effettivamente Miriam non è ebrea, ma la sua sofferenza e le sue privazioni nel lager sono in tutto e per tutto quelle di un’ebrea. E’ una delle molte qualità di Io non mi chiamo Miriam” ha scritto Bijorn Larsson nella postfazione.

 

IO NON MI CHIAMO MIRIAM
Majgull Axelsson
Iperborea, 562 pp., 19,50 euro

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