Lazzaro

Alessandro Moscè

di Roberto Pazzi, Bompiani, 211 pp., 17 euro

Stavolta la penna di Roberto Pazzi ha superato ogni previsione, come del resto era già avvenuto negli ultimi romanzi. E se Lazzaro avesse rifiutato di svegliarsi e di tornare in vita, dietro il richiamo di Gesù Cristo per l’amico prediletto? Se avesse deciso di rimanere in uno stato di dormizione eterna, deluso dalle aspettative di una seconda esistenza, immobile, in piedi nel sudario, non dando ascolto? Alberto Cantagalli, insegnante in pensione, vorrebbe invece risvegliare dal sonno collettivo l’umanità disattenta attraverso un disegno eversivo: uccidere Leo Bonsi, il presidente della Repubblica che si è fatto eleggere con l’imposizione, che non vive al Quirinale e che ha fatto uccidere i capi dell’opposizione. “Non c’è futuro dopo di me. I miei lo sanno bene. Alle mie esequie celebreranno anche il loro funerale politico. Non ho eredi. Sono insostituibile”. Questo romanzo ricorda L’autunno del patriarca di Gabriel Garcia Márquez, dove alla morte del dittatore la folla irrompe nel palazzo e si rende conto che il presidente aveva governato nella più assoluta solitudine. Pazzi riproduce la storia e ne dà una seconda interpretazione come in un vangelo alternativo ma documentato da fatti rimasti celati. Sta dalla parte del bene, ma anche del male, poli opposti che si fronteggiano. Ci dice che il bene è noioso e il male gustoso (almeno nella letteratura). Il protagonista che ha in mente di ammazzare il dittatore è tentato da Satana (il Signore delle mosche), con il quale intrattiene numerosi colloqui. In fondo si desidera ciò che si teme, mentre nel palazzo del capo si gioca a burraco e si spiano le guardie del corpo con le loro donne per rivivere una seconda giovinezza nell’immedesimazione. Il desiderio di sollevare il mondo da ogni forma di tirannia è compensato, a Roma, prima nell’Orto Botanico dalla presenza di Nadia, una bella signora che incarna l’eros, poi da Santa Teresa d’Avila, che appare con i capelli corvini sciolti sulle spalle, il pollice incarnato e i piedi scalzi. “Occhi liquidi e verdi, dove brilla un guizzo che oscilla e pulsa, come fiamma tremante al vento, in cima alla candela”. E se l’insegnante con propositi di assassino finisse per innamorarsi proprio della santa, una creatura dell’assoluto? La lingua di Pazzi è fluida e densa allo stesso tempo: nomina e seduce, riflette e denuda. Nella città eterna dei peccati, il finale a sorpresa che non sveliamo apre un ulteriore capitolo sulla storia e sui suoi colpi di scena tra arcangeli e diavoli. Lo scrittore italiano più visionario, erede di Calvino e Bulgakov, ci prepara ad un rovesciamento delle sorti dell’Italia, immaginando che dal caos possano ritornare l’ordine e la giustizia, “il miele della luce tremante all’orlo della felicità”.

 

LAZZARO
Roberto Pazzi
Bompiani, 211 pp., 17 euro

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