Da Mozart a Beethoven

di Eric Rohmer, Mimesis, 202 pp., 18 euro

Il regista Jean Marie Maurice Schérer e il regista Eric Rohmer erano la stessa persona. Personaggio bizzarro e poliedrico, Schérer adottò lo pseudonimo di Eric Rohmer per firmare i suoi articoli quando iniziò l’attività di critico cinematografico sul finire degli anni 40. Poco dopo, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, il debutto come regista. Da allora, anche dietro la macchina da presa, non smise mai di fare critica cinematografica elaborando e applicando le sue teorie ai suoi film (varrà la pena rammentare il premio della giuria a Cannes per “La marchesa von O.” nel 1976 e il Leone d’oro a Venezia per “Il raggio verde” nel 1986). Appassionato di musica, Schérer/Rohmer fu anche compositore per le sue stesse pellicole firmando le proprie partiture con un altro pseudonimo: Sébastien Erms. Quando si trattava di musica, dunque, Schérer/Rohmer/Erms non era propriamente uno sprovveduto (non guasta ricordare l’utilizzo del tutto atipico e raffinato che Rohmer fece della colonna sonora nei suoi film: lesinata, quasi impercettibile). Per questo, risulta oltremodo appagante l’approdo in Italia, a cura di Andrea Mello, del trattato rohmeriano “Da Mozart a Beethoven. Saggio sulla nozione di profondità nella musica” del 1996. Non è un libro solo musicologico, benché la precisione con cui l’autore affronta il tecnicismo compositivo lascia di stucco: è un libro di estetica, di filosofia, di arte.
Nel dotto testo, mitigato da una prosa giornalisticamente concisa, Rohmer applica la sua “teoria delle forme” alla musica, in particolare di Mozart e Beethoven. Le loro opere sono in grado di tradursi in forme, linee, direzioni, curve, colori, profondità. Ecco, è proprio nella profondità di Mozart e Beethoven la chiave di volta: è la loro musica, secondo il regista francese, ad aver aperto la strada a quello che, nel tempo, si è rivelato il felice matrimonio tra cinema e musica. “Il cinema”, scrive Rohmer, “non dirà qualcosa in più di ciò che il pittore più sensibile, più intelligente o inventivo possa dirci circa l’essere del mondo. Qualcosa che finora, solamente la musica era stata in grado di esprimere. L’arte del cinema, in fondo, è di farci scoprire questa melodia, questo canto segreto degli esseri e del mondo che la percezione ordinaria ci dissimula”. Compito del cinema è, dunque, far vedere la musica. Giunto a conclusione del suo studio, Rohmer può così affermare che la musica è “vera sorella” del cinema: “Ciò che le unisce non è il Tempo che, al contrario le allontana, ma l’Armonia o, se si preferisce, la loro comune musicalità”.

 

DA MOZART A BEETHOVEN
Eric Rohmer
Mimesis, 202 pp., 18 euro

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