L'arringa di un pazzo

di August Strindberg, Adelphi, 284 pp., 19 euro

Di Johan August Strindberg si potrebbe scrivere tutto e il suo opposto, tanto l’uomo e lo scrittore furono contraddittori. I suoi testi sono una delle massime espressioni della letteratura svedese suddivisi in continue incursioni fra teatro, romanzi, poesie, scritti critici, novelle, fiabe, pamphlet. Irrequieto, mai fermo sulle stesse posizioni ideologiche e artistiche, Strindberg ha navigato tra romanticismo e naturalismo, sfiorando un violento espressionismo per passare attraverso l’occultismo e la teosofia, il pietismo in religione e il socialismo in politica. Era un personaggio curioso. Scrisse molto. Fu insicuro, altalenante, psicologicamente instabile, attratto a volte da uno stile onirico e allucinato, altre da un quieto narrare.
L’arte per Strindberg è schietta autobiografia. Complessato poiché figlio di un piccolo commerciante e della sua cameriera (racconterà anche questo nel romanzo “Il figlio della serva”), per ragioni biografiche è un esperto del rapporto tra i sessi: si sposa ben tre volte diventando un intenditore di fallimenti amorosi. In un anno di grazia, il 1888, pubblica tre romanzi, “Vita nell’arcipelago”, “La signorina Giulia” e “L’arringa di un pazzo”. Quest’ultimo è proposto da Adelphi in una nuova traduzione dal francese, lingua d’elezione del nostro autore, e fu pubblicato, anziché in patria, prima in Francia e in Germania.
Si dice che, in quell’ultimo scorcio di secolo percorso da elettrizzanti novità, L’arringa di un pazzo, con la Sonata a Kreutzer di Tolstoj, abbia rappresentato al meglio i surriscaldati rapporti sessuali e sentimentali tra l’uomo e la donna. Narrati qui con uno stile cronachistico, per non dire confessionale, poiché Strindberg anatomizza in prima persona il suo primo matrimonio, cercando di spiegare e spiegarsi in cosa avesse fallito. La coprotagonista del libro è Siri von Essen, nobildonna finlandese divorziata da un abbiente barone per cadere tra le braccia dello scrittore di belle speranze. Una foto dei due campeggia sulla copertina del libro e non avrebbe potuto essere altrimenti. La coppia resta sposata dal 1877 al 1892; Siri e August hanno tre figli, la donna si sente sacrificata nella sua passione per l’arte, ella avrebbe infatti desiderato recitare. Temi dissezionati ne L’arringa di un pazzo, introdotto da una prefazione dall’incipit che non avrebbe potuto essere più schietto: “Questo è un libro atroce”.
Può darsi. Certo a suo tempo diede scandalo, tanto che in Germania, nonostante i pesanti interventi dell’editore, fu sottoposto a un processo per oscenità. Ma di osceno tra queste pagine non c’è nulla, almeno per un lettore del nostro tempo, abituato ormai a nudità esistenziali e non. Qui scorre la vita reale, a volte destinata a cadere nel dramma; con una consolazione per chi ama il lieto fine: “Il romanzo è scritto. Ora posso morire anch’io”, scrive Strindberg. Invece né lui né la moglie Siri morirono, se non di vecchiaia. Resta la cronaca della morte annunciata di un amore viscerale, in cui è troppo forte il desiderio di reciproca sopraffazione.
C’è un che di tragedia greca messo nel cassetto ai tempi della pruderie borghese dell’Ottocento. Rispolverato verso la fine del secolo, quando i tempi sono maturi per la violenza, l’altra faccia dell’amore. Se le donne dell’isola di Lemno, nell’antichità mitica, assassinano i loro uomini poiché ripudiate, qui nella carne non muore nessuno. E pur tuttavia, nell’ossessione diaristica di una passione destinata a farsi inferno matrimoniale, esposto ai lettori senza pudore, il bisogno di fare e di farsi del male la fa da padrone.

 

L'ARRINGA DI UN PAZZO
August Strindberg
Adelphi, 284 pp., 19 euro

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